Lorenzo Viani, Viareggio – Si ritorna


Lorenzo Viani - Il cortile del dormitorio (Cortile della Ruche) 1924-25 - Foto tratta dal catalogo della mostra ” Lorenzo Viani, un maestro del novecento europeo ” tenuta al Palazzo Mediceo di Seravezza dal 8 luglio al 24 settembre 2000.
Lorenzo Viani – Il cortile del dormitorio (Cortile della Ruche) 1924-25 – Foto tratta dal catalogo della mostra ” Lorenzo Viani, un maestro del novecento europeo ” tenuta al Palazzo Mediceo di Seravezza dal 8 luglio al 24 settembre 2000.

Quando siamo stati sdraiati sulla pietra, l’ossa prendono il gelo e la pesantezza della pietra. Chinai il collo come il bove al giogo: nel Faubourg Saint-Denis abitava un editore di musica il quale aspettava al varco gli sventurati. Commetteva egli delle copertine di partiture di musica e le pagava lire tre. Consegnava un pietrone da litografare della pesantezza di venticinque chili sul quale gli si doveva disegnare a matita le figure e le parole. Mi presentai a lui, mi fece aspettare un’ora, ritto. Egli scriveva, poi alzò il capo e mi osservò tutto senza muoversi dal bureau. Dopo avermi lungamente scrutato si alzò e mi fe’ cenno di seguirlo: entrammo in una stanza umida dove c’erano delle stive di pietre come da noi nel dietro stanza di uno scalpellino; mi accennò di sollevarne una. La presi, la soppesai e gobboni la portai fuori.
[…] Mi caricai il piastrone sulle spalle e ritornai a piedi verso casa: dovetti attraversare tutto Parigi. Ogni chilometro il pietrame aumentava di peso e quando fui a cinquecento metri dalla Ruche mi spiombava le spalle; quella pietra  mi pareva che pesasse quanto uno scheggione. Feci traballando le scale, aprii la porta, la scaricai nello studio e sudato fradicio mi buttai sull’ottomana e piansi per la prima volta; sulle spalle mi sembrava d’averci sempre il pietrone e mi schiacciava e non potevo levarmi più il suo peso da dosso. Disperato m’addormentai.
Facendo penitenze e digiuni, in un mese riuscii ad appicciare il viaggio.
[…] I denari del viaggio mi fecero come l’olio al lume. Dovevo essere ringiovanito di vent’anni quando bussai alla porta di Matteo Ruiz d’Alégria. […] Esitai un po’, lo fissai dolcemente, mi tremavano le labbra e le parole mi si diacciavano in bocca, finalmente gli sussurrai in un orecchio:
« Parto ».
Trasalì: « Quando? ».
« Ora. »
Mi squadrò da capo a piedi: « Così? »
« Si. »
[…] Partii. Man mano che il treno correva veloce verso il verde della pianura, Parigi diventava celeste, quel pietrame ammonticchiato perdeva la solidità con la quale aveva gravato per tanto tempo sulla mia carne, sulle mie ossa, sull’anima mia. […] Non conoscevo Milano. Quando scesi in piazza del Duomo, questa era stipata di gente. Il monumento a Vittorio in arcioni a spada sfoderata che par voglia scapezzare il tritume delle guglie, fu la prima cosa che mi colpì. Dalla Galleria sfociava una nera mareggiata di teste. Un amico vagamondo mi aveva insegnato di tenermi sempre al centro delle città: « Sempre nel centro, mai alla periferia, ricordatelo ».
[…] Andavo perciò senza baloccarmi di qua e di là. Feci le prime ore della mattina indisturbato; coll’istinto del cane che rinasce in noi quando siamo dispersi per il mondo, mi orientai verso la stazione. Con un biglietto d’ingresso salii sopra il diretto di Genova. Entrai dinoccolato in un lavandino e mi tirai giù rovescio: or boccone, or per lato mi martirizzai tutte l’ossa. A Genova mi fu facile uscire dalla stazione ero a casa mia. La cima delle acacie di piazza Colombo eran dorate dal sole, il porto soffuso da una tufagna di fumo nero, gli alberi delle navi svettavano oltre quel caligo e parevano arroventati dal sole. Le bandiere bianche, celesti, rosse e verdi sciamavano come farfalle, il mare palpitante di bianco allagava di cobalto l’infinito. Vidi di cielo anche le montagne dei miei paesi. Chinai il capo e alzai le mani: me le sentii intiepidite dal sole.
Passati gli scafi ferrigni con la linea d’acqua dipinta di minio o insanguinata dai battiti delle acque sciabordate, lo strepito degli argani, dei ghindò, delle catene, delle eliche che turbinando ribollivano l’acque fonde, i bramiti delle sirene, i risucchi dei silos, i cumuli delle granaglie del cotone e delle carrube, mi si presentarono gli scali dove prendono volta le barche del mio paese: le vele quadre dei navicelli, quelle a triangolo delle tartane, l’ordine dei pennoni aperti sugli alberi maestri degli scuneri, le rande delle menaite, i pollacconi delle paranze percossi, agitati, scalpellati dal vento mandavano profumo di ragia di pino e di bacche di ginepro, i nomi scritti sullo specchio di poppa: Eulo, Cassandra, Icaro, Dedalo, l’Ardita, mi fecero vedere al di là del sartiame il crocchio delle casette tra le quali era la mia, la pineta e l’Alpi.

Viareggio - Velieri - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri-N.11-marzo 1994
Viareggio – Velieri – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri-N.11-marzo 1994

Mi sdigiunai sul carabotto di prua di una tartana. Il guardiano mi aveva riconosciuto:
« Ma tu non sei quello che una volta s’andò a aberintare a Parigi? ».
« Si. »
Così seduto, sentii esalare dai miei panni la pestilenza della Ruche.
« O di dove vieni ridotto in questo stato? Dalle secche di Barberìa? »
Io guardai di qua e di là e poi dissi piano:
« Da Parigi ».
Il guardiano mi guardò trasecolato:
« Ma a casa tua t’aspettano? ».
« No. »
« To’, vatti a far la barba. »

Viareggio - Stazione Vecchia - Foto tratta dal libro A Viareggio con il treno dei ricordi - Pezzini Ed. 1992
Viareggio – Stazione Vecchia – Foto tratta dal libro A Viareggio con il treno dei ricordi – Pezzini Ed. 1992

Senza radermi, presi un treno del pomeriggio per giungere a casa di notte. Uscii dalla stazione del mio paese dalla parte delle merci: un vagabondo dormiva addossato al muro, il vetturale di servizio che non aveva fatto lo spaccio schioccò la frusta e messe la brenna di corsa.

Viareggio - Il parco davanti alla Stazione Vecchia - Foto tratta dal libro A Viareggio con il treno dei ricordi - Pezzini Ed. 1992
Viareggio – Il parco davanti alla Stazione Vecchia – Foto tratta dal libro A Viareggio con il treno dei ricordi – Pezzini Ed. 1992

La darsena era inselvita d’alberi. La Torre suonò le otto: l’ora di cena. Entrai in casa, i miei erano a tavola:
« Lorenzo? » dissero tutti in coro.
Chi mi prese un braccio, chi la testa e i nepoti le ginocchia. Mia madre piangendo sotto il grembiule, aspettò che fossi solo poi s’abbarbicò a me e mi chiese piano in un orecchio:
« T’ha visto nessuno? ».
« No. »
Il mio fratello maggiore mi osservava sconturbato:
« Spogliati! »
Io macchinalmente mi levai la giubba, la tirai in un canto e mi sfilai la camicia, poi a torso nudo andai nell’orto, cavai dal pozzo delle secchiella d’acqua e mi disgrumai in una conca; lì al buio mi sfilai anche i pantaloni e le mutande, slegai le scarpe e sbrucai i calzini: rimasi nudo come Dio m’avea fatto. Lì mi portarono le mutande e la camicia. Mia madre fece una bracciata degli abiti di Parigi e li buttò in fondo all’orto.
Mi ultimai di vestire in camera: mio fratello mi dette il suo abito nuovo. Quando scesi giù, mia madre si affacciò sull’uscio dell’orto e gridò al vicinato:
« E’ ritornato il mi’ Lorenzo da Parigi: come sta bene! ».

( Lorenzo Viani, Parigi, pag.186/193 – Arnoldo Mondadori, 1980 )

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