Lorenzo Viani, Oggi tortelli


Uno di quegli uomini smontabili che capitano alle fiere e ai mercati segnati dal Lunario, con la puntualità degli uccelli di passaggio, uno di quegli accattarotti zingareschi fatti di tutto un po’, di legno e di ferro, di cuoio e di latta, con le membra amputate rassodate come le rame dei frutti potati per la loro stagione, stazionava ieri fuori l’uscio dell’Osteria di Manuelle del topo, prossimo al conchino dei fiori messo a decorazione di uno dei pilastri della porta d’ingresso.

Un colossale tortello fatto di carta vetrata, per dare ai passanti l’illusione del formaggio grattugiatovi sopra, e ripieno di resinosa segatura di pino pendeva dall’architrave; nella tavola soprastante c’era scritto: «Oggi tortelli».

Tortelli
Tortelli

Tra la maraviglia dei branchi dei ragazzi che, festosi e tumultuanti, correvano verso i Corsi mascherati, dimentichi delle scuole e dei grammaticali rigori, l’accattarotti s’è messo, inopinatamente, a coniugare il verbo mangiare: «Tu mangi, egli mangia, voi mangiate, coloro mangiano». A questo momento, l’«arnese» ha stravasato in una lamentela rumorosa, in una lungagnata preagonica: «Soltantoooooo io non mangioooooooo».

Ai ragazzi perplessi si sono congregate persone più serie e ragguardevoli le quali correvano tutte alla pizzicheria più prossima per rinforzare i pasti carnevaleschi con fogliate di prosciutto e salame, sòrra o caviale, peperoncini sott’aceto o cipolline novelle.

L’accattarotto scaltrito, dopo un breve respiro, dopo aver rivolto gli occhi supplici al cielo e le mani alla dura terra, ha continuato imperturbabile la coniugazione: «Tu mangerai, egli mangerà, voi mangerete, coloro mangeranno». Poi, la solita lungagnata lamentevole: «Soltanto io non mangeròòòòòòò…».

Gli astanti si sono guardati nel viso mortificati; quel tono lamentoso di uccellaccio che s’attrista aveva sconturbato gli appetiti, uno s’è fatto ardito di commentare: «Ma pure voi, fratello, avete l’apparenza d’uomo appastato e satollo».

– Signor mio bello, – ha detto contristo l’accattarotto – è questione che quel po’ di pane che romico (che rosico) mi va tutto in grasso, e quel po’ di vino sciacquerello che bevo, mi va tutto in sangue: dove manca Dio provvede. Il nostro destino quotidiano è scritto lassù. – E l’accattarotto ha volto le braccia al cielo. Gli astanti vi hanno volto istintivamente gli occhi e qualcuno ha letto invece sulla tavoletta: «Oggi tortelli».

– Mi sembra che parli per simboli d’eresia, – ha commentato uno.

– E in grammuffa (il gergo dei vagamondo).

– Tuttavia ci vogliamo levare una curiosità – ha detto un signore dall’apparenza notarile.

– Galantuomo, qual è il luogo da cui provenite?

– Vengo di là, – ha risposto evasivamente l’accattarotto, accennando la verde linea della pineta mareggiante.

– E dove andate?

– Vado là, – e l’accattarotto ha accennato vagamente la linea impassibile e sterminata del mare su cui aravano delle paranze in cala.

– Benchè le vostre risposte siano discretamente prudenti ed evasive, pure oggi dovete stordellare anche voi, – e il signore dall’apparenza notarile ha dato lire dieci d’argento all’accattarotto, il quale lo ha ringraziato, ma col misurato rispetto di chi avesse avuto in elemosina due lire di nichel.

Quando il beneficato s’è accorto che la moneta era d’argento ha gridato:

– Signor mio bello, dimando perdonanza, credevo si trattasse di un «Cavourre» di nichelio. Perdono or dunque e grazie infinite.

– Voi vi può comperare chi non vi conosce, – ha detto indispettito il signore all’accattarotto, andandosene.

– Chi è quella signora che con un sottile arco della bocca accenna un tenue sorriso? – ha detto impermalito l’accattarotto, a una signora che aveva appena appena sorriso.

La signora arrossendo s’è rifugiata in fretta e furia nella salsamenteria.

La comitiva che per un po’ aveva stazionato davanti all’accattarotto s’è tutta congregata davanti al banco del pizzicagnolo, un omaccione lardato e possente che sopraffaceva tutti per la imponente statura. La coltella rotabile recideva sottili fette di salami novelli, le coltelle affilate scarnivano ossa di prosciutto, affettavano minutamente lingue salate; i barattoli dei peperoncini sott’aceto, tanto verdi che parevano verniciati di fresco, e quelli delle cipolline scemavano a vista d’occhio. Inopinatamente il padrone ha schizzato un’occhiata sull’uscio d’ingresso e si è fermato sul taglio di una fetta di prosciutto, come se fosse stato incantato. Istintivamente tutti i clienti si sono voltati. O meraviglia, l’accattarotto imbaldanzito, cigolando, stridendo e crocchiando, si avanzava verso il banco.

Appena scorto il signore che lo aveva beneficato ha riattaccato in maggiore la coniugazione del verbo mangiare tuonando: – Io mangio… per bontà sua, signor mio bello, – e gli ha fatto un inchino… – tu mangi… egli mangia…

Il padrone, non cognito dell’antefatto, ha apostrofato l’intruso: – Ei, demonio, di’ all’istante cosa desideri che ti servo subito perchè tu fili via dritto come un fuso. Confidenzioso che altro non sei!

– Io desidero un etto di cacio romano salato – ha detto secco l’accattarotto.

La folla dei clienti s’è sbandata in due e l’accattarotto s’è approssimato al banco rimbaldanzito, ha ripetuto scandendo le parole: – Desidero un etto di formaggio romano salato!

Il padrone, bracco, bracco, ha volto il capo alla stiva dei formaggi compitando su ogni forma, come un ragazzo di scuola: – Pecorino, parmigiano, sardo, lodigiano, gorgonzola… – e, diventato rosso come un peperone secco, ha detto piano piano all’accattarotto e con voce carezzevole: – Romano, proprio romano, non ce n’è… è alla stazione, lo svincolo eccolo là…

– Ho capito – ha detto insuperbito l’accattarotto – in questo paese c’è di molto fumo, ma arrosto punto; – e cigolando, e crocchiando, e stridendo, è uscito all’aperto soffiando come un mantice.

– Ma mi pare che abbia offeso tutto il paese!

– Ma guardate chi mi ha fatto rimanere in vergogna oggi – ha detto il melenso pizzicagnolo; – gli va a saltare in testa proprio il cacio romano… cacio romano, capite?… per beverci bene sopra.

– E che mutria!

– Ci vogliamo levare un’altra curiosità – ha detto il signore che aveva beneficato l’accattarotto; – vogliamo vedere dove va a sperperare i denari che gli ho dato per elemosina? – e tutti i clienti, e il padrone, e i garzoni son corsi trafelati sull’uscio per pedinare con gli occhi l’accattarotto, il quale, a capo in su come un gallo, leggeva le insegne dell’osterie, slittava davanti a quelle che avevano l’apparenza di negligenza.

– Ma dove va a finire? – e la gente non respirava più dall’ansia.

L’accattarotto ha fatto sosta davanti all’osteria di Manuelle del topo, ha guardato il fantastico tortello di carta vetrata che, mosso dal vento, dondolava come una mannaia dentata: «Oggi tortelli».

Tortelli
Tortelli

L’accattarotto è entrato.

– Hanno il fiuto come i cani tartufai quella gente – ha detto il notarile signore; – ha scelto proprio il posto dove li fanno più saporiti e piccanti. – Ma non aveva ancora finito il commento che s’è rivisto uscire dall’osteria di Manuelle del topo l’accattarotto tutto stizzito, con un bastone alto levato in gesto minaccioso.

I clienti, dopo averlo veduto scantonare, son ritornati al banco in fretta e furia, ma poco dopo sono stati sconturbati dalla iraconda voce di Manuelle del topo che, quasi ruggente, diceva: – Insomma, oggi sono rimasto in vergogna a cagione del cacio romano salato: me ne dai una forma?

Il padrone della pizzicheria (mal comune è mezzo gaudio) ha sorriso spalancando gli occhi: – Ti ha chiesto il formaggio romano salato anche a te?

– Chi te l’ha detto?

– Qui ha fatto una mezza rivoluzione.

– Là da me ha detto che questa negligenza ce l’avrebbe fatta pagar cara e che lui non si può cibare di tortelli se non ci vede sopra una bella nevicata di cacio romano. «Ma di quello che fa arrabbiare voglio», ha detto quasi inferocito. Ora lo cerco, questo magno formaggio, e poi, rivado in traccia del superbioso e glielo batto sul grugno come si fa ai gatti.

– Cacio romano… capite!

– Quello che fa arrabbiare la bocca.

– E noi si sta qui a farci strippare al banco, e lui a quest’ora, ci giocherei la pelle, è seduto, bello pari, da «Antonio» con una stiva di tortelli e li mangerà a fieno, davanti al mare, ventilato dal maestrale fresco… e noi si sta qui a farci strippare…

 

 

( Lorenzo Viani, Oggi tortelli, racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

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