Lorenzo Viani, Il garzoncello Giacomo


Tristezza delle giornate invernali, diacce e pioverne, in una città abituata al frastuono del Carnevale balneare: chi canterà la vostra desolazione? Gli assiti recingono i «bagni», riducendoli come tristi luoghi di pena: i fior spampanati degli ombrelloni, zebrati di lacca e cobalto, pare siano stati portati via dal vento impetuoso di libeccio; quello verde-ramarro di tela incerata che tragitta sulla spiaggia è del pastore che vi si occulta per schivare il piovasco; quella nuvola giallastra che sfiora i faggi è la sua greggia randagia. Il mare gagliardo romba e rimbomba.
Ho saputo stamani, da Antonio Puccini, che suo padre, il Maestro, amava questa desolazione musicata di malinconia. E l’altro giorno seppi, dall’architetto Pilotti, che architettò la villa sul rovescio di quelle allineate sulla spiaggia, che il Maestro non gradiva la vista del mare.
Troppe volte il pelago s’era posto tra il Maestro e questa terra, e la nostalgia soffiava impetuosa sul cuore il desiderio di ritornarvi:
«Qui sono lumache; freddi, impassibili; io non vedo l’ora d’intorrelagarmi», scriveva d’oltre mare il Maestro.

Torre del Lago - Casa Puccini
Torre del Lago – Casa Puccini

Stamani il ceneraccio del cielo filtra, stacciata, l’acquerugiola che spolvera gli abiti, scolla le giunture, inargenta i capelli, acquerella la selva che scola sui tronchi e impolpa il sabbione. La villa Puccini sembra un acquerello del Turner, quando il pittore lo poneva a fondersi sotto queste pioggiarelle.
Il figlio Antonio rassetta la roba nell’ultimo studio del padre: veduto traverso i vetri turchini, par dentro un acquario. La villa, recintata di quercioli, è bassa e tutta coperta dalle ombrella dei pini. Qui è nata Turandot. Un cancellino si apre automaticamente, e per tutto il tempo che sta aperto una cicala arrochita dalla freddura canta dentro la villa. Il figlio Antonio riordina i fogli. È un numero della Perseveranza del 15 luglio 1883. La gagliarda calligrafia del Maestro si scorge in margine: «Signora Albina Puccini – Via di Poggio – Lucca». La signora Albina, a cui è indirizzato il foglio, era la madre del Maestro.
– Lo legga.

Un vigoroso segno di lapis bleu sbiscia sulla seconda pagina:
«Saggio finale al Conservatorio musicale di Milano».

 Puccini, per il saggio finale, compose un Capriccio. Leggo:

«Puccini è un simpatico giovanotto di Lucca, figlio di un bravo e dotto contrappuntista, maestro di cappella di quella cattedrale… nel Puccini c’è un deciso e rarissimo temperamento musicale… Il Capriccio suscitò entusiasmo e rimarrà come una delle migliori impressioni dei saggi di quest’anno. – Firmato: Filippi».

Sul leggìo, davanti al piano del Maestro, v’è, chiuso, grande come un messale, lo spartito della Turandot. Principio e fine di una vita virile e tenace, agitata da ebrezze di trionfo. Sopra un tavolo basso e spaziato, che specchia come una lama, v’è un quaderno bodoniano foderato di cuoio e listato d’oro.
– Lo legga.

È l’elegia funebre che il maestro Giovanni Pacini, quello della Saffo, disse sul feretro di Michele Puccini, padre di Giacomo.
– Legga la chiusa: è interessante.

Leggo:

«Egli lascia una desolata sposa e sei tenere fanciullette ed un garzoncello, – Giacomo, – solo superstite ed erede di quella gloria che i suoi antenati ben si meritarono nell’arte armonica e che forse potrà egli far rivivere un giorno».

Gli spartiti delle opere pucciniane si vedono per costa, rilegati in pergamena avorio, e par assentano alla profezia con largo sorriso.
Ai lati del piano, due lettere sotto vetro e incorniciate, una di Rossini, l’altra di Wagner.
Cerco, esitante, un certo tavolino che alla vigilia quasi della morte il Maestro commise all’artefice del legno Carlo Spicciani:

«Caro Spicciani. Ho bisogno d’un tavolino speciale: ho molte medaglie d’oro di diversi teatri e comuni d’Italia e fuori, che vorrei raccogliere nel piano d’un tavolo-vetrina. Non deve esser grande. L’avverto non deve essere ingombrante. Non mi piace il solito velluto o felpa. Domando se fosse volgare un piano di damasco. Saluti, suo Puccini».

Sopra un drappo di damasco, rosso sangue, v’è decapitata la maschera in bronzo della Santa Teresa del Bernini. Altrove ho scorto una porcellana raffigurante Cleopatra. Nel centro di una parete c’è un ritratto giovanile del Maestro fatto dal Conconi alla maniera di Tranquillo Cremona, onde la soffusione dei piani col fondo rende al vero un uomo che si stacchi con tenui luci sull’ombra. Il Maestro pare lì e che ascolti.
Sul piano v’è una copia del Corriere della Sera, ma è del 23 febbraio 1893. Una sbisciatura di lapis carminio assaetta tutta una pagina: «Manon Lescaut al Regio di Torino», e un lungo articolo esegetico di Giovanni Pozza.
– L’ho trovato stamani in un fascio di carte: stasera parte per l’archivio di Torre del Lago, – dice Antonio. – Lo legga.

Torre del Lago, ai tempi che vi capitò il Maestro, si chiamava il «Confino»: la terra estrema della podesteria di Viareggio confinante con quella di Pisa.

Torre del Lago - La targa posta sulla facciata di Casa Puccini
Torre del Lago – La targa posta sulla facciata di Casa Puccini

Viareggio era Quart Khadasciat, o città nuova, e Torre del Lago il territorio della Numidia; il lago poteva essere quello di Tritone. Questi richiami delle antichità classiche erano suscitati nelle fantasia accesa del Maestro dalla permanenza in quei luoghi di un pittore a cui dicevano l’idolo cartaginese: Ferruccio Pagni, o «Ferro», come per sincope lo chiamava il Maestro. E di ferro battuto, a quei dì, sembrava Ferruccio Pagni, diventato poi lo storico più obbiettivo e vivo del Maestro: scarnito dalle penitenze, sventrato dai digiuni, lavato dalla pioggia, asciutto dal sole, pareva arrugginito, chè di ruggine era anche un certo suo vestito di velluto spigato.
Quando «Ferro» impugnava la tavolozza falcata come uno scudo di Numidia e agitava una canna sbarbata da un ciglio, sembrava un guerriero, lancia e scudo, che aprisse il varco a un augure che stesse per circoscrivere il limite entro il quale osservare il volo degli uccelli.
Il Maestro, addopato da un canneto, stava all’aspetto col fucile soppesato sulle braccia gagliarde. Il cane alzava insospettito gli orecchi, fiutava l’aria che aveva preso l’acredine della polvere da sparo.
– Silenzio!
– Vengono in qua, silenzio.
– Tun, tun, tun. Il cane guattisce, anela tuffarsi nel lago.
– Fischioni…. sono….

Due grandi foglie di lauro sembrano staccate da un fantastico albero occultato dalle nuvole, cascano a picco, fendono l’acque piombate. Il cane si tuffa, si aggalla coi fischioni in bocca.

Allora, Torre del Lago era una lingua palustre, non più larga di quattro chilometri, e i torrelaghesi avevano, allora, dei cartaginesi la ruvidezza; chiusi in sè, schioppettavano l’uccellame nelle «bandite» e tiravano di fiocina ai lucci sguiscianti nel lago padronale.
Sopra un bugnone di falaschi, taglienti come lame, fu eretto un capanno, e il Maestro alternava il bugnone col pianoforte.
Quasi tutte le opere sono state scritte a «Torre», onde il Maestro lontano scrivea:
«Non vedo l’ora d’intorrelagarmi».

Poi un brutto giorno, proprio dirimpetto allo studio del Maestro, sorse una specie di «Tempio della luce»: le Torbiere. L’uccellame spaurito andò oltre il monte di Quiesa, le acque intorbidate misero in fuga i pesci, il cielo si tenebrò. Sui falaschi gemevano non più le gru,

lo squadron delle gru quando del verno
fuggendo i nembi l’ocean sorvola
con acuti clangori,

ma aspe e maciulle. Torbati densi di fuliggine risommavano cagliati d’untume e di carbone. I rantoli dei macchinari sembravano mostruosi uccellacci d’acciaio che si attristassero in eterno. Ciminiere alte come campanili pennellarono il cielo di strisce a lutto. Anche un esclamativo di pietra si piazzò sul lago con tre cifre misteriose: C.E.L.
Il Maestro abbandonò il lago, cercò pace nel silenzio della Maremma. Si ridusse a Viareggio
«Voglio una casa bassa, ariosa: non posso, lavorando, vedere il mare». Fu esaudito.

Oggi che il figlio Antonio rassetta ogni cosa e ordina, a Torre del Lago tutti i ricordi più significativi del Maestro, anche le «Torbiere» sono ammutolite. Un porto in isfacelo è davanti alla tomba di Lui. Le gru, a squadroni, si posano sul folto, calano sui biodoli e sui falaschi, l’acque si sono storbidite, e lucci e scalbatre argentano il fondo limaccioso. Anche il cielo serena sui monti di Pisa. Nel salottino vicino alla tomba c’è tutto l’armamentario pronto per una battuta. Schioppi, fucili a dietro ed avancarica, pistole, lance, balestre, fulminanti, richiami, carniere, «stampe», – uccelli di sughero dipinto, atti al richiamo, – stivali, scarponi, gambali, gabbani, tabarri, ventriere, cappellacci pennuti. Un grande ritratto del Maestro al vero, dipinto da Cappiello, sorride incredulo nel salone. Davanti a lui c’è una fotografia di Renato Fucini, con dedica, sorridente anche quello; un vago chiarore di sorriso vaga anche sulla fotografia di Francesco Crispi; un vasto sorriso è sul volto aperto di Padre Pistelli, colto sull’Alpe di San Pellegrino. Davanti a Verdi c’è una schiamazzante fotografia in cui Marcello, Colline, Rodolfo e Schaunard, tenendosi per mano, par gli cantino a squarciagola

Tutto è follia nel mondo.

 

 

( Lorenzo Viani, Il garzoncello Giacomo, racconto tratto da “Il cipresso e la vite” )

 

 

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