John Ruskin, Pisa, 22 maggio, Festa di San Raniero


Pisa - Facciata Duomo - Foto tratta dal libro "Pisa" di I.B.Supino, 1903
Pisa – Facciata Duomo – Foto tratta dal libro “Pisa” di I.B.Supino, 1903

Pisa, 22 maggio. Festa di San Raniero.

[…]

Rammenterai senza dubbio la cattedrale; come sai, è immersa nelle tenebre e vi sono quaranta massicce colonne di granito lungo la navata. Forse non ricordi però che nella parete di fondo, sopra l’altare, campeggia un enorme mosaico di Cristo, alto per lo meno sessanta piedi, eseguito su un fondo d’oro su disegno di Buffalmacco; forse hai scordato anche le finestre che, anche se piccole, hanno splendide vetrate dipinte.

 Sotto il mosaico, presso l’altare maggiore, ardevano due grandi piramidi equilatere di candele: dieci ceri per ogni lato; ciascuna piramide era costituita pertanto da cinquantacinque candele. Nel mezzo, un rombo di trentasei ceri, e al di sopra una massa confusa di altre trenta candele circa. Il mosaico appariva quindi avvolto nel barbaglio dei ceri, ma nella parete ad occidente, ventuno finestrelle sovrastanti le porte di bronzo erano illuminate dal sole pomeridiano in uno splendore policromo, quali gemme sfavillanti. Due orchestre al completo, ai lati opposti del coro, accompagnate dall’organo e dalle voci dolcissime dei cantori, non si concedevano un attimo di requie; la musica s’avvolgeva fra le innumerevoli colonne in una serie di divine variazioni, erompendo ad ogni squillo di tromba in uno scroscio di note, come una folata.

Nel frattempo, dai gradini dell’altare discendeva a getto continuo – sa solo il cielo donde scaturisse – la grande processione – maschere bianche e nere – lunga un miglio e mezzo allorchè si riversò per le strade. Non ho visto niente del genere nemmeno a Roma, e tutto sommato sono lieto che tu non abbia assistito ad uno spettacolo simile: saresti stato di certo sopraffatto dall’eccitazione.

Pisa - Interno Duomo - Foto tratta dal libro "Pisa" di I.B.Supino, 1903
Pisa – Interno Duomo – Foto tratta dal libro “Pisa” di I.B.Supino, 1903

Due imponenti angeli di bronzo si stagliavano contro il bagliore proveniente dall’altare; scuri, immoti e giganteschi, erano rivolti verso l’enorme mosaico del Cristo assiso in giudizio, la mano levata, terribile oltre ogni dire, tanto più che era immerso nella penombra della volta, semicelato dalle nubi di incenso che saturavano l’aria.

Quando sollevarono le tende poste all’ingresso, irruppe qualche sprazzo di luce e le colonne balenarono d’un tratto, lungo la navata, indi svanirono di nuovo. E allorchè dentro la chiesa cessò quella musica possente, attaccarono all’esterno le fanfare dei soldati.

Né destavano minor interesse le persone, tutte in abito da festa: metà delle donne sfoggiava vesti immacolate e veli di pizzo che scendevano fino ai piedi; quanto alle chiome corvine, erano raccolte in crocchie e trecce avvolte attorno al capo, come si vedono negli affreschi dei maestri del passato. Le campane della Torre Pendente suonavano a distesa, con un rumore cupo e assordante al tempo stesso: non dei singoli rintocchi, ma un unico, tremendo e incessante scampanio che, mentre passavo lì sotto, sovrastava il fragore delle due bande militari accanto alle quali camminavo; tuttavia, si percepiva distintamente la tonalità profonda della campana più melodiosa, quella che già suonava mentre trasportavano fuori della Torre della Fame il corpo esanime di Ugolino.

Non avevo mai visto niente di solenne; gli spettacoli a Roma erano soltanto fastosi, ma questo era addirittura sublime, giacchè il duomo è la costruzione ideale per questo genere di effetti: immerso nell’oscurità, labirintico, eppure illuminato da maestosi affreschi, ricco di ghirlande scolpite, adorno di sbalzi in oro e santificato dalla grandiosa visione del mosaico di Cristo, che si offre allo sguardo in qualsiasi ora del giorno e da ogni angolo della chiesa, di dimensioni tali che a freddo appare quasi grottesco; ma quando sei in preda all’eccitazione, la sua imponenza ben s’attaglia alle tue sensazioni, e l’espressione del sembiante è un’immagine da cui non riesci a distogliere gli occhi né ad allontanarti.

 

[…]

 

( John Ruskin, Diario italiano, 1840-1841 )

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