Renato Fucini, La giacchetta rivoltata


È curiosa. Dopo tanti anni d’una relazione che poteva quasi chiamarsi amicizia, non ero stato mai nella sua stanza di studio. Avendo da parlargli d’un affarucolo, della rettificazione del confine fra un suo podere e quella mia vignuccia del paretaio, ci capitai, come s’era fissato, l’altra sera. Ti ricordi? Tu eri alla finestra e mi domandasti: — O dove vai? — e io ti risposi: — Vado dal sor Maurizio.
Quando entrai, lui scriveva. Mi disse che avessi pazienza un momento, mi pregò di sedere, e continuò a scrivere. Io approfittai di quel momento per dare un’occhiata alla stanza. Era un salottino caldo caldo, ornato con signorile semplicità e pieno d’ogni ben di Dio; una specie di arsenale artisticamente arruffato che dava chiara e sicura idea dell’indole gentile di quel buon vecchione il quale, chi sa da quanti anni, accatastava lì dentro tutta quella roba. Oggetti curiosi da meritare una spiegazione ce n’erano parecchi; ma più di tutti mi dètte nell’occhio una giacchetta di panno bigio, tutta logora e strapanata, la quale, appesa a un beccatello, ciondolava dentro la vetrina delle armi.
— Forse, è la sua cacciatora prediletta — pensai. — Ma no: è troppo lacera e indecente per un vecchio signore sempre lindo e sempre ravviato con severa eleganza com’è lui. È una curiosità che voglio levarmi. Quando avremo finito di parlare delle nostre faccende, gliene voglio domandare.

— Eccomi da lei — mi disse il signor Maurizio, posando la penna e stendendo la mano verso quella pipa di spuma che tu gli rubi con gli occhi tutte volte che scende in paese per i suoi affari.
— Mi scusi — continuò il signor Maurizio. — Avevo qui una lettera di gran premura… Anzi…. ma non vorrei esser troppo esigente.
— Mi dica, mi dica.
— Che ritorna in paese, lei, stasera?
— Subito, appena ho finito qui con lei.
— Che vorrebbe farmi il favore d’impostarmela?
— Ma si figuri!

Parlammo dei nostri affari, e dopo, chiacchierando del più e del meno, quando mi parve il momento opportuno…. Non me lo so spiegare neppure io…. Da tanti anni ci conosciamo; io gli voglio un ben dell’anima, so che anche lui ne vuole a me, ma…. è inutile, quando discorro con lui, non son buono di vincere una certa suggezione. A volte in verità, mi darei magari dell’imbecille: m’impappino, piglio lucciole per lanterne… Basta. Quando, come dicevo, mi parve il momento opportuno:
— Lei, signor Maurizio, mi deve levare una curiosità. Mi dice che cos’è quella giacchetta!
Scosse il capo sorridendo:
— Ragazzate, ragazzate! Ricordi lontani lontani. C’è una storiella intorno a quella giacchetta…. c’è una storiella. I miei figlioli la conoscono. Delle persone di fuori non la conosceva che il suo povero babbo al quale, guardi le combinazioni! ebbi a raccontarla una sera quando, ma son molti, molti anni!, quando capitò qui come ci è capitato lei, e per un affare press’a poco, se ben mi ricordo, dello stesso genere.

E, in tempo che mi parlava, teneva gli occhi a quella giacchetta, un po’ sorridendo malinconico, un po’accigliandosi dolorosamente.
— Era un galantuomo suo padre, ed era un uomo di cuore come sono tutti i galantuomini. Quanto rise quella sera! E come andò via commosso e addolorato quella sera! Ragazzate, ragazzate! Quella giacchetta lì me la misi addosso per la prima volta trentasette anni or sono. Fra mia madre e un sartuccio che veniva qui a casa a giornata, me la fecero per andare a Pisa il terzo anno che ero a quella Università.

Pisa - Piazza Dante Alighieri
Pisa – Piazza Dante Alighieri

E sorrideva sotto i suoi baffoni bianchi.
— Senza cavarmela mai da dosso, feci il ganimede tutta l’invernata perchè era di panno per quei tempi assai pregiato e perchè, non so come, me l’avevano, fra tutti e due, inciampata discretamente di taglio. Per quell’anno andò bene, ma l’anno seguente, dopo tanto struscìo, non si riconosceva quasi più. S’avvicinava il carnevale coi nostri ballonzoli, con un po’ di teatro, e…. un’altra giacchetta per cambiarmi non l’avevo. Altri tempi, amico mio. Oggi uno studente parte per l’Università con un corredo da sposa, e due grosse valigie non bastano, qualche volta, a contenere il ricco ed effemminato bagaglio. A quei giorni: il vestito che avevamo addosso, quattro libri e un po’ di biancheria dentro una sacca di traliccio da tappeti, i nostri sedici anni e il nostro cuore vergine e spensierato. Un altra giacchetta per cambiarmi non l’avevo, e mi piaceva di essere decente. Se avessi scritto a casa, non ci sarebbe stato pericolo, ma non volli farlo. Cerco d’un sartino abbastanza affamato, lo trovo e gli dico:
— Quanto vuoi per rivoltarmi questa giacchetta?
Dalla bramosia di agguantar l’occasione, senza neanche guardarmela, dice:
— Cinque paoli.
— Te ne dò quattro.
— Quattro e mezzo.
— Quattro.
— Sta bene.
— Ma — dico io — ne ho bisogno subito.
— Mi ci metto nel momento — dice lui — e domani in giornata gliela riporto. Me la lasci.
— Vieni a casa mia; sto qui vicino. — (Stavo in via Cacciarella e lui in Piazza Santa Caterina).
Quando fummo a casa gli detti la giacchetta, lo lasciai partire e, poco dopo, uscii anch’io, infilzandomi il cappotto sopra alla camicia. Fu puntuale, il giorno dopo riebbi la mia giacchetta che pareva tornata nuova.
L’anno seguente siamo alle solite. Verso la fine dell’inverno non era più portabile. Senza ricordarmi che l’avevo già fatta rivoltare, chiamo il solito sarto e gli do la stessa commissione. Egli, o smemorato come me o, come è più probabile, molto furbo, la piglia e me la rivolta.
— Eh! caro mio. O che lavoro è questo ? — Gli osservai quando me la riportò.
— Perchè? — mi domandò lui.
— O se ò peggio di prima!
— Era già stata rivoltata; me n’accorsi appena ebbi incominciato il lavoro.
— E perchè non sospendesti e venisti a dirmelo?
— Noi stiamo agli ordini, signor Maurizio.
I miei compagni non mi lasciarono pelle addosso. — Bau, bau! — mi facevano da lontano. La chiamavano il cane, quella povera giacchetta. «Bada, bada! non la toccare perchè si rivolta!»
Ma io la trattengo qui con delle scemerie, mentre i suoi affari….
— Senta, signor Maurizio — dissi io — se lei mi dice «vattene» me ne vado, ma se lei mi onora….
— Poco onore e poco merito. Il rammentare le cose passate è sempre un conforto per noi vecchi, e specialmente quando se ne può parlare con un giovane, al quale si vuol bene come io voglio bene a lei.
Mi stese la mano, e io gliela strinsi con una voglia matta di baciargliela.
— E allora continuo — riprese il signor Maurizio. — Dovendo presentarmi ai professori prima degli esami, buttai giù buffa e scrissi a mia madre. Otto giorni dopo il procaccia mi consegnò un bel vestito nuovo e una lettera affettuosa. — E dètte un’occhiata al ritratto di sua madre appeso alla parete, in faccia alla scrivania.
— Per lo stesso procaccia — continuò il signor Maurizio — mandai a casa la vecchia giacchetta, pregando mia madre di regalarla a Nando. Nando era un ragazzo della mia età, figlio d’una famiglia di nostri contadini; il mio compagno di giochi puerili nell’infanzia, il mio compagno indivisibile alla caccia, alle gite alpine e alle prime scappate giovanili…. Una specie di negro bianco, un cane, una innamorata, la mia ombra. Se gli avessi detto: «Buttati in quella fornace perchè ho freddo,» mi avrebbe ringraziato e ci si sarebbe buttato. Eccolo qui. — E mi accennò, alle sue spalle, un vecchio tocco in penna ingiallito, fatto da lui, che rappresentava Nando nell’atto di sollevare in alto una lepre perchè i cani, che gli facevano ressa intorno, non gliela sciupassero.
— Torno a casa — continuò il signor Maurizio. — Torno a casa per le vacanze del Ceppo e trovo Nando che m’era venuto incontro con la cavalla, alla stazione. Pareva uno zerbino.
— O cotesta!? — gli domando io.
— Che cosa?
— Cotesta bella giacchetta nuova.
— È la sua.
— Quale?
— Toh! quella che mandò lei alla signora padrona perchè me la regalasse.
— Sì, press’a poco la riconosco; ma…. Fammi un po’ vedere. O se è meglio di quando te la mandai!
— L’ho fatta rivoltare.

Pisa - Piazza Garibaldi
Pisa – Piazza Garibaldi

Venne la primavera e, con la primavera, le prime voci di guerra. Incominciaron subito gli arrolamenti dei volontari. Sul principio clandestini, poi palesi. Inni, suoni e bandiere per le vie. Italia, Italia! Il solo nome di Garibaldi metteva la febbre nel sangue dei giovani generosi.
— Garibaldi è sul continente!
— Garibaldi è a Torino!
— Ha parlato con Vittorio Emanuele!
— Cavour gli ha dato una missione segreta!
— L’hanno arrestato!
— No!
— È a Genova!
— Ha preso la via delle Alpi!
— È sempre a Caprera!
— È a Como!
Il sangue di noi giovani bolliva. Era un esaltamento nuovo, era un delirio. L’Università era deserta. Il campano, quel vecchio e malinconico bronzo mugolone che da tanti secoli, imprecato o benedetto, chiama i dormienti alla pace della scuola, pareva che, mutata indole e voce, mandasse gridi di guerra e cantasse gloria a Dio per la patria, mettendoci i brividi nelle ossa.
— Tu sei pronto?
— Sì.
— Il tale?
— È partito.
— Il tal altro?
— Partito.
— E tu?
— Stasera.
E ogni sera erano lacrime di gioia, erano abbracci lunghi lunghi, erano addii di fuoco, baci sonanti di promessa e di speranze. L’Italia, l’Italia! Tre giorni dopo, alla stazione di Genova (chi glielo avesse detto non lo so) mi sento chiamare:
— Signor padrone.
— Nando!… Via, via sul momento!… Via subito, via subito a casa!
— E, a spintoni, me lo cacciavo avanti, spingendolo verso un treno in partenza per la Toscana. Quando fummo dinanzi a uno sportello aperto, si voltò opponendomi resistenza, e:
— Sotto le rote ci vado, in vagone, no!
Io lo guardavo supplichevole e sconcertato; lui guardava me, rispettoso e risoluto.
— La padrona mi ha dato un ordine. «Riportami a casa il mio figliolo» — mi ha detto — «o parti con lui!»
L’abbracciai come un fratello e lo menai nel branco dei miei compagni che, nella furia dell’entusiasmo, poco mancò che non gli mettessero in brani quella povera giacchetta. Eccola là! Nando non tornò più a casa sua.

E mandò un sospiro. Il signor Maurizio soffriva. Lo vedevo bene da una vena che gli era gonfiata, serpeggiando su quella nobile fronte di galantuomo. Non ebbi il coraggio di interromperlo.
— Nando non tornò più a casa sua! Arrivato a Piacenza, m’ammalai…. Una cosa leggiera, ma dovetti star là in uno spedale parecchi giorni. Le notizie delle prime vittorie affrettarono la mia guarigione; intanto i miei compagni erano già lassù…. forse qualcuno morto…. pur troppo! E io avevo perduto il tempo migliore! Appena potei reggermi sulle gambe via!
— Il quartier generale dov’è?
— La settimana passata era qui. Ieri partirono per in su. Non lo sappiamo.
Io e il mio ragazzo non avevamo né abiti militari nè armi. Bisogna arrivare al quartier generale. Ai primi carri di feriti che incontrammo, potei avere due fucili.
— Che ne volete fare, senza cartucce? — ci fu domandato.
— Dateci anche quelle e qualche cosa ne faremo.
— Non ne abbiamo.
— Son cannonate questo rumore sordo che sentiamo?
— Sì
— Dove siamo?
— A Varese.
— È molto distante?
— Lo vedete quello sprone di montagna lontano? È là dietro. Fra un’ora ci arrivate.
— E Garibaldi?
— Lassù.
— E le cose della giornata?
— Per noi che dobbiamo tornare indietro male; lassù, bene.
— Saremo in tempo a far nulla?
— Andate, andate; oggi, lassù, ce n’è per tutti. Di dove siete!
— Toscani.
— Bravi Ragazzi! Liquore ce ne avete?
— Eccovene.
— Grazie.
Da un’ora, il mio compagno ed io, si andava di passo accelerato, e l’ultimo gomito della via, presso lo sprone di montagna indicatoci, era poco distante. Il cannone si era chetato, ma il crepito della fucileria si faceva più fitto e pareva vicinissimo a noi; tanto vicino, che il miagolio di qualche palla, forse deviata, si sentiva, di quando in quando, passare alto sulle nostre teste.
— Nando, fra poco siamo in ballo anche noi!
Mi guardò, sorrise e tirò innanzi, a capo basso. Dopo qualche minuto di cammino silenzioso…. Chi sa? I suoi pensieri dovevano essere lontani lontani. Forse andavano coi miei alle nostre famiglie, alle nostre case….
— Signor padrone.
— Che?
— Quel bell’innesto che si fece insieme al ciliegio della vigna è seccato. Lo troncò il vento. Si ricorda quel vento?… quel ven…. Ah! Dio…. Dio mio!
Non disse altro. Aprì le braccia, raggrinzò il viso e cadde riverso per terra!
Tanti anni, tanti anni sono passati! Là! fumiamo.

Il signor Maurizio si alzò da sedere e andò lento lento verso la vetrina delle armi. Prese quella giacchetta e scotendone la polvere con una mano, leggermente come se avesse voluto farle una carezza:
— Guardi! — mi disse; e puntò l’indice verso un piccolo foro tondo accanto a un bottone di sinistra. — Di qui passò la palla che aveva spezzato il core a quel mio povero ragazzo.

 

( Renato Fucini, La giacchetta rivoltata, tratto da “All’aria aperta”, 1897 )

 

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