Lorenzo Viani, Viareggio – Dov’è nato il Carnevale 1/4


Sulla piazzetta dell’Olmo, nodo stradale della vecchia Viareggio, l’olmo non c’è più, né coi turbini tenzona. Piccola piazzetta con una chiesina in un angolo che si apre al culto soltanto il giovedi santo per la visita dei sepolcri, e una «veglietta» in cui si veglia e si balla a un tiro di schioppo dai passaggi a livello, oggi inchiavardati perché su di essi zampa, coi piedi elefantini, un cavalcavia lungo come la fame (il cavalcavia dei sospiri pei pedoni) che per ridursi nel centro debbono fare la spola fra i ruderi dell’antica torre della Matilde e il basamento della nuova.

Viareggio - Costruzione del Cavalcavia - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.14-giugno 1995
Viareggio – Costruzione del Cavalcavia – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.14-giugno 1995

La vecchia Viareggio per prendere contatto con la sua figlia legittima, la Viareggio nuova, deve fare una lunga penitenza, e per vedere il corso mascherato, nato anche quello nei suoi borghi desolati, dovrà invidiare le ali alle mosche.

Scomparso anche dalla piazzetta dell’Olmo, «Radicchio» un vecchio vetturino che ai tempi dei tempi impaludava di coperte vistose le due brenne che aveva e le portava al corso mascherato cavalcando la più bizzosa. E scomparsi i trascurati «Zeghite» e il «Pretore», il primo assiso sempre su una panchetta in piazza dell’Olmo e il secondo seduto su un carretto in cui stava grave come Pilato, sempre fermo in piazza Pacini.

Viareggio - Piazza Pacini - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.10-gennaio 1994
Viareggio – Piazza Pacini – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.10-gennaio 1994

A quei tempi non usavano i grandi carri, né le maschere isolate; allora era tutto un baillame di carrozze infioccate e di mascherotti grotteschi dipinto nel viso con l’unto della padella o col bianchetto che soleva darsi alle scarpe di sugatto. Quelli che non volevano aggrottarsi il viso con del bitume colorato prendevano un testone di carta pesta a nolo dai sottobanche delle «Billet», le più antiche noleggiatrici di attrezzi carnevaleschi.

I testoni erano di ciuco, d’orso, di bove, di lupo, di coccodrillo, di cane. Come era strano vedere un ometto, un impiegatuccio vestito di rigatino con un cravattino di velluto, con un paio di scarpette di pelle bazzana il quale si era messo sul capo, come un elmo, una testa di lupo che gl’inghiottiva del tutto la sua, scialba e mortificata. L’impiegatuccio si industriava ad imitare l’urlo del lupo e s’udiva invece il miagolio di un gatto a cui sia rimasta la coda tra l’uscio e il muro.

Qualche scavezzacollo si poneva sul capo il testone di un ciuco a orecchi pendenti come le foglie dei cavoli quando hanno sentito i primi brezzoni dell’inverno e imitava, con un cartoccio in bocca, il raglio del paziente animale e talvolta tirava anche dei calci a gente di pari suoi che con dei ritagli di trucioli si erano fatti il manto di una scimmia e camminavano carponi come i quadrumani.

Nel trambusto e nel pigia pigia, era divertente udire per esempio un asino che dava del codardo a un lupo, come ai tempi degli animali parlanti, e asino e lupo azzuffarsi e pestarsi fino a che non correva una scimmia a dividerli.

( Lorenzo Viani, Dov’è nato il Carnevale, Nuova Viareggio Ieri, N.1 febbraio 1992 )

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