Antonio Morganti, Viareggio – L’omino dei “ciottorini”


Viareggio - Fiera Ciottorini 2014
Viareggio – Fiera Ciottorini 2014

La ricorrenza della Santissima Annunziata, compatrona della città di Viareggio, passa ormai senza «ciottorini». In Piazza Grande  ci sarebbe ancora un po’ di spazio per l’uomo dei «ciottorini» che veniva ogni anno da Montelupo con le «pentoline», i «tegamini», gli uccelli e i cavallucci «col fischio alla ‘oda», le «brocchine» e le «’ampanelle» col battaglio a pallina legato con lo spago.

Ma quell’uomo non viene più, forse si è sdegnato del modernismo imperante, forse è morto, chissà.

Fino a qualche anno fa i pochi metri quadrati di piazza seminati fitti fitti con quei primitivi giocattoli di coccio, riportavano indietro il pensiero e facevano rivedere la Viareggio semplice degli «scroi» e delle «chiodare», quando la fiera della Santissima Annunziata arrivava fedele e doviziosa all’appuntamento, mettendo nel sangue un rimescolio che, in proporzione, l’avvertiranno forse gli organizzatori della fiera di Milano.

In quel giorno c’era di tutto un po’ in Piazza Grande, oltre i «ciottorini»; e cittadini e campagnoli trovavano di che corredare le loro case, od attrersarsi per i lavori dei campi.

Ma quello delle vecchie casette di Viareggio restava un arredamento assai semplicetto che si esplicava principalmente nel «salotto»  – che poi era quasi sempre anche «l’entratura di ‘asa» –  i cui «pezzi» più notevoli erano il troneggiante sofà, il tavolo ricoperto da un tappeto di velluto dai vistosi colori riproducenti paesaggi vagamente orientali (dove insieme col bastimento nella bottiglia navigava la gondolina di piombo), una credenza con l’alzata a vetrina con la mostra dei bicchieri e dei piatti di riguardo (che non si usavano mai e poi mai), qualche seggiola con la paglia verdina, la macchina da cucire a pedale o a manovella, il «telaretto» per il pizzo a tombolo, un «cantonale» o due con i vasi di foglie; alle pareti – imbiancate a calce e coi gigli di Firenze pitturati con lo stampino – erano appesi gli immancabili ritrattoni del nonno e della nonna da giovani, (invisibili però durante tutta l’estate, dato che la garza li doveva ricoprire bene per via delle mosche).

Dalla fiera arrivava in casa un lume a petrolio con la «palla» a fiori rossi, la brocca di rame nuova, la zuppiera di terra gialla per i tagliarini del venerdì, e qualche cosa di molto utile per il nonno, perché a lui, pover’uomo, restava scomodo andare in fondo all’orto, specialmente le sere piovose e fredde…

E gli zoccoli per le giovanette, e le pianelle fiorite per fare il regalo alla Tere’ che si sposava, e una sciarpa nera «bôna» («che l’ò ‘omprata alla soppiatta e l’ò missa da parte che mi deve servi’ per quando môro, perché di là ci voglio anda’ perbenino»).

Chissà se torneranno più i «ciottorini»?  Ci auguriamo di si perché per gli straviareggini irriducibili che vanno cercando col lanternino tutto quello che può ricordare la città schietta e onesta, tranquilla e bonacciona, con dentro le sue mura i viareggini autentici, ogni sfumatura sentimentale che se ne va, fa male al cuore.

E poi si vorrebbe acquistarli ancora i «ciottorini» , proprio per metterli a contrasto con i giocattoli di tutte le fogge, meccanici ed animati, che infestano le nostre case, aggiornate ai tempi nuovi, con le sale novecento, le pareti nude. Ed il ricordo dei trapassati è rimasto soltanto nel cuore (speriamo) perché le fotografie dei morti «stanno male».

Ci divertivamo tanto con quei pezzetti di terracotta; e che lacrime quando inevitabilmente se ne rompeva qualcuno. Ora, purtroppo, i bambini non si divertono con niente, pur avendo i cassetti pieni di giocattoli. E allora vorremmo acquistare per l’ultima volta un bel po’ di «ciottorini» dall’omino di Montelupo, portarli a casa e ai figli o ai nipoti, meravigliati da tanta semplicità, raccontare una storia che potrebbe sembrar loro una novella e che invece è vita vissuta.

Giocare ancora con quei giocattoli e per una sera tornare bambini e accorgerci che il racconto interessa fino a far disprezzare, sia pure per poco, le pistole del «nordista» e l’accetta dell’indiano che hanno avuto per Natale. E con le manini veder scostare anche il carro armato della modernissima Befana.

Piacerebbe la storia, e si addormenterebbero nel lettino pieno di «ciottorini»; sognerebbero, come noi, la Fiera strapaesana.

Noi ci contenteremmo di poco: una volta all’anno, per la Santissima Annunziata, il ritorno di quell’uomo dei «ciottorini».

( Antonio Morganti, L’omino dei «ciottorini» , racconto pubblicato su “Viareggio Ieri” N.6 – giugno/luglio 1965.   Il racconto è tratto dal libro “Tenìmisi stretti”  (Il Fauno Editore, 1965) e la rivista lo presentava in questo modo : “Da “Tenìmisi strinti” – il delizioso libro di Antonio Morganti,  che tutti i viareggini devono leggere – riportiamo questo breve racconto, soffuso di dolce e malinconica nostalgia di altri tempi che ai giovani di oggi sembreranno tanto lontani ) 

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