Lorenzo Viani, Avventure del “Prete di Sinistro”


In una sala d’aspetto conviene aspettare silenziosi, dubbiosi, senza manifesti segni d’impazienza: non siamo in una sala d’aspetto? In questo tardo pomeriggio autunnale, dai finestroni di questa ampia sala d’aspetto, si scorgono i Dioscuri madreperlati da una pioggerella fitta fitta; lo sfondo di tutta Roma sembra un grande acquarello con tocchi di terre gialle soffuse.

Sulle sedie savonarolesche, intorno ad un tavolone conventuale, sono assisi signori e signore taciturni: non s’ode altro lagno che lo scricchiolio degl’incastri delle sedie su cui seggono uomini quartati e pesanti. Qualcuno, impaziente, ma discreto, va su e giù per la stanza, come se passeggiasse sul ventre di una colossale tartaruga capovolta: le mattonelle sono giallognole, marmorizzate di nero stella; le quattro palme dei cantonali, ingiallite, sembrano le zampe del rettile. Gl’impazienti vanno giù e su, a passi di tartaruga, memori dell’antichissimo proverbio: la tartaruga alla fine arriva dove arriva il cervo. Il custode, dallo sguardo impenetrabile, è rosso e chiuso come un disco.

Gl’imprevidenti, che non si sono portati libri o giornali, leggono gli elenchi telefonici e un orario ferroviario alto come un messale.

In questa silenziosa sala d’aspetto ho aperto un libretto dalla copertina verde, il quale ha portato un palpito di speranza su molti visi contristati e delusi, le memorie marinaresche di un giornalista ottuagenario del mio paese: «Vita e avventure dei capitani marittimi Antonio ed Angelo Antonini, di Viareggio, narrate ai loro concittadini».

La lettura degli avventurosi viaggi mi ha messo nel cuore la beatitudine di colui che col corpo riposa e col pensiero cammina. L’autore del libro salmastro, arieggiato da venti di tempesta e piacevoli, che gonfiano le gabbie basse, le rande e vele di fortuna dei velieri dai bei nomi italici: Maria, Carlo, Marco Polo, La furia, è il vegliardo Enrico Sisco, che oggi, del tutto cieco, ha dettato queste sue memorie ad un nipote degli Antonini.

Viareggio - Goletta ''Mandolle'' - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri - N.9-noembre 1993
Viareggio – Goletta ”Mandolle” – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri – N.9-noembre 1993

Nelle pagine di questo libro, scritte in semplice stile, senza pretese, piene di bei termini marinareschi, passano navigazioni temerarie.

Enrico Sisco, l’antico direttore del Maestrale, vento fresco e piacevole, e fondatore del Libeccio, vento afoso, impetuoso e gagliardo, nel cui sottotitolo era scritto: «Soffia la sera del sabato», nella sua scapigliata giovinezza navigò con gli ardimentosi capitani di cui oggi ottantaduenne, prodigio di memoria, ha dettato le memorie.

È ancora vivido nella mia memoria l’Enrico Sisco che conobbi nell’adolescenza: profilo segaligno, barba satanica, forcuta, nera morella: concitato sempre, diabolico nelle collere, spericolato e aggressivo nelle polemiche, senza misura e misericordia nelle orazioni elettorali. Nutrito di studi fatti dagli Scolopi di Pietrasanta, sbalordiva noi giovinastri per la vastità e la varietà della sua cultura.

Non posso dissociare l’imagine di Enrico Sisco di quel tempo da una stiva di giornali sotto la pressa del suo gomito scarnito, da un tavolo di marmo del caffè del «Regio Casino», su cui era steso un giornale, sul quale egli, estremamente miope, strusciava quasi il naso affilato: e gli scatti repentini, quasi che il divano di damasco rosso si fosse repentinamente infiammato, e gli urli al trepido cameriere: – Penna, carta, calamaio. –

Il Maestrale, vento fresco e piacevole, ricettava la prosa combustibile del suo impetuoso direttore, ed eran guai. Forse fu in seguito a qualche impetuoso e travolgente attacco che il direttore del Maestrale s’imbarcò, ai suoi giovani anni, col «Prete di Sinistro»: così dicevano di soprannome al vecchio Antonio Antonini.

Viareggio - Goletta ''Eolo'' - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri - N.14-giugno 1995
Viareggio – Goletta ”Eolo” – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri – N.14-giugno 1995

Del «Prete di Sinistro», stirpe di navigatori dell’Oceano, ne volevano fare un abatino. Ognun ricorda che anche il padre di Garibaldi, padron Domenico, ebbe la medesima idea per il figlio, per salvare almeno più che potesse dai rischi e dalle durezze del mare l’impetuoso «Beppino»; ma chi ha sentito da ragazzo il profumo della pece e dell’alga marina mal si adatta alla vita claustrale.

Antonio Antonini frequentò, come tutti i ragazzi della sua età, la chiesa, servendo anche la messa ai padri francescani, e i suoi genitori ritennero che il ragazzo avesse disposizioni alla vita ecclesiastica. Ma ne ebbero presto una gran delusione, chè il ragazzo, innamoratosi del mare, abbandonati gli altari e le ampolle, s’imbarcò su di una paranza da pesca.

Corre fama anche oggi che, arrampicatosi come un gatto sull’antenna, ne incappellasse la cima con il nicchio di seminarista, tra lo scandalo dei vecchi marinai religiosi, che su quella vetta legano la rama dell’ulivo benedetto. Da quel giorno il ragazzo fu battezzato il «Prete di Sinistro», perchè Sinistro dicevano al suo padrone, mancino e di strambo carattere.

I viaggi del «Prete di Sinistro» e del suo figlio Angelo sono addirittura leggendari. Diventati col tempo capitani di lungo corso, portarono su barche a vela la bandiera d’Italia in tutto il mondo.

Gli Antonini navigavano anche con le loro spose e i figli piccolini.

Presso le Azzorre nacque il secondogenito di Angelo: il primo era nato durante una furiosa tempesta, mentre stavano per doppiare il Capo Horn.

L’Adele, moglie del capitano Angelo, a quarant’anni d’età aveva già dato alla luce sedici figliuoli: quattordici maschi e due femmine, undici dei quali nacquero sull’Oceano, gli altri a Viareggio. Tra i frangenti del mare, i turbini del vento, lo scoppio delle saette, dopo aver segnato i confini e i gradi della sua posizione geografica ed astronomica, seduto come il despota Pontopedon sul carabotto, il capitano Angelo cantava:

Sulla poppa del mio brik,
col mio rum di contrabbando,
col bicchier facendo cric
buoni sigheri fumando,
e fra scherzi, suoni e canti
a me sembra d’esser re.

Viareggio - Brigantino goletta pronto ad uscire dal porto canale - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri - N.9-novembre 1993
Viareggio – Brigantino goletta pronto ad uscire dal porto canale – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri – N.9-novembre 1993

Ho voluto rivedere dopo tanti anni il vecchio Enrico Sisco per ascoltare dalla sua viva voce i miracolosi viaggi.

Egli abita nei vecchi borghi, là dove il paese per certi canali, lineati da ciuffaie di oleandri selvatici, con ponti a basto di ciuco, ricorda Venezia, ma ogni giorno egli si trascina nello studio di un vecchio suo amico, – l’avvocato Cairoli Parducci, padre di un Caduto fascista, – nella piazza del mercato alberata di platani centenari.

Lì presso sciabordano le acque del canale della Burlamacca; la Pescheria, di contro, manda zaffate di pesce stivato entro le corbe. Chi da ragazzo, tuffandosi, ha bevuto l’acque della Burlamacca non può più allontanarsi dal fosso-canale, dove prendono ancoraggio le barche dopo lunga navigazione. Lì sul pietrato si parla sempre di viaggi, di noli, di tempeste e di bonacce, e di mare; sempre di mare.

Enrico Sisco ha preso l’aspetto di un antico profeta. La lunga chioma intonsa spiove sulle spalle ricurve da una «buffa» di pel gattino: quelle che i marinai sogliono portare nei giorni di tempesta; la barba linda, ma incolta, a ciuffaie del color dell’acciaio, inserita sul viso scarno, ne diminuisce il volume; gli occhi sono ancora morelli, ma spenti.

Essendo ancora prossimo il mese dei morti, Enrico Sisco tiene all’occhiello della giubba cenerina un crisantemo giallo spampanato, al cui contrasto il suo viso diventa ancor più terragno.

Appena gli ho rievocato certo suo poema «I contrasti» basato su di una sua massima filosofica: – la vita è male, – il vecchio ardimentoso polemista si è subito acceso e scattato di sul divano grigio come ai giovani anni di su quello fiammato del caffè del «Regio Casino», un sorriso beffardo è affiorato sulle sue labbra carnose: – Sì, è male. –

Tutti i giornali da lui fondati sono stati sventolati dalla sua voce ancora gagliarda. Li conta sulle dita della sua mano scarnita, ma una mano sola non basta: L’avvenire, La Burlamacca, Il maestrale, Il mare, Il libeccio…

Qualcuno gli obbietta che Il libeccio fu diretto da Angelo Tonelli, detto «Bociorino» perchè prima di dirigere un giornale fece tutta una lunga trafila di esperienze cominciando dallo strillone; ma il Sisco vuole la paternità anche di quel foglio.

Quante amaritudini hanno dato i giornali al Sisco?

«Non han numero, – egli dice, – come i fior sulla terra, come le stelle in cielo».

Per i giornali gli fu messa a soqquadro la casa, per i giornali dovette abbandonare il paese e ritirarsi nelle spelonche delle Alpi Apuane e far vita di eremitaggio, per i giornali dovette abbandonare anche la Patria. Ricorda Bakunin, l’«orso di Basilea», per averlo incontrato in Lugano: dice della sua colossale statura, del suo viso vigoroso, dei suoi occhi grigi chiari, della corta respirazione di leone, delle unghie scalciate dallo scorbuto, contratto nella tetra fortezza dei Santi Pietro e Paolo in Pietroburgo; ricorda Eliseo Reclus e Cafiero.

A un tratto Enrico Sisco si fruga in seno dalla parte del cuore, gli occhi atoni fissi; trae una copia di queste sue memorie e ne fa omaggio a un amico: il libro è tepido.

Il giornalista ottuagenario si contenta di una sigaretta:

«Leggete, leggete, e giudicate; l’ho dedicato alla giovane marinareria del mio paese che chiamo giudice imparziale e severa. Ho varcato ottant’anni; l’ho dettato perchè non vedo più nè a leggere nè a scrivere. La vita è male. Sarò disgraziato? Una mia nipotina mi ha bruciato il manoscritto del mio poema. Oggi avrei potuto pubblicarlo».

E il vecchio si accascia sul divanetto.

Il direttore del Maestrale, a diciannove anni, s’imbarcò sul Carlo, che faceva rotta verso l’Equatore.

Tra bonacce e piogge torrenziali il brigantino tagliò la linea a trecento miglia dalle coste del Brasile; il vento «pampero» investì il Carlo, che, serrato di vele, corse in filo per tre giorni e tre notti sopra la criniera dei marosi, enormi come montagne, per cui, nell’atto del fortissimo beccheggio, l’orizzonte scompariva, per apparire poi assommandosi, tremendi colpi di mare scoppiavano sulle fiancate del Carlo.

Come la fortuna volle, abbonacciato il «pampero», mollate tutte le vele, dopo più di due mesi e mezzo di navigazione l’equipaggio avvistò Montevideo, entrò nel porto impavesato, framezzo alle corvette americane, ivi ancorate, che con ripetute salve di artiglieria salutavano la bandiera italiana.

Ma il Carlo era destinato a tragica fine: il brigantino, già alleggerito di carico e quasi in zavorra, fu preda di un repentino e tremendo sconvolgimento di acque; strappate le ficcate delle catene d’ormeggio, si cacciò con violenza contro i banchi di fango. Fu gettata l’ancora di speranza, ma non aveva ancora fatto testa che la gomena si spezzò, rimanendo la nave in balìa delle onde procellose, sotto un cielo fiammeggiante di fulmini.

Avvenne in quel momento la perdizione: tutto l’equipaggio si era radunato a poppa; i colpi di mare non davano tregua e s’infrangevano sulla carena del Carlo, sbandato sul fianco destro sopra un banco di fango. Al di là dei banchi si scorgeva una radura bassa, paludosa, frustata da un gran bosco di canne; a destra e a sinistra, galleggiava un gran numero di cadaveri: equipaggi di altre navi andate in perdizione, sopra i quali gracchiavano uccelli di rapina affamati. Fu deciso di attraccare in terra con la lancia del brigantino. Per prima fu imbarcata la moglie del capitano Antonio, poi il rimanente dell’equipaggio; ma il canotto non poteva sopportare tutto quel carico e minacciava d’affondare. Il Sisco, con un altro marinaro, afferrati i mustacchi del bompresso risalì a bordo, aspettando la provvidenza di Dio. Gli scampati ebbero accoglienze e ricetto in una capanna di una negra, che li ristorò con latte, e vestì dei suoi panni la moglie del capitano.

Sul tramonto di quella giornata, una barca di salvataggio prese a bordo il Sisco e il marinaro che, scalzi e seminudi, raggiunsero i naufraghi.

Gli Antonini parvero perseguitati da uno spietato destino. Per il loro ardimento tutti quei bastimenti, dai bei nomi italici, furono inghiottiti dal mare.

( Lorenzo Viani, Avventure del “Prete di Sinistro” – racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...