Lorenzo Viani, «Madame Butterfly» a Torre del Lago


Madame Butterfly, «la fragile e variopinta farfalla pucciniana», – molti lo ricordano, – sepolta vivissima, la prima sera che si presentò sulla scena a Milano. Il Maestro, come per virtù arcana, le sospirò sugli occhi sigillati: «Risorgi e cammina».

 - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
– Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

I ritocchi furono pochissimi: dalla debole trama fu tolto soltanto un ubriaco. La resurrezione si compì in Brescia, e sono venticinque anni che la Butterfly cammina trionfale per le scene del mondo. Tra poco si poserà, per una notte sola, davanti alla casa dove fu creata.

Nella memorabile sera di Brescia Madame Butterfly fu interpretata da Salomea Kruceniski che rese le mortali angosce della piccola «Cio-Cio» con arte ammirevole e con irresistibile effetto.

«Alla più grande e deliziosa Butterfly – Giacomo Puccini. Torre ‘904».

Scrissero i fogli d’allora:
«Se la gratitudine è una virtù degli autori, Giacomo Puccini deve a Salomea Kruceniski una riconoscenza senza limiti». Il Maestro l’ebbe illimitata. »

Mi sono recato oggi nella villa di Salomea Kruceniski, vicinissima alla casa in cui il Maestro scrisse Turandot, ma non ho trovato la signora: essa, in questo momento, è sui Carpazi e viaggia verso l’Ucraina per salutare la sua nobile e patriarcale famiglia. Mi ha amichevolmente accolto lo sposo, avvocato Cesare Riccioni, che fu fraterno amico del Maestro. Sopra una fotografia di Puccini ci sono dei suoi versi:

Caro Riccioni «Cesare» 
della macchia verde
l’effige tua non lesa
l’ebbi e mai più si perde.

In questo salotto rivive un po’ della vecchia «bohème» torrelaghese. Sulle pareti ci son tutti: morti e vivi. Su di una fotografia piratesca di Plinio Nomellini giovane sta scritto:
«A Riccioni, augurandogli di divenire Cesare Versiliano».

Sopra una fotografia di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi ( «Ceccardo è il più compito cavaliere che io abbia conosciuto», mi diceva un tempo lontano la signora Kruceniski dopo che io avevo condotto, con qualche titubanza, il poeta apuano a colazione da lei ) :
«A donna Salomea Kruceniski canora anima di lodola pel deserto del mondo».

Una lettera stravagante è incorniciata, e sotto vetro, scritta da due calligrafie diverse, ma entrambe raspanti. La lettera fu scritta in un caffè, se ne veggono ancora le pallide tracce, una riga da Puccini, una riga da Mascagni, rappacificati dopo rabbuffi da nulla. Data: 1894.

«Caffè del Casino. Caro Riccioni. Ti abbiamo atteso» – scrive Puccini; –
«fino ad ore 5.50» – continua Mascagni: –
«e inutilissimamente. Partiamo adesso per Torre del Lago» – completa Mascagni.

Puccini dava del tu al Riccioni e Mascagni del lei. Un certo momento si vede che Mascagni perde la pazienza e scrive difilato cinque o sei righe:
«Intanto mille ringraziamenti per le cordiali accoglienze, saluti e una stretta di mano. Spero che la nostra amicizia non avrà mai fine. Amen. Pietro Mascagni».

Giacomo Puccini - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Giacomo Puccini – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

La pace dei due sommi Maestri italiani avvenne sul feretro del grande violinista viareggino Ippolito Ragghianti, al cui trasporto intervennero moltissimi grandi musicisti. Sopra un foglio di carta cenerina si veggono dei fregi musicali con delle note: sembra uno schizzo, di qualche pittore d’avanguardia, di fili elettrici con su posate delle rondini. È un motivo della Butterfly di, pugno del Maestro.
«Questo che ti trascrivo è un motivo del duetto. Fanne quel che credi. Giacomo».

Un caro e personale ricordo mi lega alla Butterfly. Nel 1906 avevo lo studio, qui in Torre del Lago, dirimpetto alla casa del Maestro. Correvano i tempi in cui le lucertole sembravano serpenti, quando c’è il passaggio dei pastrani dalle case al Monte di Pietà, e i padronati licenziano le serve e si ritirano nella campagna. Quei tempi in cui pare che i monti si siano messi una parrucca di nuvole tempestose e che non se la vogliano più togliere di capo.

Proprio in quei tempi avevo ritoccato certi affreschi che decoravano il salotto lacustre del Maestro, e lui capitava sovente nel mio studio un vecchio granaio dove ci sapeva di pane stantio; albergo di topi e di zecche, ventilato dalle ragnatele in cui erano impigliati dei mosconi, le finestre avevano i vetri di fogli e l’ammattonato terremotava sotto i piedi uno di quei luoghi da cui l’inquilino, molto spesso, esce portato via da quattro persone incappate.

Fu proprio lì che il Maestro una mattina mi disse:
– Tenga – e mi offrì un foglietto accartocciato: una poltrona di prima fila del Teatro Comunale del Giglio di Lucca in cui si rappresentava, per la prima volta Madama Butterfly.

Traghettai il lago sopra uno dei barchini coi quali i cacciatori danno dietro alle folaghe, sbarcai alla «Piaggetta» opposta, feci a piedi il monte di Quiesa, lo stradone di Sant’Anna. Andai al Teatro del Giglio, mi sedetti fra tanta gente vestita di nero, e mi fu chiesto il biglietto almeno una diecina di volte. L’uomo non riusciva a capacitarsi che il mio biglietto fosse legittimo.

Dopo lo spettacolo mi biasciai quella venticinquina di chilometri che separano Viareggio da Lucca sotto una pioggerella ottobrina che veniva giù come Dio la mandava. Stavo per scollettare il Quiesa quando udii un:

– Alto là! – formidabile. Due militi della benemerita a cavallo, perlustravano quei luoghi allora deserti.
– Di dove venite?
– Dalla Madame Butterfly!
– E dove andate?
– A casa!
– Con questo tempo?

Tacqui e ripresi il cammino giù per le scorciatoie da cui, a tratti, lampavano i fari dei porti della Spezia, di Viareggio e di Livorno.
Il dimani raccontai l’accaduto al Maestro che al solito era salito al granaio.
– Dopo il cattivo viene il peggio – dissi.

Sulle squallide pareti c’era soltanto una fotografia, quella del Maestro, con la dedica:
«Al Viani delle bestie. Giacomo Puccini».

Allora non disegnavo altro che bestie. Gli uomini vennero dopo.

Tra poco la Madame Butterfly ritornerà davanti alla casa dove è stata concepita. Come accadde, l’anno scorso, alla sua sorella «Mimì», stenterà a riconoscere i luoghi.

Rasi al suolo i capanni di falasco, inghiottita la sponda su cui i canneti misuravano l’impeto del vento di monte e di mare, coperti i fossati vellutati di verde, scerpate le pioppete grigio argento.

Anche gli uomini, i padulanti rozzi e bonari, i cacciatori di frodo scaltriti, gli uomini della macchia che rendono un perenne profumo di ragia di pino, le risaiole dalle grandi pamèle di paglia, i ranocchiai dalle grandi reti a cucchiaio, coi cappelloni neri di antichi romei, dai soprannomi aderenti:
Baccalà, Becconero, Ghiro, Pinuglioro, Brigata, La Pandora, La Ciabatta, La Stemperona, Gamba di merlo, sono quasi del tutti scomparsi.

Torre del Lago - Statua di Giacomo Puccini
Torre del Lago – Statua di Giacomo Puccini

Della vecchia compagnia della «Bohème» rimangono Ferro – il pittore Ferruccio Pagni – baffi di ferro arrugginiti, occhi di falco, gambe di cicogna, e Plinio Nomellini dalla voce che ha il tono rauco della gru quando si rileva. Scomparsi Cecco Fannelli, Angiolino Tommasi e gli altri «macchiaioli» che s’eran buttati una trentina d’anni fa alla macchia della Bufalina.

A questo paesetto lacustre, unica frazione del Comune di Viareggio, il Maestro era legato da memorie di lavoro e di gloria. E l’uno e l’altro egli rappresentò ai funerali di Verdi.

«Caro Cesare,
Col cuore accetto l’onorevole incarico di rappresentare cotesto Municipio ai funerali di Verdi. Con lui pur troppo estinguesi la più pura luminosa gloria d’Italia. Per la grandezza della Patria auguriamoci che siano imitate e continuate le virtù dell’uomo e dell’artista. – Giacomo Puccini».

In questa notte alta non si scorge di tra i lecci del parco una debole luce a cui crescevano intorno orrori d’ombre musicate. Una vetrata istoriata da Adolfo De Carolis – ombra anche lui ora – filtra una spenta luce soffusa di toni madreperlati. La luce viene dalla Sua tomba.

Una vocale malinconia soffia dal lago, come antichissime armonie che approdino e si spengano nella sabbia per non cantare mai più.

( Lorenzo Viani, «Madame Butterfly» a Torre del Lago, racconto tratto da “Il cipresso e la vigna” )

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