Idelfonso Nieri, Lucca – Il boccone della creanza


Polenta
Polenta

Il boccon della creanza (dicono anche: della vergogna) è quel molto o poco o pochissimo che si lascia nel piatto, quand’uno è a mangiare a casa degli altri, perchè non è creanza finir tutto.

Colla fame piuttosto bisogna rimanere, ma il boccone della creanza va lasciato! Se no, uno parrebbe troppo lupo, che non avesse mai visto grazia di Dio; o piuttosto parrebbe che non avessero fatto roba assai per tutti, e sarebbe uno scorno per la famiglia.

Una volta capitò a casa di certi contadini, quand’erano lì per andare a desinare, un amico che non avevan visto da un pezzo.

«Oh! ben venuto! Bene arrivato! Come state? Sete stato sempre bene? Bravo! avete fatto bene a venire! Restate qui con noi. Per appunto andavamo a desinare ora. Mangerete di quello che passa il convento! Farete penitenza!»

L’omo aveva una fame elle s’affettava col filo; a sentirsi invitare gli si alzò il cuore un palmo: che cerca il cieco altro che la vista? Prima però fece du’ smorfie per non parere.

«Ma dove volete andare a quest’ora bruciata? Chiama e rispondi di qui all’osteria! ci avreste da allungare il collo! Rimanete qui. La schiocca, la polenta, è quasi a tiro; cacio e ricotta e buon cuore non ne manca, e in tavola il fiasco c’è; non sarà vin santo, ma ‘un è neanco acqua della secchia».

In somma tanto dissero che l’amico restò e mise anche lui le ginocchia sotto la tavola, che non gli parve vero!

Eccoti la polenta: un bel tombolotto, per Dindo bacco! fumante che faceva voglia solamente a vederlo. Aveano invitato il matto ai sassi e l’orso alle pere; la polenta col suddetto cacino era la su’ passione! Aveva l’acquina in bocca, e con quella popo’ di sguscia che si rimpastava, non ve ne prego dire che boccate faceva! E gli altri non istavano a mondar nespole! Il tombolo era bello e fatto a crescenza, ma quella stenderla di fette, che erano un’occhiata, con tante mani che andavano e venivano e con una bocca di più fuori del conto, spari in un àmme.

Ce n’eran rimaste due fette, due di numero. Quelli di casa per prudenza non ne vollero più, e l’amico se ne asteneva per educazione.

«Pigliate, gli dicevano, pigliate, non fate complimenti».

«No, no; ho mangio assai; basta! non lio più fame».

Lo diceva colla bocca, ma avrebbe digrumato anco il paiuolo. Fra tutti però lo pregarono tanto, che una la prese «per gradire la massara che aveva fatto quella polentina numero uno, degna di Pio Nono».

L’ultima ce la lasciò per creanza, ma gli usciva dagli occhi; avrebbe piluccato volentieri anco quella, ma non sapeva come fare a salvare la capra e i cavoli. Tutt’a un tratto gli spunta un’idea. Avevan discorso di tante cose e specialmente di quello che gli era successo nel tempo che non si eran più visti, e ne aveva contate di bellocce, ma tutte vere.

Allora ci rigirò il discorso e ne contò una tanto grossa che tutti fecero un urlo e una risata per mostrare che non ci credevano. E lui a star garoso e proffidiare, anzi a crescer la dose e a gonfiarla di più.

«Ma sete matto sperticato! Vi gira il pian di cima! Ma via! questa non istà nè in ciel nè in terra! Questo non s’è mai dato per iscrittura! Bun! Allargati, lenticchia, il campo è grande! grosse o nulla!»

«Come?! non ci credete?»

«Io no!»

«Neanch’io!»

«Neanche a pezzi!»

«Neanche in ginocchioni!»

«Neanche se sputássete Crocifissi».

«E vero! e se non è vero (agguantò la fetta della polenta, e cominciò a divorarla) se non è vero, mi sia arsenico!»

( Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi, 1906 )

 

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