Lorenzo Viani, Guerrazzi – Gli schioppi e l’olivo


Un mio amico, pittore dell’800 (spentosi serenamente con la divisa francescana dei «Poveri vecchi»), mi narrava, con certo orgoglio, di avere assistito, da giovinetto, alla esecuzione del ritratto che di Guerrazzi fece il Ciseri. Quando io gli osservavo che il colorito di quel ritratto mi pareva un po’ «tinto», l’amico, più fanatico del Guerrazzi che del suo maestro di pittura, mi rispondeva:
– Il Guerrazzi si tinse di rosso da giovinetto, e morì dipinto di quel colore. L’amico parlava di simbolici colori, forse.

Monumento dedicato a Francesco Domenico Guerrazzi - Livorno
Monumento dedicato a Francesco Domenico Guerrazzi – Livorno

Certo che Francesco Domenico Guerrazzi era acceso in volto quando, entrato in Lucca come governatore, disse ai suoi amici liberali, per scuotergli di su la giubba ogni idea di contagio amichevole:
– Badate che io sono un liberale turco; – e diventò addirittura di lacca quando uno dei liberali della città dalle inespugnabili mura balbettò: – Io non divido le sue idee.
– Lasci perdere, – rispose asciutto il Guerrazzi, – si dividono le pere e le mele, non si dividono le idee.

All’inizio del 1849 Leopoldo II, come sospinto dai movimenti temporaleschi della Toscana, per la via di Siena, s’inoltrò nella Maremma, si fermò all’Alberese, proseguendo di poi per Porto Santo Stefano, da dove, dopo essersi bilanciato tra l’accedere alle proposte del Piemonte o il riparare a Gaeta, scivolò, zitto e cheto, verso il promontorio di Talamone. Una nave inglese lo imbarcò, e salpò per lidi ignoti. Il Parlamento di Firenze, a nome del popolo conferì allora i supremi poteri a un triumvirato composto del Guerrazzi, del Montanelli e del Mazzoni. Ai primi di aprile il Guerrazzi fu nominato dittatore.
Il pensiero e l’opera del Guerrazzi si volsero, in quei giorni, a debellare il De Laugier, che si trovava a Massa con le sue soldatesche ferme nella fede al Granduca. Il Guerrazzi si recò di persona (benchè poco militare) verso i luoghi di confine, ove l’azione militare avrebbe dovuto spiegarsi.

Lucca - Piazza Napoleone
Lucca – Piazza Napoleone

Il Guerrazzi entrò in Lucca assiso su di un regal cocchio, trainato da una pariglia di cavalli balzani, «balzan da tre, caval da re». Prese alloggio nel Palazzo Ducale, precisamente nell’appartamento abitato dalla Duchessa, e dormì nel letto di quest’ultima. A proposito di questo singolare giacimento, il Guerrazzi ci fa sapere che Garibaldi, in Velletri, allogatosi nel medesimo palazzo che aveva albergato il re Ferdinando, prima di coricarsi nel letto regale volle prendere un bagno. Quando Garibaldi fu nel bagno, dette in uno scoppio di risa; il trombettiere ai suoi servigi gli dimandò la ragione di quella allegrezza: l’unica camicia che Garibaldi possedeva era caduta nella tinozza. Il «tromba» si ricordò di possedere la camicia di un frate agostiniano, trovata nel convento di Palestrina. A quel modo Garibaldi – conclude il Guerrazzi – potè adagiarsi nel letto di un Re con la camicia di un frate.

La sera, il Guerrazzi, alle ore sette offrì un pranzo di venti coperti alle notabilità del Governo e del paese. Al mattino partì per Camaiore in una carrozza di Corte, scortata da una pattuglia di soldati, e prese alloggio nel palazzo dei Borboni che, con le sue alte finestre, occhieggia verso il mare e la Fossa dell’Abate.
Gli ordini ricevuti dai soldati del Governo Provvisorio non erano così terribili come poteva farlo sospettare il cipiglio del Guerrazzi:
«Procedere a schioppo carico, con ramoscelli di olivo piantati nella bocca del medesimo e sui caschi; dove avessero incontrato resistenza, fossero andati innanzi, domandato se, per la empietà di un uomo, i fratelli dovessero trucidare i fratelli».

Il Guerrazzi esultò nell’apprendere che gl’«ingannati», appena seppero che dalla parte di San Quirico si avvicinava, con i suoi uomini, il generale del Governo Provvisorio D’Apice, protestarono che non intendevano combattere contro i loro concittadini, onde da Montemagno ripiegarono sopra Pietrasanta e, in virtù delle medesime disposizioni d’animo, l’ala destra dei soldati del Governo Provvisorio aveva occupato Viareggio.

Da Camaiore il Guerrazzi lanciava il seguente manifesto:

«Il Governo, nelle cui mani fu confidata la rappresentanza del popolo, sa mantenersi all’altezza del suo mandato; non ricorda le ingiurie disoneste ed ingiuste di cui era posto segno nei tempi passati; e, se le ricorda, le perdona. Come vinse i suoi nemici armati, con fronde d’olivo, così egli intende vincere i suoi detrattori con la persuasione e con la magnanimità».

Il Guerrazzi, reduce da Camaiore, ritornava in Lucca. Il secondo ingresso in Lucca (descritto da un libello dell’epoca) avvenne con sfarzo maggiore dei primo; sei cavalli rabicani erano attaccati alla carrozza su cui stava, seduto col bel garbo, il Guerrazzi che, acceso di colore al transito della porta aperta nelle inespugnabili mura, assunse il pallore del Còrso man mano che, per le vie anguste e serpiginose, si avvicinava alla piazza Napoleone, dove aveva sede il Governo Provvisorio.

Lucca - Piazza Napoleone
Lucca – Piazza Napoleone

Qualcuno del popolino minuto, che aveva visto il Guerrazzi, al transito della porta, rosso fiammato, e lo rivide sul portale del palazzo: «Andava pettoruto in lunga veste – tenea la vita indietro, alta la testa – pallido in volto», maliziosamente, di poi, cantò nei carnevalini che si facevano intorno agli alberi della libertà:

Se dentro Lucca ci fosse un pittore,
le ragazzine, ‘un ci sarebbe un male,
se col pennello gli dasse il colore.

Certo con l’acerbo pallore della morte, alcuni mesi dopo, il Guerrazzi, dalla cella di un tenebroso carcere, scrisse:

«Me accusano di tradimento, e tale apposero accusa anche a Focione; e condottolo a bere la cicuta, i suoi nemici non riputarono averne vittoria intera finchè non fecero decretare che il suo corpo fosse gittato fuori dei confini dell’Attica e nessuno Ateniese si attentasse a somministrare fuoco per i suoi funerali. Nessuno dei suoi amici ardì toccare il cadavere. Solo un certo Conopione, uomo plebeo, notte tempo, recatoselo sulle spalle, lo trasportò al di sopra di Eleusina, e, tolto il fuoco dal territorio di Megara, abbruciollo. Una donna megarese, assistendo ai funerali, formò un tumolo vuoto e versovvi sopra i libamenti; e, postesi le ossa in seno, portossele a casa, e le seppellì accanto al focolare. In due cose soltanto io presumo paragonarmi a Focione: nello amore della temperanza e della giustizia, e nei patimenti di persecuzione acerbissima; anzi, se bene io considero, nei patimenti, parmi superarlo d’assai, imperciocchè la morte sia termine di tutta angoscia e rivendicazione di vera libertà; ma io sento da oltre due anni il sepolcro, e nonostante vivo.»

E a un certo punto di questa Apologia, scritta da lui medesimo, il Guerrazzi ammonisce i suoi giudici:

«Tal volta feci procedere i soldati a schioppo carico, ma con ramoscelli di olivo piantati nella bocca del medesimo».

 

( Lorenzo Viani, Gli schioppi e l’olivo, tratto da “Il nano e la statua nera” )

 

 

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