Federigo Tozzi, Siena – Il merlo di via Lucherini


Mi ricorderò sempre degli otto mesi che, a Siena, precedettero il mio matrimonio: forse perché non mi accadeva mai niente e tutti i giorni, due volte, scrivevo alla mia fidanzata.

Siena - Via del Refe Nero
Siena – Via del Refe Nero

Stavo a retta in Via del Refe Nero, in fondo alla scesa. La mia padrona vendeva il vino e dalla sua fiaschetteria si poteva salire in casa: di lì passava sempre lo sguattero di quella trattoria che avevo incaricato di mandarmi il pranzo e la cena.

Per pigliare moglie aspettavo che i miei interessi, essendomi morto anche il padre, fossero stati sistemati. Parentele non c’erano; ed io vedevo molto di rado anche i miei amici. Andavo a trovarne qualcuno la sera, quando mi ero sentito troppo solo. Anche con la mia fidanzata parlavo, sì e no, tre volte il mese, di nascosto, fuori di città, perché suo padre non aveva ancora voluto dare il consenso, permettendole nondimeno di ricevere le mie lettere e di rispondermi; credo che volesse aspettare la sistemazione della mia eredità, ch’egli supponeva molto al disotto di quanto è stata. C’erano, è vero, molti debiti da pagare; ma non abbastanza da sciuparmela!

Il mio amore sincero per Clementina aveva molto influito su la mia vita e sul mio carattere. Mi ricordo che una volta, per esempio, avrei potuto veder nuda, riflessa dal suo specchio, la mia padrona di casa, che non era né brutta né vecchia ed io invece entrai in fretta nella mia camera. Un’altra volta, d’estate, mi ritrassi dalla finestra perché a un’altra finestra, dall’altra parte della strada, a un piano più basso, c’era una ragazza che si spogliava. Ora non lo farei più!

Ogni giorno m’accadeva di vedere e di osservare le stesse cose e le stesse persone. Il calzolaio di faccia, che faceva invano la corte alla mia padrona: era un ometto piuttosto basso, magro, con i baffetti sottili e gli occhi glauchi: ad ogni momento, lavorando, seduto sul suo panchetto, si passava il dorso della mano, quella libera, sopra i baffetti.

Un altro vinaio che stava su la porta della sua fiaschetteria a guardare sempre quella della mia padrona: qualche volta faceva anche pochi passi, nella strada, con le mani incrociate: portava un grembiule con una gran tasca dove teneva i soldi e le chiavi, un berrettino scuro; e aveva i baffi neri, alto e sempre serio, a capo basso. Quando entrava un cliente nella sua bottega, lo lasciava passare innanzi e dava un’occhiata a quella della mia padrona. Sopra la sua insegna c’era una Madonna, ad affresco, scalcinata e stinta: tutti i sabati le accendeva il lumino, tirando giù la fune a cui era attaccato; riconoscevo perfino il lieve cigolio della carrucolina. E poi restavo, dietro i vetri, a guardare quel lumicino che faceva scorgere soltanto le mani e le ginocchia della Madonna.

Nella casa di faccia alla mia, un poco di sghembo, perché la via non è dritta, c’era un laboratorio di sarta. Una delle ragazze, saranno state quasi una dozzina, non andava, nell’ore di riposo, a mangiare come facevano le altre; ma socchiudeva la finestra dietro la quale prima aveva mangiato, in piedi, il suo spicchio di pane con il companatico, per fare all’amore con uno studente che aveva la finestra di fianco alla mia. Il sole batteva tra l’una e le due, proprio su la faccia, ma stava per tutto quel tempo quasi immobile: era biondissima, con una carnagione più rossa che rosea. Non sorrideva mai, forse per nascondere di più agli altri il suo motivo di star lì.

Sopra a me, abitava la moglie di un pizzicagnolo, e tutti i pomeriggi, il vicecurato della nostra parrocchia saliva da lei: ne sparlavano, ma non ci credo. Era pallida e con un collo così gonfio che mi faceva pensare a quello di un’anatra quando ha il gozzo pieno.

Siena - Santa Maria di Provenzano
Siena – Santa Maria di Provenzano

Qualche sera, io escivo e andavo in Piazza di Provenzano: c’era più fresco e vedevo la campagna doventar madreperlacea, dietro le mura della città, tutte rosse e più alte o più basse secondo la forma dei poggi che, di seguito, salgono e poi scendono. In fondo, il Monte Amiata che brillava come una seta azzurrognola; mentre gli avvallamenti del terreno, quasi tutto creta, si empivano di un’ombra violacea, e i rialzi s’illuminavano di giallo o di bianco. Poi l’ombra velava ogni cosa, i colori si confondevano e sparivano: e tutta la campagna mi dava un senso di solitudine che mi scoraggiava. Quando m’allontanavo dal murello, su cui m’ero appoggiato con il petto e con i gomiti, i tre lampioni della piazza erano già stati accesi, la facciata della Chiesa era più grigia, la cupola pareva per sparir nel cielo con la sua palla dorata che non luccicava più. Via Lucherini, in salita, era oscurissima: io tornavo a casa toccando uno per volta i colonnini dalla parte del mio marciapiede. Qualche volta, da un uscetto, che è più alto della strada due scalini, esciva una meretrice che ci stava di casa. Ed io, per guardarla, una volta, buttai giù, urtandoci, una gabbia con un merlo; che un ciabattino teneva attaccata ad uno stipite fuor della sua bottega.

 

( Federigo Tozzi, da “Bestie”, 1917 )

 

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