Lorenzo Viani, Il “Bava”, il maestro dei Capitani Viareggini


L’altra mattina, sulle cantonate della vecchia Viareggio, è stato affisso un manifesto luttato: «Stanotte è morto Raffaello Martinelli, capitano marittimo; il trasporto avrà luogo domani sera, alle ore 19».
I vecchi marinari, sempre mattinieri, compitavano e commentavano l’avviso funebre, verniciato ancora dal pennellone dell’attacchino. Siccome ogni marinaio, vecchio o giovane, è sigillato da un soprannome, che, per la sua aderenza spietata, distrugge quello del battesimo, i vecchi navarchi si dimandavano perplessi: «Chi sarà?».
Dopo aver pensato e ripensato uno di loro ha detto risoluto: «È il «Bava»! Siamo della medesima leva, andammo alla visita insieme. Raffaello Martinelli è lui».
Propagatasi la voce che il defunto Raffaello Martinelli era il «Bava», il maestro di quasi tutti i capitani marittimi viareggini, un doloroso stupore si è diffuso sulle calate e nelle darsene.

Viareggio - Brigoletta ''Flavio Gioia'' - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.13 febbraio 1995
Viareggio – Brigoletta ”Flavio Gioia” – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.13 febbraio 1995

Da un po’ di tempo, le famiglie di questi strani tipi d’avventurosi navigatori, annunziandone la morte, al nome di battesimo (morto nel disuso) aggiungono il soprannome, anche se talvolta spietato.
Ma siccome per il valoroso e terribile capitano di gran cabotaggio Raffaello Martinelli la parola Bava era (come soleva dir lui severamente) «simbolo di deterioramento della fama di un capitano di gran cabotaggio», la famiglia ne ha annunziato la morte col solo nome e cognome.
Lo scrivente, quando, alcuni anni fa, ebbe a far uscire il volume che giust’appunto s’intitola «Il Bava», per sommo rispetto all’intrepido navigatore e maestro di nautica si recò da lui, nella casetta profumata di resina e di pece, e con tutte le cautele gli disse del libro e gli fece intendere l’idea del titolo:
– Ma, c’è un ma, – dissi.
– Parlate, – rispose secco il capitano.
– Il volume dovrebb’essere intitolato….
– Il «Bava» – disse, tra diabolico e ironico, il Martinelli, – Bava sia, – soggiunse, inghiottendo come una gozzata d’acqua salmastra. – Però sappiate che questo soprannome, che mi impresse mia madre buonanima, mi ha tormentato dalla culla a tutt’oggi che sono sull’orlo della tomba. Ma, ciò non ostante, Bava sia! Bava sia, perchè in voi, non ci scorgo lo sbeffeggiatore, perchè, quello che m’inferocia, è lo sbeffo, non la bava.

Il «Bava» pareva una polena scalpellata nell’invulnerabile cipresso: un berretto conformato sullo scudo della tartaruga gli aggrottescava il viso conciato dalla salsedine, la bocca, sigillata e secca come una noce; la barba, asprita come l’erba sul fasciame della barca in carena; le ciglia nerissime, secche come aguglioli di pino infissi sulla rupe frontale; due occhi morelli febbricitanti; gli zigomi in rilievo, come le anse di un coppo di terra cotta. Come se egli continuasse un discorso, che faceva mentalmente, disse: – Già, questa mia madre, che Dio l’abbia in gloria, a cagione di certa bavarella, che mi colava dalla bocca quand’ebbi a spuntare i denti, mi fece un bavagliolo di vela da bastimento, che mi arrivava fino ai piedi: e così, per ischerzo, mi chiamava il «Bava», e «Bava» fui da ragazzo, e «Bava» fui sulle coverte, e «Bava» fui qui e fuori, e «Bava» sarò anche nel mondo di là.
Il «Bava» è spirato la notte che ha preceduto la grande adunata del cinque maggio, e doveva essere trasportato alla chiesa e al cimitero la sera del giorno memorabile. Molti marinari e capitani erano già presso la casetta del «Bava», in attesa delle compagnie del clero, quando le campane di tutte le chiese, le sirene di tutte le navi, le fabbriche, i rulli dei tamburi hanno suonato l’adunata.

Suonava anche la campanella del faro, quella a cui era sempre teso l’orecchio del vecchio capitano, perchè quella suona soltanto quando pericolano le barche fuori al molo di levante. Lì per lì è stato deciso che il trasporto del «Bava» sarebbe stato rimandato al dimani sera. Tutta la gente del paese correva verso gli altoparlanti istallati sulla piazza grande, nelle darsene, sul molo. La vecchia Viareggio si è svuotata del tutto. La salma del «Bava», che era di corporatura gigantesca, pronta per l’ultimo viaggio verso l’isola cipressata della eterna luce e dell’eterno riposo, è rimasta vigilata da qualcuno del parentado.

Viareggio - Brigantino goletta pronto ad uscire dal porto canale - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.9 novembre 1993
Viareggio – Brigantino goletta pronto ad uscire dal porto canale – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.9 novembre 1993

Il navigatore risoluto, temerario, tetragono, che aveva a suoi bei giorni circumnavigato, con barchi primordiali, isole e continenti, spingendosi dall’Africa fino al mare d’Arcangelo, era composto sotto un disegno (eseguito dalla mano esperta del «Bava» medesimo) del suo bastimento preferito: il Polifemo.
Col Polifemo il «Bava» aveva (com’egli, per facezia, soleva dire) navigato la Tecca, la Mecca e la Martinicca, per significare ai pigri terrazzani che nessuna terra dell’universo mondo gli era incognita.
I libri-scartafaccio, facenti luogo dei giornali di bordo, i portolani, il giornale nautico ed astronomico, il Manuale del marinaro cristiano, in cui è prescritto com’egli debba comportarsi in terra d’infedeli, i testi delle antiche geografie in rime artifiziate, i libri sui Santi protettori dei naviganti, eran tutti allineati su di un cassapanco di castagno rustico.
Dentro una custodia, la statuetta della Madonna dei dolori, che per tanti anni era stata venerata a poppavia delle barche veliche, comandate dal «Bava»; sotto la statuetta, quattro versi scritti da lui medesimo:

Maria, mar di dolcezza,
i vostri occhi pietosi,
materni ed amorosi,
a noi volgete.

In questa casetta sono stati istruiti, dal «Bava», qualche centinaio di capitani marittimi viareggini. Il «Bava», uomo di pratica più che di teoria, addottrinava i giovani con vividi racconti, in cui tragittavano viaggi verso continenti lontani, lungo spiagge insidiose, senza l’ausilio del pilotaggio, perdizioni in isole abitate da mori, attracchi di fortuna, calme e tempeste, naufragi e arrivi festevoli in porti stranieri. La sapienza nautica del «Bava» era fatta di esperienza; le insidie, le secche, i corsi delle precipitose correnti, gli sfoci dei venti gagliardi, dei tifoni impetuosi, erano segnalati dal «Bava» su certi scartafacci, e dal vero, sui quali, nelle ore delle attedianti bonacce, il «Bava» scriveva anche ottave di sua immaginazione estrosa:

Son tanti i fasti che tengo a memoria,
son tanti i casi e son tanti i motivi,
ch’or mi fanno compir dolente storia…

S’inizia così un poema marinaresco, che ingombra pagine e pagine di tutti i libri-scartafaccio, sui quali il «Bava» annotava tutti i «successi» delle ardimentose navigazioni. Chi non ricorda a Viareggio la strana figura del «Bava», alto, sempre vestito di nero, con un cappello sodo, i colletti bianchi inamidati, un cravattone nero vellutato, asprito da una barba spinosa, con una voce potente come un altoparlante? Strana figura del primo Ottocento sperso in questo secolo dinamico, in cui le immense vele di nostalgia dell’antica navigazione scapigliata e temeraria sono state ridotte o abolite dai motori ausiliari, tenacemente ottimisti; strana figura che, circondata dagli scolari, transitava per le vie della vecchia Viareggio, continuando all’aperto la lezione cominciata nella casetta e che invariabilmente si concludeva al tavolo di una rimescita gestita da un marinaro, il quale, stanco della travagliata vita del mare, si era messo a trafficare di vino ferrato e solforoso.
Quando nel ’32 uscì il volume sul «Bava», l’arcigno e scontroso capitano, che aveva polemizzato con tutti i maestri di nautica (com’egli diceva patentati), fu subissato di domande e d’interviste fatte anche da gente altolocata nelle lettere italiane. L’organo della Lega Navale Italiana, L’Italia marinara, pubblicò una grande fotografia dell’ombroso «Bava», circondato da una moltitudine di giovani letterati, concorrenti al Premio Viareggio. Il «Bava», in mezzo a quei giovanotti, sembrava un uomo di un altro pianeta caduto sulla terra.
«Il «Bava», – scrisse in quei giorni l’accademico Romanelli, scultore insigne e marinaro ardimentoso e viareggino d’elezione, – è parente di Tono della Strizza capitano, e nipote di Zi’ Menno e dello sciancato Argano, padroni di gozzi, gente di leggenda, ma veri in carne, che bevvero da ragazzi,senza paura, il fetore delle acque della Burlamacca e da grandi portarono la bandiera di Viareggio ai confini del mondo. È degno dei loro nipoti, che dall’Artiglio si calumano ora, ridendo, in fondo alle valli più depresse del mare Oceano».
Il «Bava» è morto a ottantatrè anni: – Per più della metà della vita, mi son guadagnato il pane in quella madia lì, – e il Martinelli accennava al mare, incassato tra la vetta di Monte Corso e Monte Nero, madia dura più dell’arcile di rovere.

 

 

( Lorenzo Viani, Il Maestro dei Capitani Viareggini, racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

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