Federigo Tozzi, Siena


Siena
Siena

Stava a giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia su i vetri, il sottile rettangolo di azzurro tra i tetti. Quell’azzurro sciocco, così lontano, gli metteva quasi collera; ma non ne distaccava gli occhi.

Le rondini, che di lì parevano nere, passavano come attraventate. Soltanto là su, all’ultime finestre, qualcuno affacciato che non conosceva né meno!

E allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l’una stretta all’altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse; case a muri con due metri di spessore, a voltoni, le stanze quasi senz’aria. I ragnateli larghi come stracci e la polvere su le finestre sempre chiuse e i davanzali sporgenti dalle facciate.

Talvolta, all’improvviso, pensava a Firenze e a Ghìsola che forse, aspettandolo, gli avrebbe fatto un rimprovero che lo esaltava; all’Arno scrociante; a tutte le colline sempre belle; a quelle nebbie che lasciano i muri bagnati, annerendo le pietre delle strade che sembrano rappezzature.

( Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, 1919 )

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