Lorenzo Viani , Pilade Salvestrini a Viareggio


I necrologi han detto di lui: «All’Ospedale di Santa Maria Nuova in Firenze si è spento Pilade Salvestrini che era una caratteristica macchietta cittadina, aveva settant’anni ed era conosciutissimo a Firenze, dove dava, nelle piazze, lezioni di storia fiorentina, specialmente medioevale, raccontando episodi, fatti e curiosità di cui era come una miniera. Questa cultura egli se l’era formata con molto studio e con l’aiuto di una memoria fenomenale. Del Salvestrini si interessarono personalità eminenti, come Isidoro Del Lungo; spesso aveva avuto inviti in case aristocratiche».

[…]

Osservando Pilade Salvestrini sullo sfondo del basamento di Giovanni delle Bande Nere si notava che le amarezze non avevano distrutto su quel volto martirizzato l’impronta di una contegnosa austerità la fronte aperta era di un candore immacolato, i capelli imbiancati erano avvilucchiati di fili neri. Sotto la rupe dell’osso frontale si scheggiavano gli occhi come intaccature vermiglie. Tutto il viso era screpolato. Il tatuaggio delle mortificazioni, dei taciti dolori, i crolli delle illusioni, i morsi della iniquità, le fosse dell’impotenza, il misterioso graffito che il destino imprime sul viso dei refrattari dicevano: pianto e disperazione! Lo sguardo palpebrava ai margini della notte eterna.

I più ignorano che Pilade Salvestrini ebbe moglie e prole e fu da questi seguito sulla Via Crucis. Non v’è borgo della Toscana, dai cretacei paesi di Capraia e Montelupo, Barga e Gallicano, Talamone e Port’Ercole, Seravezza e Pietrasanta a tutti quelli sparpagliati sulle sponde dell’Arno, del Serchio e della Magra, che non sia stato battuto, una venticinquina di anni fa, da questa famiglia randagia. In quei tempi Pilade Salvestrini aveva i capelli fulvi, partiti sulla fronte come tante fiammelle, la tazza del cranio, dove ribollivano le idee, mandava fuoco dagli occhi, il cranio velato di pelle digrassata mostrava le suture, i parietali parevano squadrati con un colpo d’ascia risoluto. Ogni parola ch’egli proferiva era addentata nelle articolazioni. Nell’enfasi della declamazione egli diventava patibolare e guerresco. Sotto il velame dei discorsi da piazza alcuni scorgevano dei sottintesi. La Pubblica Sicurezza lo teneva d’occhio.

Viareggio - Il Casone in piazza Pinciana - foto  tratta da Nuova Viareggio Ieri N.9-novembre 1993
Viareggio – Il Casone in piazza Pinciana – foto tratta da Nuova Viareggio Ieri N.9-novembre 1993

Nel mio paese, borgo a quei giorni, i giovinastri di cuore avventuroso si davano convegno in una taverna aperta entro un casone smantellato dal martellamento dei secoli. Fu in una notte algida e piovosa che un’intera famiglia, fradicia fino all’osso, coi panni impegolati addosso e marci di fanga, si acquarellò sulla tenda color tabacco: il padre magro, scheletrito, teneva la mano tremula sulla maniglia, allungò il collo e chiese a chius’occhi:
– Questo è il «Casone»?
– Sì!
– Voi siete?…
– Noi!

L’uomo stese una mano ieratica:
– Io sono Pilade Salvestrini.
Tutti i giovani s’alzarono ed egli presentò la donna:
– Questa è la Beppa, questi sono i ragazzi.

Fu allora che in mezzo a dei cenci si videro chiarire delle teste: una donna simile a una annegata in piedi era irrigidita al muro, essa lustrava come un albero infradiciato dall’uragano, e mostrava il viso emunto tra un impalpo di capelli, gli occhi ella aveva rotti dalla stanchezza, la bocca ghiacciata chiedeva qualcosa di tepido che dimoiasse il gelo. I ragazzi, ravvolti in una cenciaia, anneghivano spauriti. Sulle spalle di ognuno c’era legato un fagotto, il cui peso li accollava come le bestie da tiro. La famiglia si sedette su un pancone. Il taglio dei denti recise a tutti un tenue sorriso. Pilade rimase in piedi. I giovanotti rimasero pensosi. Egli schiarì:
– Vaghiamo per il mondo, io fo lezioni di storia sulle piazze, nei giorni di mercato e le feste sui piazzali delle chiese, per le sagre ci si rampica sui monti col fardello della nostra miseria e del nostro ideale. Io cammino avvolto nella parabola ascendente del mio spirito liberato e liberatore. Sciolte le briglie alla pura nudità dell’istinto, tra il contrasto dei venti e le feste del sole elaboro l’egoarchica e possente signorìa di me stesso. In me palpita l’assurdo e sublime mistero dell’universo. Io irrompo tra la tenebrosa oscurità di questa fosca notte sociale ove urla la tempesta delle idee e rombano i venti del pensiero per poscia librarmi, oltre le braccia antelucane, tra l’ardente fiamma del sole meridiano e divinarmi nel palpito dionisiaco dell’istinto amoralistico.

I ragazzi erano cascati morti dal sonno sul tavolo e la donna li guardava atona. Ma il Salvestrini, enfatico, urlava:
– Che vale la dialettica di Platone, Eraclito, Spinoza, Descartes, Schelling, Hegel, l’essere supremo di Robespierre e di Rousseau, il Dio panteista di Spinoza, o quello trascendentale ed equivoco di Hegel, di fronte alla signorìa di me stesso? Odio il contatto brutale delle masse: ego, io, re, imperatore, Dio.

Negli occhi torbi, lampeggianti di sangue, balenavano cieli di dannazione. Quando i ragazzi e la Beppa furono allogati in un covile, il Salvestrini parlò più pacato delle illusioni cadute nel fondo, della galera, della vita orrenda delle traduzioni, disse del tramonto delle speranze, l’ombra delle sconfitte, il crepuscolo della cecità. Gli imprescindibili diritti della carne, la lusinga brucente dei sensi, il delirio dell’amore per la compagna, l’esser precipitati nell’abbiezione, l’algide notti accosciati sotto gli archi dei ponti trasudanti gelo, tra immondizia e lordure, le vampate crematorie delle vie bollenti di sole, i drammi della maternità nelle mangiatoie, all’alito delle manze, i vagiti dei bimbi impastati al mugghiare dei buoi.

Lo sconnesso esaltatore dell’io si dibatteva contro il destino come il corpo di un naufrago contro una rupe.
– Piange, – disse qualcuno.
– Di rabbia, – rispose l’uomo, asciuttandosi col dosso della mano.
– Trema.
– Di freddo.

Il Salvestrini predicò su tutte le piazze del paese. Dopo aver fatto la «piazza», la famiglia ripartì a piedi, la donna, zoppicante dietro a lui, tenevasi a una cocca della giacchetta, il cosacchino rattratto le scopriva l’anche e le vertebre secche, la sottana era accappiata alla vita con una penitenza di corda. I ragazzi si tenevano alla gonnella. Lo stradone maestro pareva un fiume, i pioppi bianchi levavano le vette nude, e i viandanti, dopo poco, diventarono di cielo torbato. L’apostolo s’era immerso nella lettura e trainava i deportati.

Viareggio - Il Politeama - foto tratta da "A Viareggio con il treno dei ricordi" - Pezzini Ed.
Viareggio – Il Politeama – foto tratta da “A Viareggio con il treno dei ricordi” – Pezzini Ed.

Pilade Salvestrini ritornò al paese un giorno di subbuglio per la commemorazione di Shelley. Giornata degna dell’ultimo atto del Rigoletto. Tempesta in cielo, sul mare, sulla terra. Il capolavoro verdiano si rappresentava proprio quella sera al Politeama. Entro una barcaccia, – chiamavano così un grande palco, – ci fu l’epilogo della tumultuosa giornata. Grandi nomi quella sera navigavano nella barcaccia: Giacomo Puccini, Giovanni Rosadi, Plinio Nomellini, Pietro Gori, Agostino Berenini, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Pilade Salvestrini. Le saette si stempravano nel mare vicino.

Per tutto il tempo del banchetto d’occasione imbandito sul «Balena», i fulmini avevano abbagliato e accecato i commensali. Tanti cervelli in contrasto non riuscirono a mettere insieme un telegramma di devoto saluto a Giosuè Carducci. Una traduzione dell’Ascoli andò ai pesci. Con i moduli dei telegrammi stracciati ci si poteva accendere un falò che l’avrebbero scorto dalla Spezia.

Una frase:
«Rugge il mare come il dì che l’uccise», fe’ traboccare il calice, i bicchieri furono frantumati, le salviette, nell’ira, attorcinate come capestri. Niente telegramma al Titano. Anche Verdi ebbe le sue: i tuoni artificiali furono trovati stuonati, la musica noiosa. Il maestro Puccini, con molta pazienza, riuscì a impedire che il sipario fosse calato prima della fine dell’opera.

L’indomani Pilade Salvestrini parlò di Shelley ai marinari in piazza del Pesce.
– Chi è Shelley? – si chiedevano tutti.
– È quel protestante inglese che gli hanno fatto un monumento sul mare.

Un giorno di Pasqua mi ritrovai a Firenze. Per un vagabondo senza destino le «solennità» s’imparentano ai giorni dello stato d’assedio: le botteghe chiuse, le persiane chiuse, le strade deserte. Le scariche di fucileria sono imitate dalle ultime saracinesche che si abbassano.

Quella mattina Pilade aveva predicato in piazza San Lorenzo; essendo suonato mezzogiorno, era rimasto solo presso la base di un monumento. Erano degli anni che non lo incontravo: egli era diventato quasi del tutto bianco, quasi del tutto cieco. A capo basso contava i soldi che la gente gli aveva tirato dentro il cappello. Mi avvicinai e gli dissi:
– Come stai, Pilade? Mi riconosci? – L’amico gettò via il cappello, i soldi si sparpagliarono per il pietrato:
– Sei Lorenzino! – e mi abbracciò lungamente. – Facciamo Pasqua insieme. Ero solo, – disse.
– O la Beppa e i ragazzi?

Pilade, che aveva finito di raccogliere i soldi a tastoni mettendosi il cappello di traverso, disse tristemente:
– Non ci sono più. Queste son gran brutte giornate.

 

( Lorenzo Viani , Pilade Salvestrini, tratto da “Il cipresso e la vite” )

 

Viargggio - Cartolina degli anni '70
Viargggio – Cartolina degli anni ’70

 

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