Lorenzo Viani, Incontro con la “Mamma dei cani”


Una venticinquina d’anni fa i cani randagi di queste contrade avevano trovato una madre premurosa ed amorosa nella celebre scrittrice Luisa de La Ramée: rebbiati dal bastone nodoso del macellaio arcigno, quando di soppiatto addentavano un rocchio di ciccia sotto il banco, granatati, sul capo, dalla massaia quando li sorprendeva a rufolare sotto l’acquaio, martellati dal fabbro ferraio quando trafficavano intorno alla striscia di lardo ch’era la sua colazione, impallinati dai contadini appena facevano apparizione sull’aia dove si macellava il porco, minacciati su tutti i crociali delle vie maestre dalla lacciaia degli accalappiacani, i cani randagi, di paese in paese, finivano al mare.

Viareggio - Chiesina anglicana voluta dalla colonia inglese residente a Viareggio e costruita nel 1909 in via L.da Vinci, oggi è stata trasformata in una pizzeria - Foto tratta da "Nuova Viareggio Ieri" N.3 giugno 1992
Viareggio – Chiesina anglicana voluta dalla colonia inglese residente a Viareggio e costruita nel 1909 in via L.da Vinci, oggi è stata trasformata in una pizzeria – Foto tratta da “Nuova Viareggio Ieri” N.3 giugno 1992

Vicino al mare s’era stabilita «la mamma dei cani» in una casa mezzo smobiliata che esalava il tanfo del canile. La povera «Ouida» negli ultimi anni desolati della sua vita, come coloro che hanno masticato l’oppio, sognava sveglia e, come tra veglia e sogno, se ne andava lungo la battima del mare con una sturma di cani di tutte le razze, arrembati, troncolati, incimurriti; i più tribolati erano presi in collo e alimentati con biscottini. Una serva alta e membruta dai capelli rossi sagginati, maculata di semola nel viso potente, mostrando i pugni chiusi come nodi di quercia ai ragazzi randagi li minacciava con una voce da orco:

– Se ci noiate, di voi ne faccio tonnina!

La celebre scrittrice indebolita di cuore e di mente, diseredata come una mendica, s’era congregata con questa donna rissosa e manesca che le fu fedele per tutta la vita. Nel paese a questa donna ombrosa le dicevano, per soprannome, «La cervelli», ma a cagione del testone enorme e dei discorsi ch’ella faceva dopo essersi asservita alla «Ouida» si tramutò in «Sette cervelli». La «Sette cervelli» portava al pizzicagnolo dirimpetto a casa certi libri rifoderati di pergamene con delle piccole stole d’oro per segnapagina e insieme li aprivano sul banco:

– Cosa ci dirà in tutto questo «pippiume»? – (i libri erano scritti in inglese) e molti finivano infilzati nel ferro in cui si stiva la carta da involgere.

Sovente alla casa della scrittrice bussavano circospetti uomini che avevano del monatto e dell’aguzzino intonacati in una cappa d’incerato nero con gli scarponi rinceppati d’ontano e un berretto basco sul capo: erano gli accalappiacani, i quali, prima di somministrare la polpetta avvelenata al cane che il giorno innanzi avevano preso alla lacciata, venivano ad offrirlo per un quartuccio di vino alla mamma dei cani. Nella casa della scrittrice c’era una tal cananea da mettere in rivoluzione un vicinato, un guattire, un uggiolare, un abbaiare continuo a cui si aggiungevano i ruggiti della serva quando qualcuno del vicinato, facendosi sull’uscio, proferiva improperi contro «la mamma dei cani».

Una mattina «la mamma dei cani» fu trovata morta nel suo lettuccio e intorno al letto c’era l’uggiolìo di tutta la sturma dei cani; qualcuno si era accucciato ai piedi sì come sogliono essere scolpiti i cani nei sarcofaghi, a simbolo di fedeltà.

– È morta «la mamma dei cani». Sentite che abbaio?

– È morta la mia padrona, – disse sconsolata la serva, affacciandosi tutta scarduffata, al pizzicagnolo che dava leva alla saracinesca: – Tu vedessi quanti libri. Io son l’erede universale. Domani la trasportano ai Bagni di Lucca per interrarla nel camposanto degli Inglesi e le ci fanno anche la statua.

Il dimani due cavalli che sembravano di legno, covertati di nero, con soltanto fuori gli orecchi, tenuti su dalle guide rette da un cavallaio camuffato a necroforo, tuba nera con la coccarda gialla, una giubba verde bottiglia lunga, coi bottoni d’argentone, i guanti bianchi, aspettavano fuori l’uscio della scrittrice. Il carro simile a un serbatoio d’acqua impeciato aveva la schiudenda spalancata e il teschio scolpito rimaneva tra l’usciolo e la pedana. Qualche vecchio signore vestito color malva, con dei gilè ricamati di foglie di salvia, e dei goletti inamidati, tanto alti che parevano avere svitato il collo, dal viso rosso volativo, baffi e capelli bianco-rosseggianti come le barbe del granturco, e gli occhi di vetro, dritto come palo, tamburellava nell’attesa il pietrato con la mazza di malacca; e v’era anche qualche signora combusta scarnita, dal secco profilo di prete copto, con i capelli bianchi retati di nero e certe vestaglie che parevano bruciate e incenerite. Quando la cassa fu varata nel carro le donne, che di sul marciapiede osservavano la scena, dissero peritanti:

– Era protestante, la portano lontano di qui.

La serva massiccia, dipanata tutta in tulle nero, quando il carro si mosse si mise subito dopo la chiudenda.

Bagni di Lucca - Cimitero inglese - Foto tratta da "I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga" – Istituto Italiano d’arti grafiche Editore, 1914
Bagni di Lucca – Cimitero inglese – Foto tratta da “I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga” – Istituto Italiano d’arti grafiche Editore, 1914

Oggi torrido giorno in cui le cicale seghettano il fogliame dei castagni lungo la Lima, e le strade sono bollenti come il focolare, ho trovato ricetto all’ombra dei cipressi del camposanto degli Inglesi, isola verde dei morti addossata alle selve dei castagni. Sui pilastri del cancello s’avviticchia una vite rossa che, su alta, s’abbarbica al fusto dei cipressi; cuori rossi palpitanti e coccole aride ed amare rompono la compostezza chiusa della fosca chioma. Nel camposanto il fieno è giallo come il rammarico. I sepolti in questa desolazione affuocata sembrano cuocere sotto le coverture di marmo bollente, i ramarri vi passano ratti come il fuoco, le lucertole vi rimangono sopra tramortite, le tenaci edere tramano sui lastroni mortuari e ai pedali delle croci, groppi di chiocciolini imperlano i palei verdi, le lumache argentano i muschi. Su di un sarcofago, che pare esposto a cuocere, c’è il corpo strutto e scarnato di Luisa de La Ramée; uno splendore quieto emana dalla vasta fronte lavata e rilavata dalla pioggia, gli scolaticci hanno marchiato di piombaggine e di jodio il rimanente del viso; gli occhi puri e contemplativi, sigillati per l’eternità, per un chiarore alabastrino sembra debbano intravedere.

Il capo della scrittrice è alto su due guanciali e dal filo del muricciolo potrebbe vedere i freddi botri vocali della imminente Lima e gli scheggioni soprammessi del suo letto scabro. Vicino alla scrittrice, l’una accanto all’altra, come nella vita, riposano Rosa Elisabetta Cleveland, sorella dell’omonimo presidente degli Stati Uniti, e Nelly Ericksen, la gentile scrittrice danese, vittima della pietà nell’assistenza ai colpiti di un’epidemia; vi ha riposo anche il celebre medico russo Grjzanowki, che tanto contrastò la vivisezione, e molti altri stranieri non oscuri ma eguagliati dall’oblio della morte.

Poi v’è un campo di rassegnate, i cui nomi sono stati in gran parte bevuti dalla pioggia e bruciati dal sole, quelle figure di cera su cui tramano vene celesti che un trepido raggio di sole parrebbe sciogliere, quelle che si veggono sedute sulle panchine ombrate dai ciuffi delle liane insieme ai fiori bianchi e lilla che amano l’oscurità, le quali intonano i loro rantoli secchi e brevi a quelli freschi e pieni di fiume… Oh misero colui che dorme lunge dalla dolce Patria! Nessun figlio riscalda quelle ossa con le lacrime, nè mano amata le invigila…

Al cancello del camposanto degli Inglesi largo come quello di una villa usolano dei cani randagi, intromettendo il muso tra ferro, avventando la calura, come se da un momento all’altro dovesse apparire qualcuno con una ciotola; lungo il muro sonnacchiano altri cani sognando il triccio asprito di nodi del macellaio crudele, o il bastone spaventoso della granata di stipa, o il calappio dell’accalappiacani, e si destano intontiti come se una raffica di pallini avesse loro butterato il muso.
Ma chi è quel tetro signore dalla faccia risoluta e ferma che come uno spettro che abbia inghiottito un triangolo, passeggia guardingo lungo la Lima? Ecco che con passo risoluto egli avanza verso il camposanto degli Inglesi e, non visto, misura la distanza tra lui e le bestie con occhio corvino.
Repentinamente dal viluppo annodato delle sue membra possenti esce, rapido come una saetta, un bastone rabbrividente che scende a molinello sulle costole e le cervici canine… Le bestie caricate di legna abbaiando zoppicano verso altre legnate…

Che quel signore sia il custode del camposanto?

 

 

( Lorenzo Viani, Incontro con la “Mamma dei cani”, racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

 

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