Lorenzo Viani, Ricordi di Federigo Tozzi


Allora, per l’affitto della mia camera, via San Zanobi, spendevo quanto spendo oggi per la casella postale. Tutte le volte che prendo la posta il pensiero ricorre a quel bugigattolo cellulare, a ridosso del tetto; forno crematorio l’estate, ghiacciaia l’inverno. Tutte le volte che capito a Firenze, per la Via Primaverile, «via 27 Aprile», mi riduco in quel braccio di strada che termina in via delle Ruote e guardo la finestra, – come soglion fare i gatti all’altura da cui son precipitati, – da dove caddero alcuni anni della mia giovinezza.

Un giorno, condottovi dallo spezzino Emilio Mantelli, che fu poi vigoroso xilografo ed eroe, morto al fronte l’ultimo giorno della guerra, e che abitava la stanza confinante con la mia, capitò in camera un pittore tarchiato che schizzava salute da tutti i pori della pelle rosata, in compagnia di un giovane, con le lenti, pallido, vestito di scuro, raccolto come un abate: e i due, sul mio letto, presero visione minuta di alcuni disegni di marinari, accattoni, vagabondi, ciuchi e rospi. Il più tarchiato confessò che faceva anche della critica d’arte su di un giornale che si chiamava Il bruscolo e che si sarebbe occupato di me. Egli era Ferdinando Paolieri e l’altro Ascanio Forti.

Federigo Tozzi
Federigo Tozzi

Ferdinando Paolieri mi presentò, – dopo la pubblicazione, – a Federigo Tozzi. L’incontro avvenne nell’osteria di Martino Passeri, un oste gigantesco, con pancia e spalle da colosso, che del passero aveva soltanto gli occhietti sul viso rubicondo. Tozzi d’allora, un giovanottaccio dai capelli ricci e gli occhi chiari, con la bocca tagliata all’insù tra il naso e la bazza che pareva volessero combaciarsi; era, come le noci foderato di tre pelli, la prima che tinge a toccarla, la seconda che si rompe col ferro o coi denti, la terza aderente al buono, leggera come la pecchia. La comitiva, seduta ai tavoli di Martino, – tra gli altri erano Armando Spadini e Libero Andreotti, – concluse che tra lo scrivente e Tozzi c’era una certa rassomiglianza.

Il ritrovo buono della comitiva era un noto caffè. Intorno a certi tavolinetti gialli, di pietra di Colle Val d’Elsa, seduti su dei sedioli articolati, si parlava d’arte, come d’argomento di congiura. Gli spaesati taciturni sognando i prati, i colli, l’Alpe, il mare, s’affissavano sul monumento al Re Vittorio Emanuele II, dello Zocchi. La gente costumata, nelle altre salette, massimamente la domenica, aveva la compostezza della Deputazione toscana che presentava, – nei bassorilievi del monumento, – il plebiscito a Vittorio Emanuele II.

Un giovane pallido, tutto vestito di nero, col risegolo bianco di un colletto inamidato, col cappello piatto, dallo sguardo sospettoso, seppi essere il futuro autore de L’Ora di Barabba: Domenico Giuliotti. Il mistero mi fu svelato da Federigo Tozzi. Tutti insieme si doveva aver l’aria di quegli individui che in casa affilano e temperano armi, – tutta carta e inchiostro, – e quando escono, par studino il punto da colpire. A quei tavoli, su quei sedili insidiosi come le tagliole da prendere le volpi, nelle prime ore di un pomeriggio domenicale fui presentato, a Giovanni Papini.

Cinque ordini di tavoli e di sedioli erano allineati sul pietrato dirimpetto, ma tutti vuoti, e davan l’idea che la clientela loquace fosse fuggita davanti al viso beffardo e sarcastico dello «Stroncatore».

Proprio in quei giorni Papini aveva inaugurato una mostra di giovani artisti d’avanguardia, e quelli della retroguardia sussurravano ch’egli avesse detto nel discorso «cose nate e non create».

Il decano dei macchiaioli Giovanni Fattori, a proposito scriveva al Nomellini:
«All’inaugurazione di una esposizione tra giovani, un certo Papini (se non erro il nome) fece una conferenza, la quale trovò la disapprovazione generale; augurò la morte a tutti gli artisti vecchi, e la distruzione, dell’arte antica per inaugurare un’arte nuova. Perchè permetterlo? Ma io ho sangue livornese nelle vene».

A quei tempi molti giuravano che Federigo Tozzi nella vita non avrebbe fatto mai nulla, e lui, per risposta, fece una Torre, di carta, ma una torre, e di lassù dette artigliate da girifalco.

Una delle ragioni per cui lo scrivente entrò in intimità con Federigo Tozzi fu che tutti i sabati, e le vigilie delle feste comandate, si faceva insieme il tratto di linea ferroviaria Firenze-Empoli, alla cui stazione Tozzi scendeva per salire sul treno diretto a Siena.

Il lunedì, o il giorno dopo le feste comandate, si rifaceva insieme il tratto Empoli-Firenze. Quando rimanevo solo nel vagone, col pensiero mi riposavo sul colle di San Miniato, per poi scendere verso le montagne lucchesi verdeggianti lontane verso il mare.

Tra le montagne lucchesi e San Miniato c’è la stazione di Pontedera, indissolubilmente legata alla vita, all’arte, alle tribolazioni di Federigo Tozzi. La vecchia stazione di Pontedera, dove Tozzi fu impiegato alla «Piccola», è oggi sepolta, come il grande scrittore: un edificio di pietra e cemento sembra il «qui giace»; ma dai Ricordi di un impiegato la vecchia stazione, in cui la voce rauca del facchino Drago par quella di un lupo, resiste a tutte le ingiurie del tempo.

Un giorno Federigo fu messo tra l’uscio e il muro da suo padre, che, mostrandogli la sfilata dei fratelli e delle sorelle, lo consigliò a concorrere alle Ferrovie dello Stato. Quando l’impiegato Federigo Tozzi giunse novizio alla stazione di Pontedera, il capostazione, un uomo anziano con la barba grigia, fumava alla pipa. Tra un «pè» e l’altro gli domanda se è pratico del servizio. Tozzi arrossisce e risponde di no. Il capostazione impreca contro la Direzione Compartimentale che gli ha mandato un impiegato inetto. La padrona dell’albergo, in cui Federigo va per prendere stanza, lo studia lungamente, appuntellata con ambedue le mani agli stipiti della porta. Un macchinista, che mangiava due uova affrittellate, dà un’occhiata al giornale, aperto sul tavolo, e una a Tozzi.

La scorbutica padrona vuole infliggere all’impiegato nuovo una minestra fatta su un brodo eccellente, ma Tozzi sente il desiderio di dirugginare i denti sull’osso di una bistecca. Cominciano i primi contrasti con la padrona:
«Mi ci vuol poco a capire che sono molto antipatico. Mangio e vado a letto. Il mio sentimento somiglia a un topolino sorpreso in una stanza, che si è empita di gente prima di aver avuto il tempo di ritrovare il suo buco».

Invece Tozzi, nella stazione di Pontedera, e nell’albergo, e nelle vie, sembrava un toro che gli avessero misurato le strambe alla lunghezza di un passo. Le ragazze se lo accennavano ridendo e gli dicevano sul viso:
«È brutto, pare un prete».

I colleghi lo guardavano con aria di compatimento burlesco. Una masnada di avvinazzati, perchè quell’impiegato era sempre serio, gli voleva spaccare la chitarra nella testa.

Tozzi si consolava alzando il capo e guardando il paesaggio:
«I viottoli dei campi spariscono tra l’erba di un verde quasi nero, che trabocca dalle siepi dei biancospini. Mentre le ombre sono turchine proprio come il cielo».

Tozzi, nello squallido ufficio, con sul viso riottoso il berretto rosso come un rosolaccio di campo, fantastica che si compia il miracolo della Croce:
«Forse anche lo stecconato vecchio e aperto dalle spaccature è per mettere fuori le sue gemme e i suoi fiori».

La sua anima, spaccata e aperta, metteva anche lì i fiori della poesia; ma la impalancata rimase nuda, come l’assito del cortile di una prigione.

Stamani, giorno di mercato, sul treno che trasporta nella «Città del fiore», si parla accanitamente della stazione nuova; e tutti si propongono di fare un salto nel Salone dei Cinquecento per vedere i bozzetti. Invece che in un vagone di terza classe, tra mercanti arcigni e mediatori astuti, sembra d’essere in un’aula d’architettura, ai tempi che si studiava il Vignola. Ognuno tira fuori la sua cognizione sulla somma arte, e se ne sente d’ogni specie e colore. Io guardo le vigne di terra rossa, così ben tagliate sul verde intenerito delle erbe, e mi par di vedere una città futura dall’alto: i colonnati madreperlati dei poggi digradano in bell’ordine verso gli archi dei monti ceruli; le cave di pietra della Gonfolina sembrano un anfiteatro. Le stie dei pollastri famelici, lo squacquerio delle anitre ingabbiate e le ceste dei conigli, ruzzolate dai facchini a pedate sul pietrato della stazione di Pontedera, mi fanno sovvenire i tempi in cui il grande scrittore senese era a repentaglio con i bollettini di spedizione alla «Piccola».

Alla stazione di Empoli mi sono affacciato, come solevo fare una trentina d’anni fa, quando scrutavo se tra i viaggiatori senesi, già attruppati sul marciapiede, ci fosse stato Federigo Tozzi. Ma se lui c’era, sbracciava, a capo ritto come un gallo, per vedere se da qualche finestrino, spuntava la testa del compagno che ritornava dal mare.

Una di quelle volte, forse l’ultima che ci siamo veduti alla stazione di Empoli, gli dissi:
«Ma mi dici cosa andiamo a fare a Firenze?».
«Nemmeno io lo so, – rispose Tozzi, e soggiunse, battendosi con una mano la fronte, – tanto ormai è già tutto immagazzinato qui. Non c’è altro che da scavare».

E Tozzi andò a scavare nel suo podere presso Siena, e scavò a fondo. Vent’anni dopo sul teatro della guerra, dove tutti quelli che avevamo conosciuti passavano, in sogno o viventi, lessi le Bestie e il grande balzo di Tozzi verso la gloria. Subito dopo la guerra, nelle sale di una mia personale a Roma, egli mi aspettava; e quando mi vide rise come annitriscono i polledri. L’uomo non riesce mai ad infrangere del tutto la forma in cui fu colata la sua giovinezza.
– Ma tu sei il Tozzi delle Bestie?
– Sì, – disse, e si abbracciò a me come a un tronco d’albero.

( Lorenzo Viani, Ricordi di Federigo Tozzi, da “Il cipresso e la vite” )

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