Idelfonso Nieri,  Una sbornia a ferma là!


Topo la vera ciucca la piglia di rado, perchè si tien ritto cogli stecchi, povero cristianaccio, scannato miserabile che fa venire i brividi a vederlo; ma se gli riesce alle spalle degli altri, non si perde per corto.

Quando va a qualche spaglio, la festa, sai? per la nascita di qualche figliuolo, che s’invitano i parenti e anche gli amici più stretti (nel pian di Lucca la chiamano impagliata), allora sono quattrini storti, non ne fa fallita una.

Viareggio - Un carico di vino in fiaschi di paglia agli inizi del 900  - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Viareggio – Un carico di vino in fiaschi di paglia agli inizi del 900 – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Una volta era nato il primo maschio a un suo fratello, e naturalmente fu invitato anco lui: bimbo mio! quello fu un giudizio universale!

In undici uomini (eh! ma anche le donne ci fecero la lor figura!) sgrondarono una soma, due barili! e di quello che fa strizzar l’occhio! Ti puoi figurare se l’angelo era fatto o no! Se ne venne via a notte chiusa e per istrada, per mettere il colmo all’opera, entrò da un certo Trivellino a bere il bicchierin di rumme. E anco lui di quell’idea, sai? che il rumme sul vino lega bene e fa passare la sbornia. Ne avrebbe voluto anco dell’altro, ma avendolo visto con quel po’ po’ d’accollo già, tanto fecero che dopo il primo, lo spinsero fuori e lo persuasero a andare a casa.

Noi èramo lì fuori a sedere dopo cena a prendere il fresco, quando, eccoti che si sente nella redola fuori del callare Topo che sbraitava e ragionava fra sè e pareva l’avesse con tutto il mondo.

Filze di madonne che faceva scurir l’aria! Alla bella meglio, tentenna di qua, barcolla di là, pigliando tutta la strada quant’era larga, imbocca il callare e si fa avanti dov’èramo noi. Riconobbe il mi’ zio alla voce:
«O padron Paolo, buona sera!»

e lì cominciò a sberciare e dov’era stato e che aveva fatto e quanto aveva mangiato:
«Padron Paolo, ho la bocca secca, bigna riribere (ci avrà messo un’ora a dire riribere) ho la gola asciutta come l’esca; m’ha a da’ da ribere, padron Paolo; bigna riribere!»

Il mi’ zio per far la burletta, gli porta la fiasca dell’acqua, e Topo s’avventa alla fiasca con tutte e due le mani:
«Ecce ancilla del Signore! Ecce anelila del Signore!» cominciò a gridare dalla contentezza, e fece per attaccarsela alla bocca; ma perse l’equilibrio e giù tutto in un fascio.

La fiasca andò in picíni; per miracolo lui non si fece nulla; restò lì smarmocchito, e poi fece per rizzarsi e si mise colle mani davanti puntate in terra gattone e cominciò a dire:
«Uuh! come si monta! Che montagna, padron Paolo! Chi ce l’ha messa questa montagna qui? Uuh! si va alle nugole, padron Paolo!»

Andiamo là, e fra tutti, fai fai, lo rimettiamo in piedi e l’avviamo per verso casa sua, nella redola che ci portava. Ci sarà stato di lì là una sassata, neanche, a mala pena, ma gli s’andava dietro dietro, per vedere un po’ quello che sapeva fare. E lui là là, un passo avanti e due addietro, ora sopra un ciglio e ora sopra quell’altro, era lì per isboccare nell’aia, quando tutto a un tratto traboccò da un lato, ma non cascò, perchè rimase appoggiato a una pendana.

Allora sì che si cominciò a tapinare!:
«Trivellino, me l’hai fatta bella! Mi avevi detto che la via per andare a casa era bella pulita e invece ci è un muro, c’è un muragliene e non si passa!» e lì dái con questo Trivellino birbante che l’aveva messo di mezzo.

Allora noi a suon di spingere e di tirare lo rimettemmo su e l’accompagnammo alla porta di casa. La moglie, che aveva sentito quel baccano, si fece alla finestra col lume per sapere di che si trattava. Quando Topo scòrse la su’ moglie alla finestra col lume, cominciò a gridare:
«Che vólti, padron Paolo, che vólti! Che vólti la mi’ moglie, padron Paolo!»

Io dalle risa mi reggevo la pancia. Su per le scale ce lo portammo di soppeso, e in tre lo buttammo sul letto come una balla, due tenendolo per le spalle e uno per le gambe. Così vestito s’appoggiò come un ciocco e seguitò a russare fino alle dieci della mattina dopo.

Castiglione Garfagnana - Giorno di festa  - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Castiglione Garfagnana – Giorno di festa – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Bellina fu anche una mossetta che gli sentii fare una volta! Entrai in un caffè e c’era Topo briaco come un otro che ciacciava a voce alta e smanaccava come uno spiritato e l’aveva contro certi carabinieri. Parlava porcivile, come fanno delle volte i briachi, battendo il c duro che quasi si scorticava il palato, e diceva:
«Quella dei karabinieri di prendere un omo per il petto e strapponarlo a quel modo kome se fusse un cane, si puol patire? Quella è una barbarìa! Che facciano il su’ dovere di agguantarlo e ammanettarlo, se se lo merita, è giusta, e l’hanno a fare. Adempiute ai vostri doveri adempiute, ma le abusioni è troppo! Dice che si progredisce! E io diko che si aggredisce. Non si usavano neanco a tempo dei tiranni d’una volta barbarità così….»

Intanto entra nel caffè un su’ amico che aveva altro per la testa.
«O Nìccolo, lo vuoi un poncino?»
«No»
«Allora vuoi un bicchier di vino?»
«No»
«Lo vuoi un serpente che ti mangi di cima in fondo?»

 

 

 

( Idelfonso Nieri, Una sbornia a ferma là!, racconto tratto da “Cento racconti popolari lucchesi”, 1908 )

 

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