Lorenzo Viani, Incontro con la «Signora Diana»


In questa Mostra del libro sono esposti, a leggero contatto di una parete sottile, di quelle che filtrano e assottigliano la voce, i manoscritti di Renato Fucini, concepiti nello «studianaio» della villetta di Dianella (altana, granaio, cervello disabitato delle case agresti) che il Fucini volle diventasse la sua ufficina, scorrevoli novelle e sonetti in vernacolo pisano, e quelli di Giosuè Borsi, vergati con cuore e mano che non tremavano, tra il grandinar di morte, sotto gli spalti del fortino di Zagomilla.

La selva di Zagora, ferrigna di sterpi sanguinolenti, esplodeva, ai primi acquazzoni dell’autunno del ’15, dei bubboni fumogeni pavonazzi tra i boati che parevano provenire dall’Erebo; erano le granate che sfussandosi nella terra venivano rispurgate, tritumaglia d’acciaro e pietrisco. Le fanterie allineate sotto il muretto del cimitero di Plava, adeguate alla palta rossastra, parevano altorilievi di terra, cotta in uno stampo rovente, la torba del cielo incombeva sulla selva martirizzata. I cimiteretti eran tutti fitti di croci, piccole come pugnali d’ardito, ogni crocetta un fante.
– Giosuè, (tra noi apuani chiamavamo così l’amico dal nome sonante impostogli dal grande Giosuè Carducci) è sepolto là – mi disse, col fiato mozzo, un amico, vecchio del fronte.

Là, oltre l’Isonzo.

Viareggio/Lido di Camaiore - Fossa dell'Abate
Viareggio/Lido di Camaiore – Fossa dell’Abate

Il ciglio del fiume e la selva, e i costoni, brulicavano di granate, il cielo v’incombeva incenerito e abbrividito ad intervalli da lampeggiamenti gialli, forse a quelle luci di morte e di gloria sono stati scritti questi fogli d’una fermezza biblica in cui il vigoroso pensiero v’è inciso con una lucidezza da predestinato. Ricorsi, dalla tagliata del Planina, e ricorro oggi, con grande commozione, ai giorni in cui Giosuè, acquattato tra i canneti della Fossa dell’Abate, vedendomi sfalcare dai salicastri della «Pastora», cantava, a suo modo, una canzonetta, allora in voga:
«Vieni, mio diletto pesciolino, vieni», e Giosuè rimeggiava: «Viani, mio diletto pesciolino, Viani». (Giosuè scherzava, chè allora sembravo uno scorfano, pesce tutto liscoso e spinoso).

Poco più in là, sotto una ciuffaia di oleandri, posava, a Plinio pittore, Grazia Deledda con la gravità di una sfinge, ferma come fosse stata di basalto, con un grande stupore negli occhi aperti e neri, la signora Griselda l’amorosa compagna del pittore (tutte ombre oggi) stendeva al bel sole di Versilia, come bandiere di pace, le tovaglie della mensa ospitale, i ragazzi strillavano tra le prunache fiorite di giallo limone.

La Laura, la bella sorella di Giosuè, e la signora Diana agucchiavano sotto gli ombrelloni che usavano allora, i pini salmastri.

Da allora una venticinquina di anni son passati, gli uomini industri hanno sommerso le sterpaie della Fossa sotto un caseggiato a blocchi, uso serbatoi d’una volta, che mantengono il freddo l’inverno, e sono frigoriferi nelle stagioni calde. Anche la Fossa dell’Abate, che, libera, sbisciava approssimandosi al mare, rivolgendo ora la foce verso bocca di Magra, ora verso bocc’a Serchio è stata incassata con pietre e pali e va dritta al suo destino.

Le facciate delle case, che guardano il mare, sono dipinte con calce viva, biancore di luce; le facciate che guardano le Alpi sono dipinte con pece e catrame, nero notte. Quando dalle finestre spalancate del mio studio, nelle nottate di stupore lunare, osservo la stenderia delle facciate, nere lapidarie, su cui pensioni e alberghi hanno scritto, in bianco, i loro nomi, la Fossa ha un desolato squallore funerario, grandi lettere maiuscole grandeggiano su di una muraglia: Pace!, e pare un «Qui giace».

Qui giace, e per sempre, il ricordo di tanti spiriti eroici che al fruscìo dei canneti composero e pensarono e si placarono; la casa in cui fu composta Turandot è qui prossima; la casetta in cui Eleonora Duse passò gli anni della rasserenata vecchiezza s’umilia sotto un caseggiato vistoso, sul luogo ove sorgeva la capanna del pastore, in cui s’intanava di nottetempo Ceccardo per godere gli albori lunari.

Tra una nuvola di pecore, all’addiaccio, c’è oggi il «Conte verde», sotto questi pini, martirizzati dal libeccio, Grazia Deledda scrisse alcune delle vigorose novelle, D’Annunzio le Laudi. Ricordi che mettevano l’ali alla fantasia di Giosuè, quando dai queruli canneti s’affissava sul nasale del monte Gabberi, luogo di nascita di Giosuè Carducci. Dalla pinetina dirimpetto la signora Diana vigila il piccolo aquilotto.

Stamani, dopo tanti anni, ho riveduto la signora Diana in questa sala dove, in una custodia di vetro, sono esposti i manoscritti ed i cimeli di Giosuè. Sono così fitti i veli che la ricoprono che il viso è fuso in un’ombra notturna, soltanto i capelli bianchi tralucono.

Un amico, col tremore medesimo di quello che di sulla tagliata del Planina m’indicò la tomba di Giosuè, m’ha detto:
– Quella è la signora Diana.
– Questo è Viani.

Le tremule braccia di lei hanno aperto le gramaglie, il volto sacro di questa madre dei dolori è apparso in tutto il suo splendore niveo.
– Quello è il «Dantino», passato parte parte da una palla, che Giosuè aveva sul cuore, questa è la lettera che mi mandò dal cappellano del reggimento: l’ultima. L’ultima è una lettera di una venticinquina di facciate scritte con una calligrafia risoluta (la sua) ben allineata, composta, leggibile tutta. I pensieri, tumulti al galoppo, sono ben chiarificati sotto lo strettoio del torcolo riflessione, che più gira e più rassoda. Non un pentimento, nè una virgola di più o di meno. Calma assoluta e risoluta.
– Quando accomiatandosi per l’ultima volta tolse il «Dantino» dallo scrittoio, disse:
«Mamma, questo libretto te lo riporterà qualcuno, perchè io non tornerò più. Me non mi vedrai più, qui; ci vedremo di là». La salda effigie di Giosuè, esposta tra i cimeli, sembra assentire. «Questo cliché custodiscilo con molta cura, ti sarà richiesto assai».
Sono le ultime cose che mi ha detto.

Dopo un attimo di silenzio le dico:
– Ora ho un figlio anch’io.
– Allora basta così. Ritornate in via Faenza a Firenze, tutto è come ha lasciato Lui. Sembra di doverlo vedere uscire dalla sua cameretta cantando come allora: «All’alba come son poetici i pensieri».
Egli ora è all’eterna luce.

Passo dalla sala in cui sono esposti i manoscritti di Renato Fucini, le novelle saporite come il pane di grano nostrale intriso nell’arcile casalingo, i sonetti in vernacolo pisano impastati di sagacia e di meraviglia popolare, con sdottoreggiamenti di scienza, di poesia, di politica, sono intorno all’effigie pastorale di «Neri Tanfucio», sereno come un patriarca. Lì vicino è il suo cane bassotto. Il suo cavallo esopiano mastica erba su di una proda.

– Per isbrancarmi dalle torme maremmane ci volle tutto il vigore d’un buttero selvaggio, per domare la mia indole folle ci volle il nasicchio, la cavezza e il bacchio, ora mi dai a succhiare un beverone: «Siam finiti, padrone».

E «Neri Tanfucio» sembra sorridere a noi come in cuor suo sorrise alle doglianze del suo cavallo.

 

 

( Lorenzo Viani, Incontro con la «Signora Diana», tratto da “Il cipresso e la vite” )

 

 

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