Idelfonso Nieri,  Coll’arte e coll’inganno viveva mezzo l’anno


«Quelli lì non periran mai».
«Perchè?»
«Perchè son della razza delle civette. Vedete come san far bene gl’inchini! Come giran bene la testa! Che testa girevole che hanno! E come si sberrettano, come si scappellano, come si piegan facile nel fil delle rene! E il maestro di tutta la casata è Bòbbola. Chiunque incontri per la via: «Riverito! Riverito! Sta bene? E stato sempre bene? Servo suo! Ben visto il sig. Tale! Ben venuto il sig. Tal altro! Bene arrivato! Come va la mamma? Che fa la sua signora consorte? Signor Pievano! Signor Conte! Signor Marchese! Signor Professore! Ben visto il nostro Cecchino! Come va il nostro Pippo? Signora fattora, ben veduta! Arrivederla! Arrimirarla!»; e lì tutto salamelecchi e riverenze».

Lucca - Entrata in San Martino per la messa domenicale  - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Lucca – Entrata in San Martino per la messa domenicale – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Un giorno dissi al Custode vecchio di S. Ansano:
«Eh! sor Custode, avessi un po’ una civetta ammaestrata così come il signor Bòbbola! quanti pittieri c’è nel vicinato? li vorrei chiappar tutti io; avrebbero a finir tutti nella mi cassarola!»

E lui, per grattarmi la pancia e farmi cantare:
«Com’a uso?!»
«Come a uso che se avessi una civetta così capace a far gl’inchini e a strisciar le riverenze come il signor Bòbbola, quando l’avessi posata sulla cròccia, tutti i pettirossi del contorno mi verrebbero volando sulle panielle».

Fece una risata con una scrollatina di testa, che voleva dire «precisamente! Quello è un baron coll’effe!» Perchè lui lo conosceva meglio degli altri e sapeva di che pelame era; e per necessità aveva dovuto farlo conoscere anche agli altri, per via di questo.

Fino a pochi anni fa andava alla cerca per la chiesa di S. Ansano. Col su’ bravo sacco in sulle spalle andava su per i monti alla lontana; col vicinato non ci scherzava tanto, perchè conoscevan la ragia, e s’era ribeccato di gran partaccioni e in qualche posto ci aveva fatto delle fìgurette cacine.
Andava dunque su per i colli e per i monti alla lontana, alle case dove sapeva che ci eran di queste donnette senza malizia, tutte Gesù e Maria.
Bussava alla porta:
«Tun tun!»
«Chi è?»
«Sant’Ansano!»

Entrava dentro franco e spedito come essere in casa sua, e si scopriva l’immagine di Sant’Ansano in sullo stomaco. «Sant’Ansano!» ripeteva tutto ammodino, tutto garbato, sempre colla risina sulle labbra e tutto complimenti.
Salutava tutti a diritta e a mancina, lodava tutti e tutto:
«Bello! oh bene! Ma come vi trovo bene! Meglio d’or è l’anno. Ma come siete cresciuta da un anno a questa parte! Ma che bella ragazza fresca e vegeta che vi siete fatta! Dio vi mantenga sana, che bella siete! Questa è la sposa? Oh! mi rallegro, mi rallegro colla sposa! Ma questo è un fiore di giardino, è un maggio di primavera! Ma che be’ bimbi, che bei talli di rosa, il Signore e Sant’Ansano benedetto ve li conservi!»

E poi metteva mano a dare il tabacco prima di entrare in discorso:
«S’ha a pigliare una presina di tabacco!», e levava fuori di tasca una scatola tanto fatta e se la passeggiava, se la trastullava da una mano all’altra, ci batteva dentro per ispolverizzarlo bene, e l’offriva a tutti chiamando tutti per nome:
«Una presina alla nostra Beppa! Un’altra al nostro Giovannino! E la nostra massaia deve star senza? Coraggio, Carlotta! una bella presa e scacciamo la cattiv’aria!»

E intanto per le belle maniere faceva cascare il discorso sulla sua solita gita degli altri anni, sui restauri e sui bisogni della chiesa, sulle Messe, sul bene per l’anime del Purgatorio, sui miracoli di S. Ansano, e lì quando aveva principiato non finiva più di contare; prediche che neanche S. Agostino! e quelle povere donnette butta giù farina! dai castagne, vino, olio, soldi, di tutto! Così lui se ne tornava a casa co’ sacchi, co’ barilozzi pieni e colle tasche allegre; ma S.Ansano poteva strinare! non aveva nè una goccia nè una brancatina di nulla!

Al sole ci ha fior di casa e fior d’orto, e là da mezzogiorno a passare vicino al suo uscio si senton di gran buoni odorini; o dunque come si stilla? Come ha fatto per appicciare quella robetta, se non ha mai lavorato di nessun mestiere? Cercando per S. Maria in casa! E poi volete vedere se era o no?… Una volta sui primi tempi, quando in chiesa qualcosina ci metteva, disse al Custode (e me l’ha raccontato il Custode colla su’ bocca stessa) che per sei fiaschi d’olio gli ci eran voluti ventiquattro franchi di tabacco! E pretese che gli fossero rimborsati ballanti e sonanti un sopra l’altro, che «meno male le fatiche e la bucchia dell’andare a chiedere, ma di tasca sua non ci voleva rimetter nulla!»

Più di quello che costava l’olio, figlio e po’ d’un tètte!… Il Custode fece presto a dargli lo sfratto di sagrestia, e quella cuccagna gli finì.
Ora è invecchiato, e va per le chiese a strizzare i gallonzoli e a picchiarsi il petto, perchè anche il diavolo quando fu vecchio si fece frate; però il lupo perse il pelo ma non il vizio, e se in paradiso me lo mettono accanto, da quell’altra parte ci vo’ un carabiniere. Mi fido e conto!

Lucca - Uscita della messa a San Michele  - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Lucca – Uscita della messa a San Michele – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Anni fa, quand’era più in gamba, comprava il giornale, anzi si teneva in tasca il giornale bello preparato, con secondo fine, e se incontrava, per esempio, il Rettore o il Custode o qualcuno che avesse le loro idee, gli si aggrostava e cominciava a entrare in materia; spiegava il giornale, trovava que’ punti che sapeva lui:
«Ma eh! Signor Rettore, ma eh! Signor Agostino, a quel povero Pio Nono quello che gli fanno! Ma eh?! proibire il Corpus Domini nella tale città?! Ma eh!, ha veduto? una bomba in chiesa a Livorno!… Povero Monsignor Mazzetti, che è dei nostri qui di Valdottavo, che lo conosco come conoscer lei, volerlo morto in chiesa!… Ma in che mondo siamo? E questa è la libertà? E questi sono gl’Italiani? Va là, che siamo cucinati in salsa piccante! Che la duri, Giambracone! Iddio non paga ogni sabato sera, ma quando paga dà moneta intera! Tira avanti e segna a conto mio! e in fondo poi si contano i gambi!»

E lì frignava sul mondo presente e sullo sfacèto come diceva lui, della Religione. Lasciava il Sor Agostino, e co’ luccioloni sempre agli occhi, voltava canto e trovava o il Capobanda, o il Tenente in riposo Tale, o l’Uffiziale di Posta Tal altro, che sapeva di che umore peccavano, e lui subito sciorinava il giornale:
«Ma eh! il Signor Papa, belle pretese! Non volere nemmeno che i predicatori benedicano l’Italia! Ma eh! i cari Gesuiti nella tale città quello che tramavano di fare! Fortuna che gli han mozzato le penne maestre; se no, l’Inquisizione di una volta sarebbe uno zuccherino! Ma non è più il tempo che Berta filava, e i micini hanno aperto gli occhi!».

E così accendeva un moccolo al diavolo e uno alla Madonna, e ligiava tutti tenendo da Barga e da Gallicano.

Poi con questo giornalone bello aperto e spiegato davanti, lemme lemme, tutto sprofondato nella lettura, pigliava una redola lungo gli orti dei pomidori; s’accostava ai punti dove colla coda dell’occhio vedeva che c’erano più belli e graniti, e con una mano teneva il foglio largo che lo coprisse davanti ammodo, e quell’altra mano se la metteva dietro alle rene, e li, come se non fossero fatti suoi, cògli pomi! stacca pomi! e poi, sempre leggendo, adagio adagio se ne tornava a casa colle tasche piene! Pensava la notte chi poteva infrecciare di giorno.

Una volta eccoti Bòbbola va alla bottega con una boccetta di vetro scuro. C’era la padrona secondo il solito:
«Buona sera, sora Tonina; me l’empirebbe di rumme? Principiamo a essere in là cogli annetti, e lo schizzino nel caffè la mattina non fa male, spurga la vista e rinforza i nervi!»
«Anzi!»

Pesa la boccetta vuota; l’empie, la ripesa, e l’importo era venti centesimi:
«Sarebbe ventuno, ma tiriamo via, e vada per il buon peso!»

Paga e se ne va. Dopo due giorni rieccotelo per il rumme. La padrona voleva pesare la boccetta, ma lui fa:
«E quella dell’altro giorno, se ne rammenta?, che quand’è piena, importa venti centesimi».
«Sta bene!»

Gliel’empie; lui paga e va via. Dopo tre giorni torna, dà i venti centesimi senz’osservazione e parte. E così ogni due o tre giorni veniva a prendere il rumme e durò un bel pezzo. Un giorno invece di trovarci la padrona, ci trovò il marito.

Mette sul banco venti centesimi e la boccetta perchè gliel’empia. Il padrone dà un’occhiata e dice:
«Eppure mi pare che ne abbia a tenere più di venti centesimi!»
«Ma la vostra signora consorte la riscontrò l’altra settimana (glielo domandi) e importava venti centesimi».
«Sarà vero di certo, ma, senz’offesa abbiate pazienza, potrebbe darsi che avéssete sbagliato bottiglia… Per la verità, tanto per voi quanto per me è bene sincerarsi».

Pesa, e importava quarantadue centesimi! Aveva comprato otto o dieci boccette della stessa forma e dello stesso colore, una un po’ poino più grossa dell’altra, a scaletta, e dopo la seconda e terza volta che ci avevano fatto l’occhio, mutava e aveva già raddoppiato dose per lo stesso prezzo, il galeotto!!

E così:

Coll’arte e coll’inganno viveva mezzo l’anno;
Coll’inganno e coll’arte viveva l’altra parte!

 

( Idelfonso Nieri, Un furbacchione, racconto tratto da “Cento racconti popolari lucchesi”, 1908 )

 

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