Com’erano avvezzate le vacche di Chiocchetta


Che forza ha l’esempio, specialmente cattivo, nel modo come cresce la gioventù! Quest’uso pessimo, per fare un’applicazione, così esteso, di bestemmiare anche per nulla, che altro è se non un’imitazione di quello che risuona continuamente agli orecchi dei bimbi e dei giovinetti? Sentilo ora, sentilo or ora, sentilo dalla mattina alla sera e da un anno all’altro, pare una cosa naturalissima, sicché lo fanno poi senza malizia e senza nemmeno accorgersene: è la loro ortografia per ripigliare il fiato, per ammirare e interrogare. E arrivano al punto che tirano i sagrati anche quando avvisano che non si deve bestemmiare.

Contadini su un carro trainato dai buoi nella campagna lucchese del 1935 - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Contadini su un carro trainato dai buoi nella campagna lucchese del 1935 – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Mi ricordo come se fosse ora d’un furioso scapaccione dato da un padre a un figliuolo perché aveva schiacciato un moccolo:
«Non si dice così!… (e qui il ceffone) Dio!… (e qui il moccolo). Se te lo sento dire un’altra volta, ti stacco la testa dal collo! Dio!… (e qui un’altro moccolo per meglio ribadire il precetto)».

E certi mestieri pare che lo portino più di certi altri. Pochi anni fa a uno dei nostri conventi di frati situato assai in alto furono fatte le campane nuove. Quando si dovettero portare lassù, furono messe sopra un carro tirato da due vacche e ci fu aggiunta anche una terza per trapelo. Eccoti dunque che arrivano alla salita e le vacche principiano a montare; la salita specialmente da primo è molto a petto.

Le campane erano accompagnate da due frati; Chiocchetta, il conduttore, che quando non era colle sue vacche, per quello che fa la piazza del mondo, era un uomo discreto, quand’era al suo posto dietro alle vacche, bestemmiava come un turco, una bocca d’inferno, più sagrati che parole.

Le vacche non ce la sfangavano; ogni tre passi si puntavano… Lui che aveva i due frati uno di qua e uno di là, andava per le buone, se li ringollava; non aveva il coraggio di dargli l’aire secondo il solito.
«Là, mucca, va là! Su, bianchina! va su, bianchina!»

Ma le vacche facevano un po’ di sforzo e poi lì! Lui l’arrivava colla frusta:
«Coraggio, mancina! Su, forza, bianchina!»

Così durò un pezzo, ma le campane non andavano. Tutto a un tratto l’omo si stacca dal carro e va risoluto davanti al frate più anziano:
«Senta, padre Callisto, qui se ‘un s’attaccan du’ moccoli, le campane in cima non ci pingono! Le mi’ vacche enno avvezzate così. loro mi danno il permesso e allora bene sta; o loro non me lo danno e io me lo piglio da me, che non vo’ mettere i capelli bianchi su per questa montata».

I due frati allungano il passo e cominciano a correre per non sentire; e Chiocchetta si fa alle vacche e giù moccoli e bacchiate «Dio qui! su, mancina! Dio là! su bianchina! Dio!… forza, avanti, mucca, Dio…» e le vacche a quegli urli e a quelle botte e a quei sagrati, via, arranca, pigia, a forza di Cristi e di Madonne le campane in un momento furono sul piazzale. Quando furono in cima, Chiocchetta va là ai frati:
«Abbia pazienza, padre Callisto, ma enno avvezzate così! Un è miga per dir male di Dio… e poi si figuri che domenica passa ‘un c’era ragazzi e la messa segonda la servitti io! Ma è che se no, le vacche ‘un vanno. Gli fa più un sagrato che una frustata».

 

( Idelfonso Nieri, Com’erano avvezzate le vacche di Chiocchetta, tratto da “Cento racconti popolari lucchesi”, 1908 )

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