Lorenzo Viani, Scartabellando l’anagrafe


I nomi si logorano con l’uso tal quale le parole. Chi, qualche anno fa, voleva traghettare il lago di Massaciuccoli doveva imbarcarsi sopra un chiattino che veniva spinto dal remo di un barcaiolo che si chiamava Tiberio. L’unica cosa che spingeva il pensiero verso il Re di Alba era la possibilità di annegare: Tiberio era tanto logorato dall’uso del remo che sembrava d’essere con un’ombra sulla barca di Caronte.

Sfogliando queste lingue di gatto archiviate dentro certe stipe di cipresso, quanti Luigi vi capitano sotto gli occhi. Questo grande nome, dentro queste cantere si è logorato come quando il sapone è dimenticato nella tinozza colma d’acqua. Luigi, il Buono, il Germanico, d’Oltremare, l’Infingardo, Cuor di leone, il Santo, il Padre del popolo, il Giusto, il Prediletto, Luigi duca d’Orléans detto Egalité, decapitato. Nell’uso, questo bel nome, viene sovente decapitato: Gigi.

Viareggio - Piazza Vecchio mercato - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.12 settembre 1994
Viareggio – Piazza Vecchio mercato – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.12 settembre 1994

Giovanni. Quanti, Dio mio! Ghiaiottola di fiume ruzzolava tra ripe petrose che s’arrotonda nell’identità dell’uova sode. Giovanni Nepomuceno, Evangelista, Giovanni senza terra, Huss l’eresiarca, Giovanni il Buono, Re di Francia, Giovanni da Procida, Giovanni Pisano. Nell’uso questo nome viene sincopato: Gianni.

Nè meno sovente ci s’imbatte in Pompeo, nome spicciolato così alla buona. Pompeo, nome pesante, Pompeo l’uccisore del Re Giarba, colui che obbligò il Re Mitridate ad avvelenarsi, che fece prigioniero Aristobolo Re dei Giudei dopo aver soggiogato il Re Tigrane. La gente minuta spicciola questo bel nome con un: Pèo, quasi uno sbadiglio.

Mi è accaduto una volta sola d’incontrare il nome di Epaminonda: il Tebano. Epaminonda gagliardo di corpo, modesto, prudente, grave, saggio, agile, tollerante, cui nessun Tebano agguagliava nell’eloquenza, primo alla Rocca di Tebe, chi porterà il tuo nome a logorarsi per il mondo?

Non mi fu difficile identificare colui a cui fu imposto il nome del Tebano. Egli è un pacifico lavoratore del marmo a cui per la espressione serafica e la barba fluente ben gli sarebbe convenuto il nome di Paolo il taciturno, perchè egli lavora e tace. Paolo il taciturno perchè vi sono dei Paolo impegnativi: Paolo terzo, e Paolo secondo, quello che concesse l’abito rosso ai Cardinali, Paolo Apostolo, Paolo primo imperatore di Russia, Paolo Veronese, Paolo Guinigi. Nell’uso questo nome sonoro si spicciola nel diminutivo Paolino, o sale nel controcanto: Sor Paolo; è sommamente difficile stare equilibrati su questo nome: o si scende o si sale, come sulle scale.

Un Dagoberto solo: Dagoberto Re di Francia. Quel Dagoberto ch’è qui nella stipe è forse oggi cittadino del cielo, chè tal nome più non s’ode proferire. Pochissimi Narciso, i quali prendono certo l’aire dal primo vanerello di se stesso. Ma di un Narciso, dotto di greco e di latino, il quale, per vicende della sorte incostante, s’era ridotto a gestire nel Castellare di Montramito una rivendita di vino, bisogna far verbo. Narciso del Castellare era basso e grasso come una botte: il vero ritratto della salute, ed era l’impresario di una festa che metteva in subbuglio tutte queste contrade: il volo dell’asino.

Alla sommità del Castellare di Montramito veniva piantato un palo solidissimo e ci fermavano il capo di un canapo; l’altro capo lo legavano al calcio di un pioppo del piano; il ciuco, bendato e infioccato, se ne stava lassù, in cima, sotto un baldacchino dorato. Quando si approssimava l’ora del volo, sulla groppa dell’asino mettevano due grandi ali di cartone tutte infiorate, poi imbracavano la bestia e l’agganciavano al canapo e le davano l’aire tra gli urli della gente. Narciso, vanerello di se stesso, si specchiava nella tinozzella dove suoleva sciaguattare i bicchieri avvinati.

Era molto diffusa la superstizione, specialmente nella classe dei contadini, che se durante il volo l’asino ragliava quella sarebbe stata una buona annata e tutti erano allora allegri matti e pigliavano sbornie a refe nero. Ma se il ciuco non ragliava, tutti rimanevano mogi mogi e senza voglia di dire: «Ahi! è proprio vero che la contentezza o la scontentezza del cuore umano può dipendere anche da un raglio d’asino». Narciso asseriva che anche Teofrasto era di questo parere.

Federigo, il più gran Federigo che abbia conosciuto io, – il grande amico Tozzi si chiamava Federico, – era un gobbo venditore di giornali e oggetti minuti sul canto della piazza Grande, il quale aveva contro i suoi tormentatori il furore di Federigo Barbarossa, specialmente se per ispregio lo chiamavano Ghiguccio, o Ghigo. Con quei diminutivi pareva che gli raccorciassero la statura, che era già così negligente. Per la superstizione che quelli un po’ curvi di spalle, – assai diffusa, – portino fortuna, quando il Federigo vendeva le cartelle della tombola tutto il paese assediava il suo chiosco.

La sera il Federigo era sfinito: «Me ne potrei tenere un po’ per me della fortuna. Ma non sono ancora perduto». Federigo fu anche Lazzaro dell’amore: la sera quando tutto dorme, e dorme anche il creato, egli spasimava davanti a una finestra eternamente chiusa.

– Ma non sono ancora perduto, – urlava Ghiguccio riducendosi al chiosco.

Ghiguccio non si sentiva ancora perduto perchè era anche rabdomante e segnalava l’acqua di cielo e di terra.

Viareggio - Piazza Vecchio mercato - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.7 giugno 1993
Viareggio – Piazza Vecchio mercato – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.7 giugno 1993

Chi ha nome ha roba. Il nome bisogna lavorarlo come i bozzoli. Tu ti farai un nome e dopo gli altri lo mettono in uso e poi si logora e bisogna riconiarlo. Impara almeno a scrivere il tuo nome. I vecchi contadini firmavano con una croce. Quando erano in tanti a fare un contratto, in calce all’atto ci spuntava un piccolo cimitero.

A uno che aveva contravvenuto la legge fu detto dall’agente: «Datemi il vostro nome». Al che il censito rispose: «E se vi do il mio nome, come mi chiamerò io domani?»

I nomi vanno a raffiche come il vento. I nomi hanno le Epoche e le Ere. Ci sono certi punti fissi della storia rimarchevoli per qualche avvenimento memorabile in cui i nomi degli artefici sono come folati dal vento e si sparpagliano come le foglie nell’uragano: Annibale, Anchise, Cesare, Marco, Orazio, Americo, Omero, Dante, Virgilio, Costantino, Alessandro, Aristide, Pindaro, Romolo, Aristotele, sono secoli e secoli che camminano sulle spalle dei piccoli mortali.

Vi fu un’epoca verso il quarantotto, in cui, per far la nominazione sbrigativa, ricorrevano ai numeri: Primo, Secondo, Tersilio, Quarto, Quintilio, Sestilio, Settimo; ma la frenesia del nome augurale riprese subito il sopravvento e allora si complicò: Felice primo, Fortunato secondo: peggio che peggio. Un Felice primo finiva in un Asilo, e per un Fortunato secondo, all’atto di essere incassato, si accorsero d’aver fatto la cassa un palmo più corta e dovettero inzepparcelo a forza. Per amor del bel nome nessuno è fatto Papa o Imperatore.

Anche il popolo minuto studia sulle carte i nomi con cui battezzare i propri figli. L’aspirazione in tutti, al Sacro, all’Eroico, al Sacrificio, alle memorie patrie, alle favole mitologiche, ai capistipiti della Genesi, si palesa dai nomi dei propri discendenti.

I due figli di un fabbro barbuto come Vulcano, battitor di mazza e di ottave, si chiamavano, uno, il maggiore, Tubalcaino, – parente stretto di Caino, – il quale trova l’arte di lavorare il rame e il ferro; e l’altro Rutilio, tardo omaggio a Numanziano.

Molti Adamo, nessuna Eva. Una infinità di Abele, nessun Caino. Moltissimi Paride, altrettanti Enea, rarissimi Simone, non ispirati certo nè dal calzolaio Simon, il parigino che consegnò ai commissari della Convenzione il fanciullo Delfino, figlio del defunto Luigi XVI, nè dal primo Eresiarca Simon Mago, ma certo da Simeone che portò la croce.

I Settari sono quasi del tutto banditi, Cerinto, Imeneo, Fileto, Ebione, Carpocrate, Prodico, Cerdone, Marcione, Teodato, Eracleone, Bardesano, Seleuco, non compaiono mai sulle pergamene; v’appare una sola volta Ario Cirenaico, il più famoso.

 In queste terre sono frequenti i nomi rinverditi dalle tragedie dell’Alfieri. Pilade, Oreste, Elettra, ce ne sono a iosa, Saul si è tramutato in Saulle. Bello o brutto che sia, tutti tengono al proprio nome che li ha, da ragazzi, portati a casa tante volte.

Guai serii possono derivare dall’oblio o dalla negligenza del proprio nome. Una notte, di rade stelle, fu trovato dagli agenti un uomo disteso in mal onesta positura sull’impietrato di un vicolo; l’uomo era sopraffatto dal vino. Interrogato chi fosse, non poteva declinare il proprio nome perché lo aveva dimenticato.

– Possibil mai? – disse conturbato il più anziano degli agenti.

– Ho tanti pensieri per il capo, – rispose sbalordito l’uomo.

– Voi siete un otre di vino: date subito il vostro nome e cognome.

– L’ho sulla punta della lingua, ma non vuol venire.

– Allora venite voi con noi: al trotto.

Due ritardatari, conoscenti dell’arrestato, vedendolo portar via fecero le loro meraviglie ad alta voce:

– Cosa avrà commesso il Matteo Ramacciotti?…

– A proposito, – disse altero l’arrestato: – Io sono Matteo Ramacciotti del fu Donato, nato…

– Basta, basta, andate.

Molti, invece, ricordano, e sempre, prenome, nome, cognome e soprannome. Anche da questo eccesso di memoria possono accadere inconvenienti non trascurabili. Udite, era una notte piovorna e tuonava alla marina quando un signore (uno di quelli che ricordano sempre nome, prenome, cognome e soprannome) bussò alla porta di un albergo nel quale era rimasta libera soltanto una camera; l’albergatore, destatosi dal primo sonno, dalla finestra del secondo piano chiese chi fosse.

– Sono Biagio Francesco dei Pagani Cappellari detto Tagliarino.

– Mi dispiace, ma siete in troppi e qui non c’entrate, – e l’albergatore stangò la finestra.

 

 

( Lorenzo Viani, racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

 

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