Luisa Petruni Cellai, Le donne di Viareggio


Viareggio - Mareggiata
Viareggio – Mareggiata

Le donne del mio paese amano star sulle soglie a sferruzzare. Punto per punto. Pazientemente. Dalle loro mani escono, come per incanto, morbide camiciole, spesse, calde. Con i volti rugosi, le più vecchie, sembrano strane dee, tranquille, intente a tessere il filo dell’eternità. Esse sanno tante storie. Cose passate, tragedie, dolori, che sgorgano di volta in volta in novella ai più piccini attenti. Anch’io tante volte ho ascoltato quelle novelle, sono rimasta a lungo attenta e sospesa alle frasi uscenti dalle fessure delle labbra scolorate, dette in tono stanco e staccato.
Questa è una notte di luna piena: il libeccio la ricama con stracci di nuvole impazzite e il tintinnare ritmico dei vetri alla finestra mi fa ripensare alle storie udite.Si. Sono certa che là fuori, dietro la finestra, si sta bisbigliando, accompagnato dal rumore del mare, uno di questi racconti.
Esco… Le strade sono tutte cunei d’ombra e d’argento. M’incammino verso la spiaggia. Lascio dietro di me il tappeto a losanghe che le ultime baracche scolpiscono in terra offrendosi nude contro la luna. Più forte e più provocante in libeccio mi colpisce in viso. I mille demoni che cavalcano le onde scatenate mi mandano ognuno un freddo riso schernitore. Mi fermo. Quegli sconvolti elementi, in estremo contrasto con la placida imperturbabile luna, mi danno l’idea di una arcana presenza, immobile, estranea e pur consapevole, d’una disperazione in atto. Ecco che ho paura. Sto per voltarmi e ritornare quando mi accorgo di non essere più sola. Attorno a me sono fiorite per incanto ombre nere, velate, a testa china. Mi passano vicino camminando stancamente. Le riconosco. Sono loro. Sono le donne del mio paese. Di qualcuna sò il nome. Vorrei chiamarle per sapere cosa le ha spinte a quell’ora sulla spiaggia. M’accorgo che esse non si riconoscono l’un l’altra, non si salutano, non si guardano neppure. Forse non si vedono.
Ognuna tiene stretto al seno un involto, quale più grosso, quale più piccolo. Esse camminano come immerse in un loro incubo doloroso. A poco a poco, tutte si sono avvicinate, proprio dove l’acqua s’avventa in artigli spumosi contro la riva e restano ferme col viso alto, a scrutare il largo. Odo qualcuna piangere disperatamente, i singhiozzi mi giungono tra lo stridor del mare nelle folate di vento. I ginocchi mi si piegano davanti a quella selva di donne in nero. Dinanzi a quell’altare di dolore mi trovo inginocchiata e piena di accorato stupore. Il mare intanto non accenna a quietarsi. A volte, per l’improvviso allungarsi di un’onda più grossa, l’acqua sembra sagomare forme umane, quasi naufraghi che s’abbattone esausti sulla riva. A queste onde s’alternano ora le donne.
─ Ecco… è il mio… ─ gridano in diversi toni di gioiosa speranza, e subito dopo s’inchinano piangenti sul nulla schiumoso che gli porge l’umida spiaggia. Più giovanile è il grido, più lungo e straziante è dopo il deluso pianto. Sento di dovermene andare.

Vista dal molo di Viareggio
Vista dal molo di Viareggio

Il nero drappello è tornato alla spiaggia ad aspettare i suoi cari scomparsi. E’ un triste appuntamento che non gradisce spettatori. M’accingo a ritornare, quando dal gruppo delle donne si stacca la più curva, la più vecchia. La riconosco, è la Marfisa. Essa ha tre generazione di morti in quel mare ed era l’unica che non avevo vista gettarsi contro la facile illusione creata dall’onda. E’ tanti anni ormai che torna alla spiaggia quando il mare mugghia e inveisce a quel modo; ormai sa i trucchi dell’onda impazzita e non piange perché ha finito le lacrime. Si drizza più che può contro l’orizzonte e scioglie il fagottello che ha con sé. Io scorgo la sua piccola figura, come una virgoletta, tra la riva e la luna, e mi colpisce la maestà del suo gesto nel gettare il contenuto alle onde. Ad una ad una le camiciole di lana si innalzano prese dal vento e affondano nel bruno tappeto d’acqua sconvolta.
Anche le altre donne ora hanno incominciato a gettare verso il largo i frutti del loro paziente lavoro. Grigie sagome  quasi animate, le camiciole roteano, s’innalzano. Qualcuna è giunta a coprire un poco di luna per toglierle un po’ del suo sfacciato lucore. Ecco che l’aria s’è fatta tutta più scura in commosso rispettoso omaggio a quel gesto d’amore. Nel fragore del mare vi è ora una nota di stanchezza. I demoni sembrano domati dalla coltre d’amore che li ha sommersi. Il vento s’è dimenticato un attimo d’infuriare. S’è scaldato, trasportando intorno quelle camiciole, e ora ristà soggiogato dal flebile suono che sgorga insieme dalle bocche delle donne. E’ una nenia lenta, piena d’accorato rimpianto, è una ninna nanna di tanto tempo fa.
A poco a poco anche il mare si placa, s’addormenta. Le donne accennano a ritornare. La vecchia Marfisa in testa, le altre dietro, a testa china. Infelici, ma più quiete anch’esse. Con l’urlo del mare s’è spento il lancinante dolore che le faceva spasimare. Ora devono tornare alle case, per seguitare a vivere, malgrado tutto.
Le seguo e nella loro scia raccolgo le loro parole:

─ Il mio era forte come un Ercole.

─ Il mio era bello come un Dio.

─ Buono come il pane era il mio.

Ad una ad una poi s’allontanano scomparendo nelle vie. Per ultima, la vecchia Marfisa scompare alla mia vista, allontanandosi stranamente dritta e svelta per una insolita via. Stupisco e vorrei chiederle spiegazione; ma non ne ho il tempo. La sua voce mi giunge, in risposta, con un tono dolce e staccato.
─ Ho finito di dar camiciole, ora vado a vedere se le hanno ricevute.

Vista dal molo di Viareggio in una cartolina degli anni '70
Vista dal molo di Viareggio in una cartolina degli anni ’70

( Luisa Petruni Cellai, Le donne del mio paese tratto da “Le barbe di catrame”, pag.101/104 – Azzaro Viareggio, 1959 )

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