Gabriele D’Annunzio, Arezzo


Arezzo - Palazzo del Comune
Arezzo – Palazzo del Comune

I.

Arezzo, come un ciel terrestro è il lino
cerulo, il vento aulisce di viola.
Ove sono Uguccion della Faggiuola
e il cavalier mitrato Guglielmino?

Non vedo Certomondo e Campaldino,
né Buonconte forato nella gola.
Alla tua Pieve il balestruccio vola;
in San Francesco è Piero, e il suo giardino.

Non vedo nella polve i tuoi pedoni
carpone sotto il ventre dei cavalli
con le coltella in mano a sbudellarli.

Van sonetti del tuo Guitton, canzoni
del tuo Petrarca per colline e valli;
e con voce d’amore tu mi parli.

II.

Bruna ti miro dall’aerea loggia
che t’alzò Benedetto da Maiano.
Fan ghirlanda le nubi ove Lignano
e Catenaia e Pietramala poggia.

E fànnoti ghirlande i tralci a foggia
di quelle onde i tuoi vasi ornò la mano
pieghevole del figulo pagano
quando per lui vivea l’argilla roggia.

Or rivive pel mio sogno il liberto
grèculo intento a figurar le tigri
l’evie i tripodi i tirsi le pantere.

Arar penso i tuoi campi e, nell’aperto
solco da’ buoi di Valdichiana impigri,
discoprir l’ansa infranta del cratere.

 III.

Aste in selva, stendardi al vento, elmetti
di cavalieri, Costantin securo,
Massenzio in fuga, Cosra morituro,
e le chiare fiumane e i cieli schietti!

Come innanzi a un giardin profondo io stetti,
o Pier della Francesca, innanzi al puro
fulgor de’ tuoi pennelli; e il sacro muro
moveano i fiati dei pugnaci petti.

Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio
e la bella reina d’Asia oblìa
il mio cor; ché levasti più grand’ala!

Presso l’arca del crudo Pietramala
vidi il fiore di Magdala, Maria.
E un greco ritmo corse il pio silenzio.

IV.

Forte come una Pallade senz’armi,
non ella ai piè del mite Galileo
si prostrò serva, ma il furente Orfeo
dissetò arso dal furor dei carmi.

Qui da tristi occhi profanata parmi,
mentre a specchio del Ionio o dell’Egeo
degna è che s’alzi in bianco propileo
come sorella dei perfetti marmi.

Ellade eterna! Non il vaso d’olio
odorifero è quel di Deianira,
ov’essa chiuse il dono del Biforme?

Per lei Ristoro ode cantar le torme
degli astri, come il Samio; e su la lira
Guido Monaco tenta il modo eolio.

(Gabriele D’Annunzio, “Arezzo” da Laudi – Le città del Silenzio)

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