Giosuè Carducci, Ricordi di gioventù


Io della mia infanzia non ho memorie nè belle nè buone nè curiose. Il mio più antico ricordo mi pone subito, ahimè, « in relazione con un essere dell’altro sesso », come si direbbe con la lingua d’un certo uso, che, secondo i manzoniani, dovrebbe anche essere la lingua del buon gusto.

Valdicastello - Casa natale di Giosuè Carducci
Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci

Mi ritrovo in un luogo né bello ne brutto — forse un giardinetto presso la casa ove nacqui, — a una giornata nè di primavera nè d’inverno né d’estate né d’autunno. Mi pare che tutto, cielo e terra, sopra, sotto, e d’ intorno, fosse umido, grigio, basso, ristretto, indeterminato, penoso.

Io con una bambina dell’età mia, della quale non so chi sia o chi sia stata, dondolavamo, tenendola per i due capi, una fune; e mi pare che così dicevamo o credevamo di fare il serpente. Quando, a un tratto, ci si scoperse tra i piedi una bella « bodda »: è il nome, nel dialetto della Versilia, d’un che di simile al rospo.

Grandi ammirazioni ed esclamazioni di noi due creature nuove su quell’ antica creatura. Le esclamazioni pare fossero un po’ rumorose. Perchè un grave signore, con gran barba nera e con un libro in mano, si fece in sull’uscio a sgridarci, o meglio a sgridarmi. Non era mio Padre: era, seppi molto tempo dopo, un marito putativo d’una moglie altrui alloggiata per certo caso ivi presso. Io, brandendo la fune, come fosse un flagello, me gli feci incontro, gridandogli:

— Via, via, brutto te! —

Da allora in poi, ho risposto sempre così ad ogni autorità che sia venuta ad ammonirmi, con un libro in mano e un sottinteso in corpo, a nome della morale.

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Valdicastello - Casa natale di Giosuè Carducci
Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci

Mio Padre era un manzoniano fervente…. Ridottosi a vivere in condotta, in uno dei più oscuri paeselli della Maremma, viveva coi contadini, e, nelle ore di riposo o di sosta, con alcuni pochi libri di storia e letteratura, che, oltre i non pochi dell’arte sua, aveva raccolti ed amava. Figuravano tra questi bellissime le opere del Manzoni, con i giudizii del Goethe, le analisi critiche del Fauriel, i commenti del Tommaseo; e quei volumi, rilegati con certa pretensione di lusso, mostravano impressi nelle costole a oro certi fregi che rendean figura come di casette con due alberetti davanti. Io, ragazzo di circa dieci anni, credevo che quella fosse la canonica di Don Abbondio; e leggevo e rileggevo « I promessi sposi ». Perchè, fino a quattordici anni, non ebbi quasi altro maestro che mio Padre, il quale altro non m’insegnava che latino; ma, un po’ per l’indole sua, un po’ per i doveri di medico, mi lasciava molta libertà e molto tempo per leggere.

E io, insieme con le opere del Manzoni, lessi l’ « Iliade », l’ « Eneide », la « Gerusalemme », e la « Storia Romana » del Rollin, e la « Storia della Rivoluzione francese » del Thiers ; i poemi con ineffabile rapimento, le storie con un serio oblìo di tutto il resto: e, aiutato da qualche conversazione di mio Padre con certi amici ed ospiti, per ragazzo ne intendevo anche troppo. Invasato così di ardore epico e di furore repubblicano e rivoluzionario, io sentivo il bisogno di traboccare il mio idealismo nell’azione; e per ciò, in brigata co’ miei fratelli e con altri ragazzi del vicinato, organizzavo sempre repubbliche, e repubbliche sempre nuove, ora rette ad arconti ora a consoli ora a tribuni, pur che la rivoluzione fosse la condizione normale dell’essere, e cosa di tutti i giorni l’urto tra i partiti e la guerra civile.

La nostra repubblica consisteva di ragunanze tumultuose e di battaglie a colpi di sassi e bastoni, con le quali intendevamo riprodurre i più bei fatti de’ bei tempi di Roma e della rivoluzione francese. In coteste rappresentazioni, del resto, il rispetto alla storia non era certo spinto a quegli eccessi pedanteschi che soglion guastare o raffreddare l’ effetto vivo drammatico. Che benedette sassatte applicai, un giorno, a Cesare, il quale era sul passare il Rubicone! Per quel giorno, il tiranno dovè rifugiarsi non so dove con le sue legioni, e la repubblica fu salva. Ma, il dì appresso, Cesare mi colse iu una macchia, affermando sè essere Opimio e quello il luco delle furie: invano io protestai contro Panaeronismo e per la mia qualità di Scipione Emiliano: egli mi fece togliere in mezzo da’ suoi cretensi come un Gracco qualunque e flagellare, mentre io chiedevo che almeno rispettasse la storia, lasciandomi libero di farmi uccidere al mio schiavo.

Come picchiavano e rideano quei cretensi! Me ne vendicai, per altro ed in breve, e storicamente, quando, presa d’assalto una rimessa che faceva da Tuileries, stimai bene di lasciar libero il corso al furor popolare su gli svizzeri prezzolati di Luigi XVI. Ma il rumore di questi grandi fatti giungeva qualche volta alle orecchie del mio manzoniano Padre, il quale, allora, nulla commosso dalle mie oneste ferite, mi condannava pur troppo a lunghe prigionie: in mezzo alle quali egli, di quando a quando, riappariva per rivedermi il latino, e mi lasciava tre libri su ‘1 tavolo, dicendomi serio ed asciutto:

— Leggete qui, e persuadetevi che il « tarantantara » classico non è più per questi tempi. —

I tre libri erano: la « Morale cattolica » di Alessandro Manzoni, i « Doveri dell’uomo » di Silvio Pellico, e la « Vita di San Giuseppe Calasanzio »  scritta da padre Tosetti parmi) del secolo passato.

Che idea fosse quella del manzoniano mia Padre di dare a leggere la « Morale cattolica » a un ragazzo in non so: so che, d’allora in poi, per un gran pezzo, morale cattolica e frati, doveri dell’uomo e santini, furono per me la stessa cosa: e odiai quei libri, d’un odio catilinario. Essi mi rappresentavano la mortificazione, la solitudine, la privazione di libertà e d’aria e di combattimento, la fame delle grandi letture, un nuovo carcere tulliano. Trovavo uno sfogo ad affacciarmi alla finestra, declamando la parte di Guglielmo de’ Pazzi:

Soffrire, ognor soffrire! altro consiglio
Darmi, o Padre, non sai? Ti sei tu fatto
Schiavo or così che del mediceo giogo
Non senti il peso e i gravi oltraggi e l’onte?

Dispetto i cretensi e gli svizzeri erano sotto la finestra, e ridevano, e mi gettavano pomi.

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Valdicastello - Casa natale di Giosuè Carducci
Valdicastello – Casa natale di Giosuè Carducci

Il primo passo verso il numero dei più, cioè degli « uomini stampati » lo feci presto, e da buon Italiano, con un sonetto, un sonetto d’occasione, e quale occasione! per i coristi del Teatro di Borgo Ognissanti, o, salvo il vero, della Piazza Vecchia. Era il 1852; e io studiavo, o, a dir meglio, non studiavo affatto, filosofia dagli Scolopii. Stavo vicino in Via Romana con Emilio Torelli stampatore, e già dei fedeli, dei veramente ed onestamente fedeli di F.D.Guerrazzi. Egli mi chiese il sonetto. Come dir di no a un democratico del ’48, che aveva tale una franca impostatura tra di soldato e di ciompo (egli fu capitan dei municipali, e sua madre era piemontese), e portava sempre uno smisurato cappello o di felpa o di paglia, all’ombra delle cui grandi ale poteva riparare una cospirazione? Diedi il sonetto; e fu stampato anonimo. Non me ne ricordo; ma ci doveva essere qualche frase di Armonide Elideo, o, meno arcadicamente, di Angelo Mazza.

Il vero primo passo, per altro, e questo con la ferma intenzione di peccare, solamente non seguita dall’effetto, lo avevo mosso qualche mese innanzi. In quegli anni, io scrivevo sempre: ammiravo il bello da per tutto, cioè non capivo nulla. Ebbi, in una giornata di luglio, il coraggio di mettere assieme in tutti i metri che mi corsero per la testa (nessun barbaro: allora, al più, rifacevo alcaiche sul modello del Fantoni) una novella romantica. L’intitolai Amore e Morte. C’era dentro un po’ di tutto – un torneo di Provenza – e il rapimento della regina del torneo fatto da un cavaliere italiano vincitore – e una fuga con dialoghi al lume di luna tra gli abeti – e il fratello della vergine non più vergine che raggiungeva gli amanti in Napoli – e un duello – e la morte del vago – e la monacazione della vaga – e un successivo impazzamento – e l’annessa morte dopo la confessione in

Endecasillabi
Catulliani
Dolci per facili
Modi toscani.

(Rossetti, Veggente in solitudine )

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Finita che ebbi la novella verso le quattro di sera, e il caldo era grande (come scrivevano i vecchi cronisti), pensai a farla stampare. Perchè no? Leggevo stampati tutti i giorni tanti versi che mi parevano peggio dei miei. L’abate Stefano Fioretti pistoiese compilava allora certo foglio teatrale e letterario, intitolato non ricordo più se l’ « Arpa » o il « Liuto » o il « Trovatore » o il « Menestrello », o quale altro de’ nomi d’oggetti di spogliatoio melodrammatico, che usavano ancora su quegli sgoccioli del romanticismo.

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Aveva l’ufficio del giornale in un de’ vicoli che rameggiano da via Calzaioli. Salgo le scale con grande trepidazione; il direttore non c’ era, c’ era la governante, o la cameriera, o la nipote; non so insomma che cosa fosse precisamente. Il che mi piacque…. perchè così potei scrivere una lettera al direttore (a parlare mi sarei imbrogliato), con la quale gli lasciavo e raccomandavo la mia novella: sarei tornato il giorno dopo per la risposta. Tornai; e il piacente abate, con squisita cortesia, mi fece capire che la mia novella era troppo lunga e troppo letteraria per un foglio come il suo.

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A sedici anni feci una poesia romantica!

 

 ( Giosuè Carducci, Opere )

 

 

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