Federigo Tozzi, Da Siena a Siena – 8 dicembre 1902


Siena
Siena

Per tutto il fascino che sento per lei mi perdoni quello che sono per scrivere!
Questa volta non la terrò allegra, son certo.
Non tutti i giorni della mia vita hanno il riso della giovinezza e la gioia di un cuore soddisfatto.
Una volta gli angeli scendevano volentieri dai loro troni lucenti per consolare gli uomini, ma ora, ohimè, la sola leggenda ci rimane per rimpiangerli.
Io devo, signorina, lavorare più di lei.
Ella forse nel lavoro trova una soddisfazione, le sue mani sui fiori di qualche ricamo, hanno più fortuna delle mie.
A Lei la tranquillità soffusa nel salottino elegante, nella luce temperata e nel tepore: a me, Ella lo indovina, una stanza brutta assai volgare, per valermi di un aggettivo di moda, dove solo i miei sogni pieni di fantasmi e di suggestioni come le visioni pallide di frati medioevali, danzano intorno vanamente.
Se Ella mi vedesse con la fronte posata dentro il cavo trepido di una mano, guardare dolcemente lungo le righe d’una pagina stampata, inseguendo nel volo ardente e silenzioso della mia anima una immagine incantevole, oh! Ella non riderebbe!
I miei segreti, Ella non li conosce; ed è bene.
Ho bisogno di dirle che le mie lettere sono come le stoffe orgogliose che coprono l’ossa d’un disperato?
Forse Ella non mi crederebbe.
Ma è così.
Sì, nella corsa ardente della mia vita, che pulsa nelle mie vene irrequiete e anelanti, nel pensiero angoscioso che m’invade, mi troverebbe or dubbioso, scettico, magari beffardo.
Ma non lo sono.
Anch’io ho bisogno più d’altri della finzione, della finzione che piace, sa!
Ella pensa: questo… Rodolfo ha bisogno d’un soldo?
Io le rispondo gridando: no, no!
Ho bisogno d’illusioni, io che penso con Max Nordau che l’illusione è il migliore dei beni dello spirito umano. Come vede, sono contento di un paradosso!
Ride?
Il fumo del mio ponce è un’evanescenza che sale nell’Invisibile…
Le mie digestioni – molto differenti dalle sue, o signorina – sono necessarie – sono la base prima del Necessario…
Come vede, questo misticismo, a cui pochi credono, mi domina interamente.
Ride? Io invece mi faccio più serio.
Conosce il Cyrano? – Diamine!
Allora queste parole non le possono essere sfuggite:

«………….non, merci! Mais… chanter,
Rêver, rire, passer, être seul, être libre,
Avoir l’oeil qui regarde bien, la voix qui vibre,
Mettre, quand il vous plaît, son feutre de travers,
……………………………………
N’écrire jamais rien qui de soi ne sortît,
Et modeste, d’ailleurs, se dire: mon petit,
Sois satisfait des fleures, des fruits, même des feuilles,
Si c’est dans ton jardin à toi que tu les cueilles!
……………………………………
……………………………………
Déplaire est mon plaisir. J’aime qu’on m’haïsse».

Ora, meno il suo intelletto o il… suo naso, io ho il cuore di Cyrano!
Se ho scritto le due lettere in un caffè e in una trattoria, non è perché io passi tutto il giorno a bere caffè o a mangiare porzioni di pasta asciutta, ma perché scrivendole lì, mi piaceva di più.
Mi vuole più sincero?
Lo so, a volte, anzi spesso, la sincerità non piace alle donne, perché essa ha la disgrazia di essere troppo rude; per Annalena dovevo fingermi un elegante col naso pieno di aromi e co’ baffi tirati in su… Ma che vuole, io conosco e gusto altri passatempi!
E poi – ci creda – non è questione di volgarità, è questione… d’appetito.
Con ciò, si capisce, io non voglio urtarmi con lei. Se mi scappa qualche sgarbatezza mi perdoni, ché all’infuori della mia Mimì non conosco altre donne.
Ci crede?
Non posso spiegarmi.
Lasciamo andare le chiese! Stiamo pure all’aria libera, respirando liberamente altre aure. Per un momento posso lasciare anche il diletto dell’arte religiosa, ché poco danno me ne viene. Ma non ci partiamo dall’arte. E dicendo così, questa volta, intendo di esprimermi in una concezione latissima che tutte le forme dell’arte comprende.
Le piace notomizzare con me questa manifestazione dell’intelletto?
Posso essere importuno e insistente quanto lo è una zanzara, ma non per questo cedo alla speranza d’avere corrispondenza con Lei! Le pare? Nel tempo che scrivo una lettera non sento manco il freddo della mia stanza!

 

 

( Federigo Tozzi, Novale, 1925 )

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