Lorenzo Viani, «Ci fa certo vino alla Maulina!»


Dopo il vino, della Maulina, Giosuè Carducci lodò la gente, Maulina terra di Lucchesia interchiusa tra la Freddana e il Serchio:

«Qui gente buona, semplice, laboriosa; mi pare che mi rifarei fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza vanno scalzi. Quanto pagherei a esser un di loro e a non essere io! Io se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente, poteva essere così un piccolo possidente e buon lavoratore dei suoi campi, e non uno che, per esempio, se la pigliasse con Mario Rapisardi. Ah….».

Oggi, su per questi poggi, tra grandi ombre di lecci, stampate in nero sul verde vellutato delle borraccine, sotto cui, cinquant’anni fa, si sedeva, come un antico agreste, Giosuè Carducci ad emendare alcune delle sue pagine più belle, quelle del Ça ira, ed a pensare, con l’usata vigoria, quelle di Giambi ed epodi che scrisse poi qui nella casa Bevilacqua, mi è stato di guida il vecchio colono Giuseppe Bertini, affabile ed ospitale, – uno di quegli agricoltori lucchesi che fan tosto amicizia anche con chi non conoscono, – il quale accompagnò più volte il Poeta là sul Colle da cui, in un volger d’occhio, si domina la Val di Serchio e tutta la catena delle Pizzorne.

Da monte Catino diroccato, – la cui torre campanaria è stata in questi giorni scerpata dalla saetta, – all’aguzzo spicchio del monte Brancoli dove grandeggia, con un verdore cupo, l’altissima croce, sta il bianchissimo convento dell’Angelo dei Padri Passionisti i quali, per il cuore rosso trapunto sul saio nero, sembran tutti feriti a morte. La Freddana e il Serchio sono adimate tra sbancacciature cretacee; se ne intravede il corso per un vasto ondeggiar di pioppi chiomati, varianti bianco e smeraldo come onde marine.

Onde brulle appaiono i monti del Pisano; lembi di cielo azzurro presentano il mare e se l’aria si purga, là, oltre un margine di piano soffuso dai vapori che fiata l’Arno, si può scorgere la rocca di San Miniato.

– Com’era d’aspetto il Poeta? – chieggo.
– Robusto, ma con la barba già un po’ brinatella.
– E come parlava?
– Ci vuol che un predicatore! Qui un giorno si fermò d’impeto e mi disse: «Ci fa certo vino alla Maulina!».
– A proposito di predicatori; o i preti di queste pievanie cosa pensavano di lui?
– Nel tempo che lui soggiornava di qui, su, loro, non salivano più il Colle. Si schernivano: «Ora ci avete il Carducci». Eppure io l’ho visto farsi, una sera, il segno della Santa Croce.

Siccome il Bertini è un po’ bleso per una recente incisione ch’egli ha avuto sulla lingua, ho voluto che mi ripetesse il singolare fatto carducciano.

– Una sera i suoi dicevano «il bene», lui non disse il bene, ma alla fine si fece il segno della Croce: e come bene!
– Ma, allora, andava anche alla messa?
– A quella no! Accompagnava i suoi alla chiesa, ma lui non vi entrò mai.

Il Bertini, vedendo che questi particolari mi avevano lasciato un po’ perplesso, mi ha detto:

– Non creda, poi poi, che si sia tanto allo scuro: giù di qui c’era un ragazzo che conosceva a memoria l’Inno a Satana come l’Ave Maria.

Valdicastello
Valdicastello

Ci fermiamo davanti alla casa dei Bevilacqua; una sposa fiorente come la bionda Maria occupa buona parte dell’uscio da cui si è affacciata, fiammata nel viso, con gli occhi ceruli; è imbarazzata perchè il marito è fuori ed ha seco la chiave della cameretta in cui scrisse e dormì il Poeta. Dalla finestrella spalancata si vede il soffitto fregiato di fresco.

– Vedano; è stata imbiancata di fresco. Quel rosoncino ce lo ha fatto un imbianchino del luogo; quando seppe che ci aveva dormito il Carducci disse: «Se me lo dicevi prima, ti ci facevo un fregio carducciano».

Per farmi una idea della grandezza della camera sono entrato nella stanzetta sottostante: un coniglio spelacchiato brucava del palèo, un gallettaccio, a gamba zoppa, saltabeccava di qua e di là. (Un giorno il Carducci immaginò così il poeta; che abbia avuto lo spunto qui alla Maulina?). Ma l’ansietà di vedere la cameretta mi ha spinto sopra una scala a pioli sui quali dopo il Credo stanno le galline grogie grogie, come dicono da queste parti. Ho infilato il capo nella finestrella, la cameretta nuda, vedova di mobilia, sembra la botteguccia di San Giuseppe; c’è soltanto un banco da falegname con la pialla, la sega, il martello.

– Nelle case c’è sempre da riparar qualcosa, – dice tranquilla la sposa. La giovane sposa non può darci notizie: – A quei giorni non ero nata, ma qui sotto la corte abita una vecchia signora che sa, che ricorda, che parla come un libro stampato.

Scendiamo il poggio inebriati dal profumo di salvie, ruta, menta, rosmarini, pepirini, accestiti sul ciglio di una redola verde. La signora attende con grande dignità di essere interrogata.

– Interroghino pure, io poi risponderò.

Non avevo ancora formulato una domanda che la sposa ha detto:

– Ho mostrato ai signori la camera dove dormì e scrisse il Carducci.

A fronte increspata, con la gravità di una àugure turbata, la signora ha asserito che mai il Poeta scrisse o dormì nella cameretta.

– Se mai, ci dormì la prima sera che capitò da queste parti. Dormiva, solo, là in quella casa che vedono tra quei lecci, e là scriveva, sempre con un fiasco di vino rosso davanti come una lanterna.

Nella disputa interviene una terza donna che si è affacciata all’improvviso da un uscio. Il colono Bertini, interpellato con tono fiscale, non proferisce altro che degli avverbi di dubbio. Tre donne taceranno se due non ci sono. Qui le due giovani hanno taciuto e noi ci siamo pacificati sulle affermazioni della vecchia signora. Si è saputo che qui il Carducci era espansivo, – specialmente con la gente, – e che godeva quando vedeva la Lauretta disurpare – mangiare avidamente – uva e melograni, e che sovente parlava di cose difficili con dei signori i quali capitavano qui da Livorno e da Firenze.

Sulla facciata della casa dove Giosuè Carducci avrebbe scritto e dormito c’è una edicoletta con la Madonna del Buon Consiglio, tutta bianca e celeste. Un contadino con la camicia blu altomare, i calzoni verdi bottiglia, gli occhi grigi, i capelli e la barba ramati, ci dà la nuova che la camera del Poeta, durante un restauro, fatto qualche anno fa, fu incorporata con un’altra. Cerco inutilmente la piccola finestra della cameretta che dava sui campi in cui il Carducci lesse al Chiarini e al buon Carlo Bevilacqua, suo genero, le pagine del Ça ira:

«Benchè settembre faceva ancora assai caldo nella campagna lucchese, e l’aria che per la finestra aperta penetrava nella stanza, benchè temperata dalla verde frescura degli alberi di fuori, era pur sempre l’aria d’estate. Ma, tutti attenti alla lettura, che fin dalle prime pagine ci aveva afferrati, e ci teneva incatenati, non sentivamo il caldo».

Che abbia proprio ragione la sposa fiorente che abbiamo incontrata sul colle? La cameretta, sotto cui brucava un coniglio e razzolava un gallettaccio, ha molti connotati corrispondenti alla descrizione che ne fece il Chiarini.

«Qui gente buona semplice laboriosa… fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza vanno scalzi….».

Valdicastello
Valdicastello

Ho riletto qui sul colle della Maulina il brano carducciano: gli occhi ogni tanto lampeggiavano sul colle di Mutigliano dopo il quale è il luogo che ebbero i miei in enfiteusi. Nei mattini lucenti di sole, quando le erbe son gemmate di brina e ogni festuca s’imporpora, mia madre parava la greggia giù per i poggi della Freddana e col suo fare buono e schietto parlava così bene con la sua sorella minore mentre io scalzato andavo avanti a tutti, saltando come un capretto.

Intanto il mio nonno, col forcone, sconvolgeva il fieno, o capovolgeva il concio fumante, o faceva la recisa ai giovenchi, affezionato al Posto provvido.

«…Io, se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente, poteva essere così….».

Ruote di frantoio, cavate dai piastroni ruzzolati dalle piene impetuose della Freddana, si veggono perniate alle trava, odor forte di sansa e olio legittimo, olio per tanto condime, si mischia ai profumi dei peporini; lezzo di stamo, pennecchi ritorti sulla ròcca incendiati dal sole meridiano; strepito di telari, lunghe lingue grige di tela ergastolana stesa a bianchire sull’erba verdissima, e lunghe file di botti allineate nelle celle vinarie, tutte di pietra come casematte; sintesi della Maulina.

Molte cose sono cambiate, su per questi colli, dal giorno in cui vi capitò Giosuè Carducci, ma non sei cambiato tu, o vino della Maulina, sangue legittimo dell’uva; anche Mosè, sciogliendo il Cantico, ti avrebbe gradito nelle coppe maiuscole.

«Ci fa certo vino alla Maulina!».

 

( Lorenzo Viani, «Ci fa certo vino alla Maulina!», racconto tratta da “Il cipresso e la vite” )

Valdicastello
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