Lorenzo Viani, Il poeta dei cavatori


Seravezza, – che da secoli, con la maschia potenza dei suoi cavatori, ronca e palleggia i bianchi marmi al sole in su gli aerei piazzali delle sue cave, che, nelle sgrigiolanti segherie, dentate di sabbia silicea, affetta i blocchi ciclopici, abbeverandoli con la tersa acqua dei suoi ruscelli e torrenti precipiti, che, nei laboratorii strepenti, li fulmina coi pistoletti elettrici, li scalpella, li sagoma, li arrotonda sui torni girevoli, li quartabona e cuba, – Seravezza ha fatto scalpellare in una tacca bianca dell’Altissimo il volto austero e luminoso di un suo figlio degno: «Cecco frate», lo scolopio Francesco Donati, poeta innamorato della bellezza, ardente di amor patrio.

Seravezza. Trasporto di un blocco di marmo - foto tratta da Vecchia Versilia di Valeriano Cecconi - Tellini Editore 1981
Seravezza. Trasporto di un blocco di marmo – foto tratta da Vecchia Versilia di Valeriano Cecconi – Tellini Editore 1981

All’ombra di una piantata di rovere, di contro ai ruinanti dirupi delle cave di Costa, alla cui base s’aggronda, coi tetti neri di piastroni, il borgo del Marcaccio, sorge l’erma votiva. Tutta la Versilia, era adunata in Seravezza per celebrare l’inaugurazione del palazzo del Governo e del durevole ricordo a «Cecco frate», il cui busto è centrato nel parco del palazzo medesimo.

Di Francesco Donati, figlio d’umile gente operosa e fiera, che aprì gli occhi il giorno 16 marzo del 1821, al Marcaccio, presso Seravezza, e li sigillò per sempre il 5 luglio del 1877 in Torcicoda, al limite estremo di questa cittadella marmifera, dovevano scrivere Giosuè Carducci, che gli fu devotissimo sempre, e Giovanni Pascoli, che, in Urbino, al Liceo «Raffaello», esile convittore, l’ebbe come maestro.

C’è una lettera del Carducci al Chiarini in proposito, assai esplicita. Postilla il Chiarini:

«Il Carducci e io volevamo fare qualche memoria di lui; ma la mancanza di notizie della sua vita e altre difficoltà furono cagione che il nostro proposito rimase per allora senza effetto. Certe cose, anzi molte cose, se non si fanno subito, non si fanno più». 

Il Chiarini non ebbe torto. Giovanni Pascoli, quattro mesi prima di morire, scrisse al Renier.

«Ottimo amico, in altri tempi, sì, volevo scrivere sul padre Donati o «Cecco, frate». Perchè ne fui distolto? C’è nel principio delle Mie prigioni questo perchè. È un broncio. Fa’ dunque tu. Rivolgiti al Comune di Pietrasanta, per averne in prestito un prezioso plico, ch’io ebbi due volte in mano, in cui è quasi tutto, o tutto, ciò che il padre Donati stampò, e manoscritti. Io ero e sono convinto, che «Cecco frate», è un «creditore». 

Per sconsigliata negligenza, le carte di lui andarono quasi tutte disperse; un nucleo di esse pare sussista ancora. Dove? Comunque in tutta la Versilia, massimamente nella parte montuosa l’impetuoso scolopio è ancora amato e compianto; e l’amore e il dolore i vecchi cavatori li hanno trasmessi a questa generazione ringagliardita.

Seravezza
Seravezza

Perchè il cavatore della Versilia, affabile e ospitale, massimamente se gli ospiti lo intrattengono in materia di poesia, ama cantare, cantare stornelli, «rispetti», «bruscelli», «buffonate» o «maggi», ma cantare sempre, quando si lavora e quando si riposa.

Giosuè Carducci, verso il 1869, sollecitava «Cecco frate» a salire verso le altitudini pietrose, per ascoltare quei canti che prorompono da velocissimi ingegni e cuori di fuoco, e raccoglierli e commentarli.

«Cecco frate» (questo nome sarebbe stato dato allo scolopio dai cavatori seravezzini; ma sta di fatto che il Donati fu chiamato così anche dagli «amici pedanti» di Firenze) fulvo di chioma, acceso in volto, gli occhi ceruli, con atteggiamenti più da moschettiere che da ecclesiastico, salì sui dirupi apuani; e mattinò e meriggiò, nelle selve di Giustagnana e di Terrinca, con lo schioppo a tracolla, insidiando quante volpi erano ascose in quei poggi silvestri e ascoltando i canti armoniosi.

Il Donati, come già si è ricordato, scriveva ad un amico;

«Tutto il settembre e l’ottobre li ho passati pei monti e pei boschi cacciando. Ora mi sto confitto in camera a cagione di una bellissima stincatura…».

Nel borgo di Giustagnano quei vecchi cavatori ricordano ancora il buon «Cecco», sbandato lassù dalle tempeste della vita. Perchè in quei tempi Francesco Donati giù nelle grigie città, era riguardato sì con rispetto, ma quasi con terrore. A ciò contribuiva, oltre la libertà del suo pensiero, l’indole del suo temperamento estremamente focoso.

«Vivo ingegno, eletta e ben fondata cultura,  ottimo cuore, – scrisse di lui Isidoro Del Lungo, – ma credo si logorasse anzi tempo nel contrasto dei sentimenti, ai quali si abbandonava di primo impeto per pentirsene a breve andare».

Vita certamente parecchio travagliosa e agitata quella di «Cecco frate». Di salute spesso malferma, col desiderio di piaceri dell’intelletto, che non sempre riusciva a soddisfare, angustiato non di rado da strettezze economiche, con un temperamento eccitabile e intollerante, che mal sopportava i contatti della comunità, non fu certo un uomo felice.

Fu almeno sorretto dalla fede codesto monaco, amico d’increduli?

«Checchè possano autorizzare di sospetti o d’incertezze certe sue frasi, Francesco Donati fu uomo di fede schietta e intera senza crolli, nè dubitazioni per tutta la vita».

Questa esplicita dichiarazione è di Isidoro Del Lungo, che del Donati fu amico sin dalla prima ora. È certo che in Urbino la scolaresca del Liceo «Raffaello» adorava Francesco Donati; lo adorava, nonostante gli scatti del suo indomito temperamento, perchè sentiva in lui il vero Maestro, innamorato dei classici, largo di pensiero, efficace nella dizione, variamente ed elegantemente dotto.

Quando leggeva e commentava Dante, con la sua bella voce sonora, con la vivacità dello sguardo e del gesto, tutta la scolaresca pendeva dalle sue labbra. Alla parola franca e arguta, cui conferiva sveltezza e precisione la purità toscana, consentiva l’anima della scolaresca.

Seravezza
Seravezza

Gli ultimi anni di «Cecco frate» trascorsero in compagnia di cavatori, che tribolavano una «quindicina» sulle paurose «tecchie» della cava e nei ricoveri aggiaccandosi, come le pecore, su letti di brenti silvestri, cibandosi di teste di cipolla e di pane, abbeverandosi con acqua schietta, nè assaggiando vino, nè altri liquori.

Ma che baldorie, la domenica di paga. Allora, buon vino faceva buon sangue, e buon sangue buon intelletto, e dove entrava il vino usciva la vergogna, e le comitive congregate nei «Crocchi», presente anche il dotto scolopio, che se ne compiaceva, cantavano quelle poesie popolari, fresche come la ruta.

Tutte le cose si potessen fare,
quelle che passa fra la fantasia,
le case si potessen tramutare,
anch’io volentier tramuterei la mia,
in cima all’Alpe la vorrei portare,
dove riposa la speranza e il cuore,
dove ha la casa lo mio primo Amore.

Lì nascevano i «contrasti» coi pastori della Garfagnana, – amanti del bel canto accanto ai cavatori di Versilia, – che nell’estate portavano le loro gregge a meriggiare nelle selve ombrose.

I cavatori cantavano ancora: quando il telo bianco, che copriva il volto luminoso di «Cecco frate», cadde e il busto, scalpellato dallo scultore seravezzino Vezzosi nervosamente bene, radiò nella fitta ombra dei roveti, un cavatore dinoccolato, sul cui capo petroso verdeggiava il cappello di vecchio alpino con la freccia della «bella penna nera», e sul petto quadrato c’era il sigillo di una medaglia al valore con una nota di celeste cielo, risalendo verso le vette nude, cantava:

«Addio, Versilia mia, ligure lido – di longobardi conti!».

Proprio così.

 

 

(Lorenzo viani, Il poeta dei cavatori, racconto tratto da “Il cipresso e la vite” )

 

 

 

 

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