Lorenzo Viani, Angiò, uomo d’acqua


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Viareggio

 

Un’alba armoniosa come un novilunio. Angiò sciolse le vele che, aureate dal primo sole, sembrarono di seta fine. L’acque eran tanto limpide che si scorgevano i fondali, i remi ribollivano argento. Quando il nano ebbe sboccato il molo, sentì il vasto mare sollevare il gozzo e il cuore gli s’empì di commozione; si voltò verso il paese che era tutto un pulviscolo lucente; gli alberi fioriti di gocce argentee, le case coperte di un manto viola. Il sole esplodeva sopra il pentagono della Verruca, il mare era porpora, e le piccole onde di turchinetto tingevano di celeste la murata, i pesci ciortoni, nel chiarore terso, portavano il cielo nel fondo e l’orate vi stemperavano il sole. L’isola della Gorgona veleggiava silente verso la Meloria, la Capraia sul Montecristo. Le barche all’orizzonte parevano campite sul cielo.

Quando il sole, elevandosi, si fuse nel cielo, le cose ripresero le forme consuete; sui monti rinacquero le selve, i paesi, le chiese, i campanili, i canali. Il paese s’invelò di bianco, rosa e celeste, le isole fermarono il corso, le barche ripresero la rotta dell’Oriente. Il nano mollò in bando la scotta e la randa tombò al fresco alito del vento mattutino. Il gozzo fendeva di chiatto l’acque, Angiò s’addormentò col timone a orsa.

Quando si destò le vele non facevano più ombra sul mare. Alzatosi in chiglia il nano non vide altro che cielo e mare, il sole era aureolato di un cerchio di minio e l’arie pungevano fresche. Un fremito di gelo percorse lo sterminato.  La randa gonfiata e i pollacconi [1] affondarono la murata sottovento, branchi di uccelli si levarono da levante, l’orizzonte si tinse di verde agro, Angiò, confuso, alzò il mangiavento e messe la prua sul Magra. Il sole si tramutò in luna. Si spense. A ponente l’acque fiatarono caligo e gli uccelli ratti rasentarono l’onde. Angiò sentì diacce le  reni. La tenebra fece dirimpetto a lui un abisso concavo, le vele s’inzupparono d’acqua e la schizzarono sul viso del Ferrone che sentì aprirsi sul capo come un cerchio che piano piano si dilatava a imbuto dentro il quale udì crocitar di corvi. Angiò  guardò malfidato il mare che s’era tirato a risucchio il cielo. La saetta incrinò lo spazio e lo rifranse in fuoco sull’onde, s’udì come uno sdriscio di vela e il tuono confermò l’inferno. In uno sbadiglio di cielo apparve il Santo Padovano coronato d’uccelli e di saette: −Tempo non eri tempo.

Moletto mare mosso
Viareggio

Il gozzo era d’acqua e le vele grondavano, la chiglia fuori metteva, col limo, il gelo dell’abisso. Angiò vide tutto verde. L’Alpe si tramutò in spaventosa ondata che gli si parava incontro tuonante: −Ricordati di Nerin Nerone.

[ … ]  Angiò non vedeva e non udiva. Il capo aveva piombato, la scotta gli risegolava un polso e l’altro tremava sul timone. Il cielo opaco gli sembrò una pietra mortuaria bagnata dalla pioggia. Una grande effigie di Dio vi era grafita a solchi neri, il Santo Padovano, tra uccelli e saette, implorava una grazia: nei lampi l’immagine si dilatava nel cielo, nell’ombre si ricomponeva spietata.

A onor di Dio
a onor di Santo Antonio
la fece qui murare Angiolo Bertuccelli
uom che nell’onde chiare
vivea la sua famiglia
con fatiche e stenti
sul procelloso mare
alle burrasche e ai venti
per grazia ricevuta pensò questo di fare

 

La chiglia del gozzo percosse sulla sabbia e vi rimase incuneata come l’accetta nel tronco. La barca sfiancò in carena. Angiò dal carabotto [2] cadde nell’acque, s’apparò e le braccia si piantarono nella rena, un demone parve le tirasse verso il profondo. Così, marmò il nano con gli occhi supplichevoli al cielo, all’altezza del cuore gli rompeva il mare a bavarella [3] e lo mosse a fermo, poi anche quello s’incantò e il nano si adagiò in eterno sulla grande coltre. Il Gigante, coll’acqua al malleolo, lo sollevò chiamandolo: −O Drago, o Leone, o Mordace!

La campana del Faro suonava a naufagio quando Fello, col gesto d’Anchise fuggente dall’incendio di Troia, s’avviava alla stanza mortuaria.

Ed or che soffia greco e tramontana
Sia terminata la leggenda strana.

(Lorenzo Viani – Angiò, uomo d’acqua – 1928)

[1] Pollacconi – Vele triangolari

[2] Carabotto – Quella copertura convessa che è a poppa e a prua delle navi

[3] Bavarella  (il mare a) – Quando il mare è sollevato da un venticello leggero e si copre di bavarella

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