Lorenzo Viani, L’avventura elettorale di Giovanni Pascoli


Volete la prova che molta gente scrive?  Leggete.

Volete la prova che poca gente legge? Scrivete.

L’eterno dissidio tra coloro che si ostinano a non leggere. Chi se stesso condanna ai lavori forzati deve leggere, scrivere o plasmare, con la midolla del pane mantrugiato, delle statuette, come i galeotti. Se, di primavera, spalancate i finestroni dello studio, chi ha la fortuna di averlo dirimpetto al mare, vedrà le rondini dipanare goiate nere entro il telaio. Se aprite la porta a chi ha nel cuore prigioniera una rondine, il vostro studio diventerà un paretaio. Perchè l’uomo vuole cantare, cantare, cantare, come urlava l’invasato Cyrano.

Guido Brancoli, non indegno discepolo di Cyrano, canta e gorgheggia a suo modo; la rondine ch’egli ha prigione nel cuore, se volesse liberarsi dalle pareti, dovrebbe spuntare il becco di un picchio, perchè il Brancoli è tarchiato e sodo come un tronco millenario; uno di quegli uomini rubesti che hanno un cuore tenero come le fogliette dei pioppi che chiacchierano con i venticelli leggeri. Quando egli si innesta sul pavimento del mio studio, Ornella, Mila e Franco gli zirlano intorno perchè dai ramoni delle braccia di lui pendono rosette, stelle di campo, margherite ripiene di cioccolata. Una quercia intenerita campeggia sullo sfondo del mare. Egli parla di Giovanni Pascoli e del Cyrano italiano: Ceccardo, che è sul mio tavolo, calco mortuario di gesso, con i vigorosi pensieri e le immagini incorruttibili aggelate sulla fronte rattratta; memento homo a tutti quelli che travagliano intorno alla terribile parola: Poesia.

Nelle prose di lui, che l’Italia non si può ancora permettere il lusso di ignorare, questa parola frulla almeno tre volte per pagina. Nei dialoghi esplodeva:
– La poesia è quella spiritual cosa…. – Il periodo lo terminava la «cravache» scagliata nell’aria come una zagaglia.

Barga - costruzione  della strada del Piangrande a cui lavorò tutto il paese - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Barga – costruzione della strada del Piangrande a cui lavorò tutto il paese – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

La poesia fece scoprire a Giovanni Pascoli l’America nella chiusa chiostra del Barghigiano. Le Americhe, si potrebbe dire: America yankee e America latina insieme. America abbreviata che io contemplo dall’altana. Le ultime propaggini dell’Appennino a levante, sul cui ultimo colle è Barga, sarebbero le Ande; a ponente la arida seghettata appuntita fila delle Alpi Apuane, lucenti di marmo, che altro sono se non le Montagne Rocciose? Che piccolo Mississippi è cotesta Corsonna.E le Pampe? – Niente Pampe.

Dall’Alpi Apuane agli ultimi contrafforti dell’Appennino, in questa digradante da Barga al Serchio non c’è un palmo di terra che non sia solcato dall’aratro o sconvolto dalla vanga. Niente Pampe!

Nell’America piccola non mancano le macchine. La trebbiatrice non manca, no, ma si muove a mano o, a dir meglio, a braccia. È una macchina senza fuoco e senza fumo, che ha, da lontano, il suono di un coro di raganelle in un acquitrino. In un giorno può battere da cinquanta a sessanta sacca: i ricolti di cinque o sei campi.

Ai nostri giorni, anche nella piccola America le trebbiatrici acciabattano le ciantelle sulle strade salienti e scornocchiano vertiginosamente sull’aie; ma il 10 luglio 1908, Giovanni Pascoli, corrispondente del giornale americano La Prensa, mise nelle «Meditazioni d’un solitario italiano» quel canto di raganelle dai denti di acciaio. Se a quei tempi, nelle lotte elettorali, il programma non fosse stato «tirami che io ti tiro», quale ottimo rappresentante al Parlamento avrebbero potuto indicare i corrispondenti apuani!

Barga - la strada del Piangrande - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Barga – la strada del Piangrande – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Ma Barga, non immemore, il 24 giugno 1905 proclamò Giovanni Pascoli candidato, capo di una lista di concentrazione d’ordine e il Poeta riuscì primo eletto con quattrocentoventotto voti su quattrocentotrentadue votanti.  Dal Colle di Caprona, la viottola rosata e tortuosa strisciante sul pian grande doveva apparire al poeta come la «Picada» di Don Pedro che dall’Atlantico conduceva le truppe brasiliane a guerreggiare nel Paraguay, e il palazzotto Angeli, sede comunale, il Palazzo di Cristallo.

Il 25 giugno dell’anno medesimo risultò che il Poeta era ineleggibile perchè, sebbene cittadino onorario di Barga, non resultava inscritto nelle liste elettorali del comune. Risultò inoltre che la eleggibilità era stata contestata in antecedenza.  Si pensò ad una rappresaglia massonica, particolarmente per la conferenza tenuta dal Poeta a Pisa: «La Messa d’oro» in onore di monsignor Bonomelli.

Pascoli tacque fino al giorno dopo le elezioni amministrative del 1907, nelle quali, benchè il Poeta fosse inscritto nelle liste elettorali, il suo nome fu lasciato nel dimenticatoio, – dice la minuta storia che il Brancoli ha scritto su questo singolare avvenimento. – Nel «pensatoio» di Castelvecchio, avrei detto io.

Panorama di Barga - Foto tratta da "I bagni di Lucca, Coreglia e Barga", 1914
Panorama di Barga – Foto tratta da “I bagni di Lucca, Coreglia e Barga”, 1914

Lettere minute, circostanziate, precise, esatte si incrociarono tra il Poeta e il sindaco di Barga. La Giunta in seduta plenaria: «riaffermando la propria stima al Poeta illustre, confida che vorrà ancora considerarsi cittadino onorario di Barga». Centocinquanta cittadini, – seguono le firme, – come uno scaglione ardito dell’esercito di Don Pedro si istradò sulla «Picada» aperta nel pian grande.

«Barga, che ammira la grandezza del Genio Vostro, e conosce la bontà Vostra, vuole ricambiarla con un umile devoto sincero affettuoso omaggio». La «Picada» fu intitolata: Giovanni Pascoli, come segno manifesto e immediato di espiazione. Di scorcio, come gli apostoli sullo sfondo di una cupola con svolazzi di angeli, nella tenzone apparve anche la figura messicana di Paolo Mantegazza, il quale, sopra un cartiglio come tagliato nella lamiera, sottilizzava se Barga, non essendo stata città, poteva proclamare il Poeta cittadino onorario. Sopra una mensola, di contro alla veneranda figura, stava l’immagine campestre del Poeta con un magliolo di vite che pareva dire angelicamente: «Ma io son pago anche della contadinanza onoraria».

Alcuno speculò se la logica poteva essere poesia. La logica è la terza scienza della filosofia. Ceccardo, per non aver visto incluso il suo nome tagliente in una lista per le elezioni amministrative nel Comune di Pieve a Pelago, assalì, da solo, la torre rossa di Sant’Andrea e suonò le campane a martello. Si corse su da tutte le valli apuane:
– Ma perchè, ma perchè?
– Se eletto avrei fatto murare, nell’atrio del Comune di Pieve, una lapide repubblicana. Repubblicana, vi dico!

«La poesia è una spiritual cosa!».

Per quattro anni il Pascoli si raccolse nella bicocca di Castelvecchio.

«La poetica è una facoltà, la quale insegna in quai modi si debba imitare qualunque azione affetto e costume con numero sermone ed armonia, mescolatamente e di per sè, per rimuovere gli uomini dai vizi ed accenderli alle virtù».

E venne la rivincita; 10 settembre 1911:

«Ritorna fra noi, dopo quattro anni di lotte e di aspirazioni per il nostro paese, Giovanni Pascoli. Egli rientra per la prima volta fra le mura di Barga e viene per compiere il suo dovere di elettore. Salutiamo l’Uomo grande e modesto; l’Uomo che si rinchiuse nel suo giustificato sdegno ha vissuto per quattro anni nella bicocca di Caprona, solitario e fidente, aspettando l’ora della riscossa, il giorno della redenzione. Egli ritorna fra noi, e noi interpreti del sentimento della cittadinanza salutiamolo coll’entusiasmo sincero del nostro cuore l’Uomo della vera democrazia, il Poeta insigne delle cose umili. Nel gesto che Egli compie noi vaticiniamo un’èra nuova per la nostra Barga e l’avvenimento che noi attendiamo sia di pace laboriosa e di prospera civiltà. Trepidanti di speranza ed ammirazione, ci stringiamo intorno a Lui ed in Lui fissiamo i nostri sguardi mentre in quest’ora di lotta estrema erompe dal nostro petto il grido acclamante di: Viva Giovanni Pascoli». 

– Il mio nome è indissolubilmente legato a quello di Barga e di Castelvecchio, ma all’invito di amore, già così possente e dolce, si unisce il forte appello del dovere. Io dovevo venire oggi a portare il mio voto in favore della scuola; io che appartengo, benchè indegno, alla più antica Università del mondo.

E venne il giorno della apoteosi, 9 novembre 1911. Il Poeta scrisse al Commissario prefettizio di Barga:

«Accetto di fare il discorso a beneficio dei nostri feriti, ad onore dei nostri morti poiché vorrà trarne il maggiore utile che si possa per i nostri adorati eroi. L’avverto che farò cosa pensata, non a braccia, come si dice.  Bene è stata inspirata Barga che ha dato la nascita ad un prodittatore di Garibaldi: in questo intendimento di mostrare la nostra infinita gratitudine alla perfetta Armata, al glorioso Esercito italiano».

Pochi giorni dopo, 26 novembre 1911, dal piccolo teatro dei «Differenti» l’ultimo figlio di Virgilio annunziava al mondo l’inizio di un’èra novella. Lampò nel discorso l’improvvisa resurrezione di tutto un popolo di lavoratori e di eroi: dall’emigrato lucchese di Italy, a Beppe di Taddeo, talla del vecchio ceppo di Caprona. Il popolo che trasmigrò gli oceani, per donare altrui ricchezze e ritornare in patria sull’ali della speranza dorate dalla fortuna, coi suoi frequenti viaggi di andata e ritorno suggerì al Poeta, assorto nei classici, che l’Oceano infinito, oltre le colonne d’Ercole, non è per l’Italiano nuovo il sonante Oceano infinito oltre le colonne d’Ercole, ma il «bozzo» o, con frase poetica, la frapposta strada vicinale al mare. Beppe di Taddeo al Poeta che insegue i fantasmi di Odisseo e di Enea rammenta che sono essi, gli emigranti, del braccio e del pensiero, che aprono la via alla marcia trionfale e redentrice dell’Italia.

«La grande proletaria s’è mossa. E la democrazia italiana, fulminata dall’anatema del Poeta, si ritrae nell’ombra in attesa del supremo verdetto della storia».

 

( Lorenzo Viani, L’avventura elettorale di Giovanni Pascoli, tratto da “Il cipresso e la vite” )

 

 

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