Carlo Collodi (Carlo Lorenzini), Quando ero ragazzo


Collodi - Pescia
Collodi – Pescia

Anni fa, anch’io era un ragazzetto come voi, miei cari e piccoli lettori: anch’io avevo, su per giù, la medesima vostra età, vale a dire fra gli undici e i dodici anni. E, com’è naturale, dovevo ancor io andare tutti i giorni alla scuola, salvo il giovedì e la domenica. Ma i giovedì, nel corso dell’anno erano così pochi!… Appena uno per settimana! E le domeniche?… Le domeniche era grazia di Dio, se ritornavano una volta ogni otto giorni.

Anch’io andavo a scuola; ma non saprei dirvi se la mia scuola fosse elementare, o ginnasiale, o liceale, perchè anni fa, ossia a’ miei tempi, la scuola si chiamava semplicemente scuola, e, quando noi altri ragazzi si diceva scuola, s’intendeva parlare di una stanza piuttosto grande e quasi pulita, nella quale eravamo costretti a passare circa sei ore della giornata, e dove qualche volta s’imparava anche a leggere, a scrivere e a far di conto.

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un finestrone nella parete di fondo, il quale rimaneva nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone-cupo. Presso le due pareti, a destra e a sinistra della cattedra del maestro, ricorrevano due lunghissimi banchi per gli scolari. Gli scolari seduti a destra si chiamavano « Romani » e quelli a sinistra avevano il soprannome giocoso di «Cartaginesi».

Tanto gli uni quanto gli altri erano capitanati da un imperatore: e, per la dignità d’« imperatore » si capisce bene che venivano scelti i due scolari che, nel corso del mese, avevano ottenuto un maggior numero di punti di merito, sia per buoni portamenti, sia per lodevole prova fatta nelle lezioni giornaliere.

Una volta, me lo rammento ancora, il posto d’ « imperatore dei Romani » toccò pure a me; ma fu una gloria passeggiera. Dopo due ore appena di regno, per una delle mie solite birichinate, il maestro mi fece scendere dal seggio imperiale, e fui riconfinato in fondo alla panca. Eppure, sia detto per la verità, ebbi tanta forza da sopravvivere a quella .sciagura, e, in pochi minuti, seppi darmene quasi pace. Si vede proprio che, fin da ragazzo, io non ero nato per fare l’imperatore.

E ora indovinate un po’ chi fosse, in tutta la scuola, lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente ? Se non lo sapete, ve lo dirò io, in un orecchio ; ma fatemi il piacere di non starlo a ridire ai vostri babbi e alle vostre mamme. Lo scolaro pìh irrequieto e impertinente ero io. Non passava giorno che non si sentisse qualche voce gridare:

— Signor maestro, fa smettere Collodi?

— Che cosa ti fa Collodi?

— Mangia le ciliege, e poi mi mette tutti i noccioli nelle tasche del vestito. —

Allora il maestro scendeva dal suo seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come se fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiar posto. Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:

— Signor maestro, fa smettere Collodi?

— Che cosa ti fa Collodi ?

— Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gii orecchi. —

Allora il maestro, dopo avermi dato un altro saggio della magrezza e della durezza delle sue mani, mi faceva mutar posto daccapo. Fatto sta che, a furia di mutar posto tutti i giorni, sulla panca dei Romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino. Fui mandato, per ultimo ripiego, fra i Cartaginesi, e mi trovai accanto al più buon figliuolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da se stesso che dormiva più volentieri sulle panche di scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno. Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accòrsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco in penna. Tant’è vero che, quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza metter tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e, sul gambale davanti, gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra. E il cavallo lo feci con la bocca aperta, in atto di mangiare alcuni grossi pesci, perchè così si potesse capire che quel capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui, generalmente, tutti mangiano di magro. Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, e più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa.

Così, però, non parve al mio amico Silvano, il quale, svegliandosi dal suo pisolino e trovandosi sui calzoni bianchi dipinto con l’ inchiostro un soldato e un cavallo che mangiava i pesci, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

— Ohe cosa ti hanno fatto? — gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.

— Ih!… ih!… ih!… Quel cattivaccio di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi !… —

E, dicendo così, alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura. Tutti risero; ma il maestro, disgraziatamente, non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento; e, senza perdersi in rimproveri e parlantine inutili…. Basta ! per un certo sentimento di pudor naturale, rinunzio a descrivervi i diversi argomenti maneschi, che egli pose in opera per farmi guarire dalla strana passione di dipingere i calzoni de’ miei compagni.

……………………………………………………………………………………………..

Il giorno dopo, fu per me una giornata nera, indimenticabile. Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennandomi un banco solitario, in fondo alla scuola :

— Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni, e va’ a sederti laggiù ! Così ti troverai sempre solo e isolato da tutti…. e così pagherai caro il bruttissimo vizio di molestare i compagni, che hanno la disgrazia di starti vicini. —

Mogio mogio, come uu pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii. Per il primo e il secondo giorno, tollerai, con rassegnazione, la mia solitudine; ma il terzo giorno non ne potevo più: proprio non ne potevo più. I compagni mi guardavano e ridevano : mi pareva di essere in berlina. Dietro le mie spalle, come sapete, rimaneva un finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela di colore verdone-cupo. In un momento di gran noia, mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che, in quella tenda, e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un bucolino. Appena visto quel bucolino, il mio primo pensiero fu quello di allargarlo un poco per giorno, e di allargarlo fino al punto da potervi passar dentro con tutta la testa.

Questo lavoro durò quasi una settimana, perchè la tela della tenda era molto ruvida e resistente. Alla fine, quando il bucolino diventò una buca, feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perchè avrebbero visto un magnifico spettacolo. Detto, fatto; approfittando di quel momento che il maestro stava rileggendo i nostri componimenti, entrai dietro la tenda e cominciai a lavorare col capo. La buca era grande; ma il mio capo era più grande, e non voleva entrarvi : io, però, pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo v’entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro, al solito, non volle ridere: e, invece, muovendosi dal suo banco, venne verso di me, in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo dalla tenda ; ma il capo, che v’era entrato forzatamente, non voleva più uscire.

La mia paura in quel punto fu tale e tanta, che cominciai a piangere come un bambino. Allora il maestro si voltò agli scolari, e, in tono canzonatorio, disse loro :

— Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto studioso, tanto garbato co’ suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange ? Muovetevi, dunque, a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate a rasciugargli le lacrime! —

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fìla a uso processione: e, passando, a due per due, dinanzi a me, mi strofinarono tutti il loro fazzoletto sul viso!

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La lezione fu acerba, ma salutare. Da quel giorno in poi, mi persuasi che, a fare i molesti e gl’impertinenti, si finisce nelle scuole per perdere la benevolenza del maestro e la simpatia dei compagni. Diventai un buon figliuolo anch’ io: rispettavo gli altri, e gli altri rispettavano me: e, dopo un mese di lodevoli portamenti, fai nominato daccapo « imperatore dei Romani ». I Romani, però, della mia scuola, invece di darmi il titolo di Maestà, continuarono sempre a chiamarmi col modestissimo nome di … Collodi.

 

 

( Collodi (Lorenzini Carlo). — Storie allegre. — Firenze, Bemporad e Figlio, ed., 1892. Vol di pp. 214 )

 

 

Firenze - Palazzo Ginori in cui abitò Carlo Collodi
Firenze – Palazzo Ginori in cui abitò Carlo Collodi

 

 

Firenze - Palazzo Ginori - Targa commemorativa
Firenze – Palazzo Ginori – Targa commemorativa

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