Lorenzo Viani, Montecatini – Il ritratto del nano Poldino


Nessun forestiero, scendendo in Montecatini, festosa, luminosa, floreale, dalle strade brunite, cordonate di pietra alabastrina, coi vezzi di fiordaliso da un albero all’altro e fantastici pendenti di smeraldo, tra un lontano ondeggiar molle di olivi grigio-argento e verdi esplosioni di palmizi sul cielo turchino, può pensare che le panchine di travertino massicce come arche tombali, allineate sotto la quinta di cipressi che foscheggia sotto la «Querceta», siano state, nel crudo inverno, il ritrovo prediletto di due trascurati del luogo: Voga e Poldino, dispregiatori delle acque naturalmente medicate, che pollano da questa provvida terra, e amanti del vino legittimo.

Montecatini Terme
Montecatini Terme

Voga, tarchiato, ma dinoccolato e scollato in tutte le giunture, dagli occhi chiari come le acque marine, iniettati di rosso, barba spina, naso rincagnato dalle colpiture avute quando andava di nottetempo; Poldino, un nanerottolo dal testone enorme, con la fronte stretta e protuberante, occhi torti, bocca lardata, estremità estremamente corte rispetto al torso potente, Poldino poteva esser preso, benchè sulla quarantina, per figlio di Voga, che ne aveva altrettanti.

Quando Voga si spollinava al sole, seduto sopra una tepida panchina, e Poldino faceva altrettanto su una panchina più lontana, se qualcuno, accennando il nano, gli diceva:

« Ma lui là, è vostro figliolo? »

Voga rispondeva stupefatto:

« Chi, lo scerpapollai? Lo rifiuterei fino alla settima generazione. »

Se qualcuno domandava a Poldino, accennando Voga:

« Lui là, è tuo padre? »

Egli rispondeva arrogante:

« Chi, l’inzavorrato di vino? l’acceffagalline? Rimarrei piuttosto orfano per sette generazioni. »

Voga ricusava per figlio Poldino, Poldino ricusava per padre Voga, ma Voga e Poldino erano sempre insieme, sì come sogliono fare padre e figlio ben costumati. Fintantochè gli acquazzoni dell’inverno facevano il lavaggio del paese, guastato dagli impetuosi venti valligiani, e la Borra, rugghiando, sfociava nell’Ombrone, nessuno pensava ai due trascurati, i quali svernavano tra i meandri della grotta Maona, come due antidiluviani; ma quando, ai primi tuoni di marzo, quelli che ridestano le serpi, stava per cominciare la stagione delle bagnature e i due ricomparivano bracchi bracchi a prendere il sole sul piazzaletto della chiesa, gli abitanti previdenti ammonivano:

« Spollinatevi ora; ma lasciateci in pace, quando ci si deve ingegnare. »

Quando i piastroni di travertino delle panchine su cui si davano convegno i due trascurati scottavano come le pietre del forno, essi si davano alla latitanza per la campagna, lungo i freschi canneti della Borra o del Salsero, o giù per la popolosa via Marrota; sparivano tra le stoppie riarse della palude d’Orentano.

Cammin facendo, Poldino, con una bella rama d’oleandro fiorito strappata nei giardini, faceva il perfidioso con le belle ragazze del popoloso quartiere, che gli dicevano risentite:

« Dalle malizie del mondo, che hai addosso, non sei nemmen cresciuto. Fatti in là, gavorchio, che altro non sei. »

Voga, rammemorandosi delle reprimende che gli avevan fatto i previdenti del paese, cantava: « Come son felice, – come son beato, – quando ognun mi dice: – Ti vuoi rovinar? ».

I previdenti avevano cento e una ragione di temere la presenza di Voga e Poldino, durante i mesi della stagione, nel paese in cui capita gente altolocata da ogni parte del mondo, attratta dalla rinomanza miracolosa delle acque naturalmente medicate. Voga e Poldino si aggiravano, coi visi rincagniti, tra le panchine di legno verniciato di verde, allineate nei giardinetti dirimpetto allo «Stabilimento», dove si distribuivano le bibite gratuite, e guardavano con sommo dispregio tutti quei sofferenti, i quali centellinavano quelle acque, amare come il veleno, quasi che si trattasse di sorbire del vinello saporito e legittimo.

Una volta, a un povero diavolo, – a cui i due trascurati avevano contati cinque gotti d’acqua assortita, ch’egli aveva bevuto, – quando ordinò un altro gotto di Tettuccio, che sarebbe come il brodo ristretto delle acque purgative, essi gli dissero:

« Ora poi mi vergognerei. Se lei ha del nero in corpo, come le seppie, beva del vino, e ne sarà subito liberato. »

« Ma io non posso bere vino, » rispose impacciato l’uomo.

« Beva dell’acquavite, è la medesima, » disse con sicurezza Voga.

« Ma meglio sarebbe vino legittimo, » disse Poldino: « quello apre tutte le finestre dell’anima e del corpo. Dia retta a noi! »

Scorto un signore assiso pacificamente in quegli sgabuzzini delle bascule di controllo, i due chiesero alla ragazza del peso:

« Quanto tira a lordo? »

« Guardie, guardie, guardie! » urlò il signore indignato.

Ma, prima che capitassero le guardie, i due trascurati, svelti svelti, sparirono dietro una ciuffaia di oleandri, canterellando come due coristi:

« E andiamocene piano, piano, pian… »

Viani Lorenzo - Piazza della chiesa di Montecatini - 1920-21 - foto tratta dal Catalogo della mostra "Lorenzo Viani un maestro del 900" fatta a Seravezza  8 luglio - 24 settembre del 2000.
Viani Lorenzo – Piazza della chiesa di Montecatini – 1920-21 – foto tratta dal Catalogo della mostra “Lorenzo Viani un maestro del 900” fatta a Seravezza 8 luglio – 24 settembre del 2000.

Prima che le panchine di travertino, massicce come arche tombali, allineate sotto la quinta dei cipressi che foscheggiano sotto la «Querceta», diventassero calde come le pietre del forno e che Voga e Poldino si fossero dati alla latitanza, capitavano in Montecatini, come si fossero dati l’intesa, i più celebri scultori d’Italia: il buono, impetuoso, atletico Raffaello Romanelli, – dal viso aperto alla moschettiera, col cappello largo mosso di gronde –, il quale percuoteva, come con la spada, il selciato con un bastone di malacca, che s’avvincava sotto il peso; Carlo Fontana, l’astratto e distratto scultore carrarese, dalla fiera testa pepe e sale, come martellata nel granito, coi penetranti occhi d’onice; Leonardo Bistolfi, esile e scarnato, tutto barba e occhi affossati sotto le gronde del cappelluccio nero accenciato, con le mani robuste annodate sui taschini del panciotto affondato sul ventre sdutto; Lodovico Pogliaghi, tutto nero, tutto scatti, con un teglino di cappelluccio a fungo, un Bistolfi più cilindrato e bizzoso; Emilio Gallori, il serafico, cereo, arguto Gallori, che passeggiava guardingo sotto i portici, come soglion fare i miopi, quasi sempre in compagnia col più alto e compito signore della Val di Nievole: Ferdinando Martini.

Quando il nano scorgeva questi tipi, che staccavano dalla gente comune seduta sulle panchine dello Stabilimento, sorseggiando acqua salata di prima potabilità, batteva il tacco impaziente, come i fidanzati quando aspettano che dalla balconata si affacci la bella, sventolandosi con una rama di oleandri. Non ci fu uno di questi artisti che non mi dicesse:

« O perchè lei non fa il ritratto a quel nano?; pare un pezzo del Ribera, del Velasquez, del Goya: lo tenti. »

E venne l’ora del ritratto al nano Poldino: una mattina d’ottobre, quando i pampini delle viti sgrondano lacrime d’oro, dopo avere estatato nella palude d’Orentano, in mezzo alla grande orchestrazione dei ranocchi, delle raganelle, delle zanzare e dei grilli, i due trascurati transitavano per la popolosa via Marrota, ravvolti, come in una nube di loppa, da uno sciamare di moscerini (il vino ribolliva nelle tinaie) e io dissi al nano:

« Se sei contento, domani ti rilevo la fotografia a mano. »

« E va bene » disse, tra altezzoso e fiero, Poldino.

Il giorno dopo capitò allo studio, ed io tracciai un rapido abbozzo con terre rosse, lacche carminiate e cinabri, che il nano pareva infiammato dentro, tanto era rosso. Quand’ebbi ultimato l’opra, il nano disse orgoglioso:

« Si potrebbe vedere? »

« Perbaccone: specchiati! » dissi, e più non dissi: chè quando Poldino vide il suo ritratto, mi fissò con gli occhi torti, come un diavolo, dicendomi:

« O che io sono come cotesto gambero abbindolato costì? »

Non ebbi tempo, nè coraggio di dire: «Sì», che il nano, credendo d’essere stato dipinto sopra la tela, vi dette una ditata con l’intenzione di sbuzzarla; ma, essendo invece stato dipinto sopra una tavola di legno compensato, con l’impeto la rovesciò contro il muro, slogandosi un dito. Col quale, uscito sul marciapiede, mi ammiccò, apostrofandomi:

« Questa la pagherai cara, » e si allontanò rugghiando.

Quando fu sulla cantonata, si voltò di scatto, gridandomi, convulso e diabolico:

« Bevitore d’acqua che altro non sei! »

 

( Lorenzo Viani, tratto da “Il nano e la statua nera” )

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