Lorenzo Viani, Galantuomo benigno


Che vi potesse essere un galantuomo maligno credeva fermamente il cerusico Giuseppe Giambastiani quando, nell’aprile del 1793, faceva incidere la lapide in memoria di suo padre Giovan Angelo:

«Alla distanza di braccia quattordici da questo marmo riposano le ceneri di Giovan Angelo Giambastiani – Benedetto dai suoi concittadini che lo seppero galantuomo benigno».

Con la sesta delle gambe, basato il tacco a filo del muro su cui la lapide è murata, feci quattordici passi verso un viale cipressato e mi trovai sul tumulo del galantuomo benigno erba folta, fieno non mietuto, còccole amare.

Un uomo saggio guardava il mio tragittare melodrammatico sul Campo. Siccome il vecchio cimitero sta per diventare terreno fabbricativo egli pensò che le misurazioni fossero cominciate.

– Peccato, – gli dissi, – che questa isola verde scompaia dal cuore della città.

– E perchè tenere un cimitero in città? Cosa c’è poi da conservare? – riflettè l’uomo saggio.

Mi convenne fare il foscoliano:

– Cosa c’è da conservare? Le tombe dei nostri padri!

– Già, non ci avevo pensato, – disse il saggio distratto, e soggiunse per consolarsi: – Ma il terreno lo assegnano all’Istituto dei Poveri Vecchi.

– E perchè non averlo assegnato all’Infanzia abbandonata? – dissi io.

L’alba di fronte al tramonto rese perplesso il saggio.

Viareggio - Inizio dei lavori per Istituto dei Poveri Vecchi sull'area del Camposanto vecchio, la posa della prima pietra ci fu l' 8 settembre 1929 - Foto tratta dal libro "L'Istituto dei Poveri Vecchi" - Edizioni della Fontana 1994
Viareggio – Inizio dei lavori per Istituto dei Poveri Vecchi sull’area del Camposanto vecchio, la posa della prima pietra ci fu l’ 8 settembre 1929 – Foto tratta dal libro “L’Istituto dei Poveri Vecchi” – Edizioni della Fontana 1994

Sulla tavola apparecchiata da una bianca tovaglia di bucato posi il quesito al Cavaliere Enrico Mazzarini:

– Può esservi un galantuomo maligno?

– Bisogna premettere, – sentenziò Egli, – che gli uomini sono ottimisti in materia di galantomismo. Infatti, quando si vuol chiamare o interrogare uno di cui non si sappia il nome gli si dice: «Galantuomo!». Il proverbio malizioso insinua: – I galantuomini sono seminati radi radi come i carciofi, ma, quando viviamo a motore spento, li vediamo seminati fitti fitti come il prezzemolo.

– Galantuomo, che ne dice lei?

La domanda fu rivolta ad un ignoto che mangiava a un tavolo da noi.

– I galantuomini e i birbanti si vestono del medesimo panno, perciò è così difficile distinguerli, – rispose l’ignoto.

– È difficile, estremamente difficile conoscere i galantuomini a prima vista, – disse melenso il padrone dal banco. – Vedete quella triglia e quel sarago dipinti all’acquarello? Ebbene, voi non lo crederete: mi sono costati cento franchi l’uno; un pittore, che pareva quello dalle mille ire, mi saldò il conto con quel dipinto. Lo tengo lì per memoria. Un altro domandò il conto, ma, prima che io glielo portassi, mi pregò di togliere di tavola tutti i coltelli perchè non rispondeva dell’effetto che gli avrebbe potuto fare la somma. E via di seguito.

Viareggio - Istituto dei Poveri Vecchi oggi
Viareggio – Istituto dei Poveri Vecchi oggi

Il Cavaliere Enrico Mazzarini, educatore di cervelli e di stomachi, era urtato da queste speculazioni fatte durante il pasto. Egli è un sacerdote della mensa che per Lui non è una funzione fisiologica, ma un rito. Bel faccione roseo, lustro come scolpito nel marmo fior di pesco, occhi marmorizzati di vivido smeraldo, naso aquilino, mento aguzzo, colletto d’alabastro, fiocco volante, ben vestito, fiore all’occhiello; nervoso, impaziente, scansa le briciole, dà il destr-riga alle posate, mette sul mezzogiorno il coltello, scantuccia il pane, tritola un crostello coi denti intatti, respira, sospira, traspira, spira, sorseggia il vino bianco e il rosso, s’infila il tovagliolo nella fossetta soprasternale, s’accerta se i capelli siano scriminati a dovere, preme con un dito la noce del collo che risponde come un saltaleone, percuote ambo le mani sul tavolo. Silenzio perfetto chè la minestra è sul muggine, lupo del mare, i rapini, verde agro, son quelli di Ripafratta: per procurarseli Egli ha dovuto traghettare il Serchio là dove il fiume deciso di unirsi al mare ha infranto la ripa. L’anguille son quelle che sguisciano sui ratti argentati della Lima. Shelley e Heine son conditi nel dialogo breve perchè le ciliegie di Montemagno – «il Montemagno di più cupo argento fascia la sua piramide» – daranno la stura ai versi di Gabriele d’Annunzio.

Ma, prima, il cacio brancolino manipolato sul monte della Croce, sciolto, come calcina cruda, deve stuccare le stratificazioni e quando il tutto sia messo sotto una lucida spera di vino trasparente di Candia allora si udrà il grido argentino: Cuore al vento!

Il Cavaliere Enrico Mazzarini è direttore e proprietario di un settimanale: il Ponte di Pisa, tanto piccolo che non servirebbe a strinare la caluggine rimasta sopra la pelle di un beccaccino spennato. Tuttavia il poeta Ugo Ghiron disse ad Enrico: Tu sei come il romano Coclite: Tu difendi il Ponte e la fede t’è scudo, l’agile penna spada. Se il Ponte di Pisa non strinerebbe un beccaccino, ha però, a volte, strinato delle barbe venerande e delle parrucche perchè Enrico Mazzarini, esuberante temperamento di giornalista battagliero d’antico stampo, uomo d’impronta maschia e originale, se ben si comporta al tavolino.

Se Pisa non l’avesse incantato col suo Ponte, a cui Egli ha sacrificato un’intera esistenza con la passione che i più ignorano, Mazzarini per l’altezza del suo ingegno poteva spaziare di là d’Arno ed oltre. Yambo e Gandolin lo chiamaron fratello. Giuseppe Lipparini, nel trentesimo anno della fondazione del Ponte, aderì «alla bella festa in cui si onora la tenacia proba e intelligente di un uomo e di un artista che, nell’esempio del giornalismo, ha saputo dimostrare la nobiltà di questo che non sempre è, ma dovrebbe essere, una delle nobili arti».

Una notte ardente del ’15 un messo mi recapitò un plico del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: «Ti accludo il testo di un telegramma che stanotte ho inviato a Gabriele d’Annunzio. Credendo mandalo al Popolo d’Italia e al Ponte di Pisa: «Gabriele d’Annunzio. Milano La barbarie medievale non mutilava il testo di Tacito laddove narra come Germanico vendicò l’onta di Varo. Attenta una inutile offesa oggi a voi, o Immortale, e alle ragioni sempiterne di Poesia. Possa, Poeta, per me il vento dell’Appennino ruggire la mia grande ira e il mio impetuoso disdegno».

In questi ultimi anni gli articoli di fondo del Ponte di Pisa lunghi una spanna, segnati con tre stelle, ebbero acre odor di polvere: titolo, una parola sola: Punire, Galera, Incendiare, Esecuzione, Plotone! Corsivi acri e mordenti che misero il Ponte di Pisa sopra un’acquaforte. Sulla chiara fisionomia di Enrico non passarono nubi. Onesto e cortese, egli con fare patriarcale benediceva le nozze, augurava felicità ai neonati, ricordava affettuosamente e commemorava gli scomparsi.

Enrico Mazzarini, essendo un italico di concetto e di dottrina, equilibra la vita sulle colonne del Ponte; dopo l’augurio ai neonati e il saluto ai morti, consiglia: I funghi si fanno così: i morecci e i cocchi al tegame, si scolgono i tondini più belli e le cappellette si lasciano intatte; è bello, oltre che gustoso, vederle così! Gli altri pezzi si cucinano a parte o si uniscono alle cappellette a rinforzare il piatto.

Cucina semplice: olio, pomidoro bene sbucciati e ripuliti e tagliati a pezzi, uno spicchio d’aglio intero (la bassa cucina soltanto tagliuzza l’aglio) e niepitella.

L’uva.

L’uva ora risplende su tutte le tavole: è il momento del suo trionfo perchè è matura matura, esuberante di zucchero, di abbondanti succhi rigeneratori, ripiena.

La colombana pisana non lascia passare altre uve. Per bellezza, per colorito, per la dolcezza che è nettare non c’è altra squisitezza che la superi. O divina va che c’ingagliardisci la salute e vivifichi con la tua forte rappresentazione nella vita.

Un giorno, a mezzodì, l’ora in cui non accadono mai sciagure, passammo con Enrico sotto l’ombra del Campanile di Pisa, che, impassibile, sta a sentire le cose storte e le dritte che si dicono, si scrivono e si stampano sul suo conto.

– Come pende! – dissi io. – Cascasse ora!

– Pende, – rispose Enrico, – ma l’asse è diritto. Ecco un galantuomo benigno!

 

 

( Lorenzo Viani, Galantuomo benigno, da “Il cipresso e la vite” )

Pisa - La Torre - " Ecco un galantuomo benigno! "
Pisa – La Torre – ” Ecco un galantuomo benigno! “

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...