Idelfonso Nieri, Tognino


Un pastore tutti gli anni, là fra ‘l settembre e l’ottobre, dai monti della Garfagnana se ne scendeva passo passo col su’ branco delle pecore giù alla pianura, e andava a svernare in sulla marina poco distante da Viareggio.

Per quanto fosse un uomo assestato e faticasse come un buttero, ogni anno era sempre il solito Tognino dell’anno avanti: senza debiti sì, ma anche senza un centesimo d’avanzo, tirando là là alla meglio co’ suoi magri desinari e colle sue magre cene, vestito di fustagnaccio verde, e sgolandosi dalla mattina alla sera dietro alle pecore. Certamente, se avesse saputo a che altro mestiere voltarsi nel mondo, si sarebbe messo anche in forma di gatto per trovar la maniera, se non d’arricchire, almeno di metter da parte qualche mezzo scudo per i giorni brutti della vecchiaia. E questo era uno de’ suoi gran pensieri, anzi quello che lo tribolava più di tutti.

Lucca - Pascolo in un uliveto della campagna lucchese con vecchi e bambini - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Lucca – Pascolo in un uliveto della campagna lucchese con vecchi e bambini – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Ora succedeva quasi ogni anno che tornando alle bassure, sentiva dire quando di questo e quando di quello, che col portare mercanzie da un posto all’altro per mare, avea raccapezzato fior di denari e se la passava da un principe. Sentilo ora sentilo or ora, il pastore cominciò a fissarci il chiodo, e a furia di pensarci gli venne la fantasia di voler tentare la fortuna anco lui.

«Eh, per mio! non sarà mica una quaderna al lotto! Ha detto bene a tanti, ho a esser per appunto io lo sciagurato? Ci ho a esser proprio solamente io nato così male che non abbi a avere una fortuna mai nel mi’ mondo? La vo’ vedere come è fatta quella befana della mi’ stella!»

E senza stare a scrutignarla tanto, va e vende tutte quelle bestiole che erano state il suo campamento fino allora, e le mette in tanti scudi sonanti e ballanti. Poi compra tavole e bancacci di noce quanti ce ne capivano; s’accorda col padrone di una paranza, la carica, e per una bellissima giornata di mare tranquillissimo tiran su le vele e si mettono in viaggio per verso Napoli.

Il pastore mercante seduto a prua sopra una pancaccia faceva i suoi castelli per aria, che era una bellezza a entrare in quella testa, e gli pareva già d’avere le tasche piene zeppe di maranghini. Arrivato a Napoli il suo noce gli andava via come il pepe; faceva un affarone d’oro, e li, ite e venite, guadagnava il quarantacinque o cinquanta per cento sulla compra fatta.

A Napoli (sempre nel suo cervello) ricaricava la paranza di frutta secche e fresche, e le portava sul mercato di Genova, e i soldi crescevano; a Genova ricaricava grano e lo portava a Livorno e i quattrini aumentavano; così in poco tempo il suo capitale era raddoppiato Dio lo sa quante volte.

In quattro e quattr’otto doventava un signore; maranghini a palate! Cavalli e carrozze! Palazzi in città e ville in campagna! La gente gli si scappellava distante un miglio! Non era più Tognin, ma il Signor Antonio!

«Ce n’è tanti di questi pidocchiettacci riunti che han fatto palanche Dio lo sa come, e sono rispettati e portati in pianta di mano!… Io almeno sarò un galantuomo!»

Intanto, senza che nemmeno se ne fosse accorto, eccoti che il cielo si rannuvola, il vento comincia a tirar forte, fa maretta, poi mare grosso, poi una tempesta e un fortunale così spaventoso che da un momento all’altro sono lì per andare a fondo. Ohimè! non c’è altro rimedio che alleggerire la barca!

«Presto! in mare tutto quello che si può!»

Povero pastore! a una a una tutte le sue tavole di noce furon buttate via, e lui stesso, anco lui! a sudare per far più presto. Così la paranza alleggerita alla peggio e alla meglio la scampò. Ed eccoti il povero Tognino nudo bruco senza le pecore, senza quattrini, senza le tavole, e solamente con due occhi per piangere.

Viareggio - Una paranza - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Viareggio – Una paranza – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Mogio mogio tornò al paese cercando un tozzo di porta in porta e dormendo per le capanne e per i metati. Lassù rimettendosi sotto a lavorare come una bestia, aiutato da qualche suo parente e pigliando anche un po’ di moneta in prestito da un amico, adagio adagio riappicciò prima alcune pecore; queste crebbero di numero e rifatto un brancarello discreto, due anni dopo nell’autunno tornò al solito luogo sulla marina.

Un giorno, mentre se ne stava alle merigge e le pecore se ne ruminavano tranquillamente, il cielo era limpido e sereno e non si scorgeva un nuvolino per quanto l’occhio poteva arrivare. Il mare era un coppo d’olio e la sua superficie brillando così ai raggi del sole pareva che invitasse la gente; ma il pastore, scottato dall’acqua calda, lo squadrò in cagnesco con un riso agro e disse:

«Tu vorresti dell’altro noce, ma to’!» e gli fece le corna.

 

 

( Idelfonso Nieri, Tognino, racconto tratto da “Cento racconti popolari lucchesi”, 1908 )

 

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