Lorenzo Viani, L’arguto «Educator di stomachi»


In questo mite luminoso ottobre ’34, in una candida cameretta dell’Ospedale di Pisa si è spento, con un tramonto pieno d’incantesimi, nella serenità di chi ha cercato di far scorrere la propria vita soavemente, lontano del pari dalla cupidigia non mai sazia e dalla speranza delle cose non necessarie, Enrico Mazzarini: il «galantuomo benigno» che, quarantatrè anni fa, fondò, e ha diretto fino all’estremo anelito, Il ponte di Pisa con tale perizia, disinteressato amore e devozione alla sua città natale da meritare il caldo elogio funebre di ministri, poeti e umili genti operose della Valdiserchio e del Valdarno.

Due elementi, l’acqua e il vino, hanno particolarmente occupato la quarantennale attività giornalistica di Enrico Mazzarini. Sfogliando la voluminosa collezione del minuscolo foglio ritorna, con preoccupazione quasi ossessiva, una rubrica «Le piene dell’Arno». I singoli bacini degli affluenti dell’Arno, che, riuniti, costituiscono il bacino generale imbrico, gli argini friabili, i ratti precipitosi sono attentamente, con inusitata perizia, misurati.

Pisa – Ponte a mare e fortezza, disegno di E.Burci – Gallerie degli Uffici, Firenze – Tratto dal libro “Pisa” di Igino Benvenuto Supino, 1905
Pisa – Ponte a mare e fortezza, disegno di E.Burci – Gallerie degli Uffici, Firenze – Tratto dal libro “Pisa” di Igino Benvenuto Supino, 1905

Il Sieve, il Greve, il Pesa, il Bisenzio, l’Ombrone, l’Elsa, l’Era, il canale di Usciano, la golene di San Giovanni alla Vena sono, in nitide tabelle, descritti, con tutta la storia delle loro fratture, piene e rigurgiti. Il timore che il soverchio delle acque dell’Arno, il quale di consueto porta «il silenzio alla sua foce», dovesse, un dì o l’altro, sommergere Pisa pare abbia sdegnato il direttore del Ponte o, come gli amici lo chiamavano, il «Pontiere», dalla confidenza con l’elemento senza sapore e senza odore.

– L’acqua? Oibò! Udite: i soldati di Alessandro il Grande morirono per aver bevuto acqua in quantità; l’acqua, in quell’oste, fece più strage di una battaglia. Giuliano l’Apostata morì per aver bevuto un bicchiere d’acqua fresca. Luigi X morì per essere disceso in una cantina e aver bevuto fredda acqua ivi corrente. Dico a voi là, pittori della comitiva! Fragonard è morto al caffè sorbendo un bicchier d’acqua.

Quanto al vino, il «grande scioglitore d’affanni», si potrebbero fare, dagli estratti del Ponte, dei voluminosi libri pieni di sapore e d’arguzia.

Enrico Mazzarini, da giovine, aveva fatto gli studi alla Sapienza pisana con grandissimo onore. Mortigli i suoi, dovè abbandonarli, e fondò Il Ponte di Pisa. Il Ponte lo mise in contatto coi grandi del suo tempo. Martini, Pascoli, Puccini, Bistolfi, il Toscanelli, Ulisse Dini, il Bianchi non disdegnarono talvolta collaborare al minuscolo giornalino.

Il Mazzarini vigilava il Ponte come una vivente creatura: «Martelletto», «Puppino», il «gobbo Abelungi», il «Duchino», il «Mattaccino», erano tutti pseudonimi sotto cui si nascondeva Enrico Mazzarini; se l’argomento era impegnativo, egli allora firmava Mario Bazzi; se lo scritto poteva trascinar con sè gravi responsabilità, allora il Mazzarini firmava per esteso. Nobile sempre, sovente arguto, leale, coraggioso e mite, egli fu amato da tutti.

Il mite Enrico, alternando al roseo scintillare del vino impeti generosi e lagni, diceva:

– Se finirò d’ottobre, voi, di me più giovani, fissatemi nel bianco degli occhi e vi scorgerete una lacrima d’oro per il fuggitivo autunno. È triste finire il mese della vendemmia e dei queruli ranocchi.

Il vino, oh amici, il vino, «grande scioglitore d’affanni».

Pisa - Veduta del Lungarno della Fortezza – Foto tratta dal libro “Pisa” di Igino Benvenuto Supino, 1905
Pisa – Veduta del Lungarno della Fortezza – Foto tratta dal libro “Pisa” di Igino Benvenuto Supino, 1905

Stagioni, luce, vento, calore, freddo, tutto confluisce nel vino, tutto comanda alle misteriose essenze che lo animano. Il vino è poesia! Poesia della nostra regione, poesia di sapori, di profumi, di colori; se il nettare, or frizzante or pastoso, ha gusto gradevole aromatico armonico, di timida mammola o di sgargiante giaggiolo, sapido e tonico, consolatore e ricostituente; se comprende tutti i profumi più delicati, sottili e penetranti, come fosser di frutta, freschi e amabili come di ambrosia; se scintilla di tutti i colori del topazio e del rubino, quando è rosso, e del paglierino pallido, del giallognolo e del dorato in trasparenza d’ambra e di perle, quando è chiaro, che si tarda a proclamare a cantina il più grande laboratorio della salute pubblica?

Gloria al vino, se è sincero.

Gregorio di Tours ci narrò che anche i solitari signori della natura, capaci di dominarla con l’ascetismo e la forza di volontà, che avevano per vestimenta soltanto pelle di pecora spoglia della lana, cibandosi di erbe selvatiche, si portavano alle labbra un’anfora di vino e la sorbivano con tanta soavità che si sarebbe detto che volessero soltanto sfiorarla.

Il vino stende i rami del suo albero genealogico nella storia e nella leggenda di tutti i popoli; e già presso gli antichi la spiritosa bevanda aveva i suoi appassionati amatori.

L’Italia aveva il Cecubo cantato da Orazio con dovizia di lodi; la Grecia portava agli onori delle sue raffinate mense i vini di Lesbo e di Chio, vini dolci, ambrati. In una celebre processione a Corcira veniva trasportato un immenso otre, contenente 75 mila litri di vino. Il romano Scauro collezionò 300 anfore di quasi tutti i vini.

Enrico Mazzarini, che non possedeva una pertica di terreno coltivato a vigna, nè una scassata, nè una porca, ha continuato, con disinteressato amore e per ben quarantatrè anni di seguito, a fare sul suo giornale un’elevata e poetica esaltazione della produzione vinicola, anche in tempi quando il vino lo si postergava alla schiumante cervogia.

Alcuni degli intimi avevano incorporato il cognome del direttore del Ponte di Pisa in uno, che aveva della gazzarra: «Mazzarra»; perchè il Mazzarini, quando, compilato e ben corretto il suo giornale, prendeva il primo veicolo che avesse sottomano per ridursi tra i fedeli della Valdiserchio, era strepitoso e giocondo.

Eccolo ora rubizzo e arguto. Deposta la penna passeggia sotto i portici di Borgo in compagnia di una manicata di giovinastri, pittori e scrittori provenienti dal mare: scarpettato con stivaletti di vacchettone rusticano, con un cravattino color rosa come appuntato con una spilla sul pomo d’Adamo, cappelluccio nero acconciato sulla bianca chioma, lucida come una roccata di canapa, occhi ceruli, folgoranti, fiammato nel viso rubicondo e giocondo, naso a punta uncinato (qualcuno definì il Mazzarini una vespa ingrandita), con le tasche della pesante giubba strabuzzate da una congerie di minutaglie alimentari, con le cinque dita della mano sinistra (con l’altra impugnava il bastone di comando) pendule di cibarie prelibate: mandorlate, pinolate, maritozzi, diti di apostolo, amaretti e, verso la primavera, un bel mazzetto d’insalatina novella; per arieggiarla, dalle otto della mattina all’una, ridanciano e clamoroso, cantava:

Fior di giacinto,
gli amici buoni me li porta il vento,
e fra voi ci starei anche dipinto.

E rieccolo, simposiarca di stile alla mensa dell’arciprete di Pugnano, paese dei fidi compagni, lodare le vivande e i vini. Ma più a suo agio era all’«Osteria dei quattro venti», in una gola di monte sotto Rupe Cava, prossimo alle Molina di Cuosa; là l’«educator di stomachi» dettava le sue esperienze agli inesperti come un saggio dell’antichità.

Al chiarore del vino di Busatica scoppiettavano i racconti, in cui erano implicati i grandi che furono in intimità col «Pontiere». Il Pascoli dava consiglio di non approfittare dell’oblio della vita, anche se è «sapiente oblio», quando a Giacinto Schiavelli raccomandava di non bere oltre il secondo bicchiere:

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite,
bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell’altro l’oblio breve e mite,
e più non bere.

– Ma chi fa punto al terzo?

Una sera, il maestro Puccini assisteva a una bellissima, ma assai lunga opera del Rossini; era da qualche tempo passata la mezzanotte, quando si udì bussare al portale della scena.

Uno spettatore mezzo addormentato dimandò al maestro Puccini:

– Chi sarà?

Egli rispose sottovoce: – Il lattaio!

Quante volte da «Ciapino» o da «Freghino», due trattorie disperse in un cavo di monti pisani, la comitiva guidata dal «Pontiere» ha sentito bussare alla porta (dopo la mezzanotte, s’intende) e allarmata ha gridato:

– Chi bussa a quest’ora?

– È il lattaio, loro non ci colgano spavento e seguitino pure a bere, – rispondeva calmo il trattore.

 

( Lorenzo Viani, L’arguto «Educator di stomachi» , tratto da “Il nano e la statua nera” )

 

 

 

 

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