Idelfonso Nieri, Ognun vuol dir la sua


La bocca alla gente non gli si tappa nè per Iddio nè per i Santi; e di tutte le novelle la più giusta e la più naturale è quella di quel padre che andava al mercato coll’asino e col figliuolo.

Un contadino andava alla fiera in un paese distante, e ci volle menare anco un su’ figlioletto di sette o otto anni, che gliel’aveva promesso da tanto tempo. La mattina dunque alla punta dell’alba, si mettono in viaggio col loro asinello, il padre a cavalcioni sul basto e il figliolo dietro in sulla groppa, e si atteneva alla vita di suo padre. Van su su, chianna chianna, e cominciano a scontrar gente. Ognuno guardava e se ne faceva le meraviglie, e non istava miga zitto:
«Povera bestia! Discrezion se ce n’è! Proprio ne voglion la pelle di quel miccetto! galantuomo, dove avete intenzione di portarlo il ciuco, alla fiera o alla sardigna?»
«Ora chi sarà più bestia, chi è sopra o chi è sotto?»
«Lo so io a chi starebbe bene il basto come il giubbetto alle scimmie…. Già chi non vuol bene alle bestie non vuol bene neanche ai cristiani!»

Ho inteso, disse il padre, e, per fare smettere la gente, saltò giù, mise il figlinolo sul basto ammodo, e lui andava a piedi. Avran fatto a mala pena dugento passi, ed eccoti dell’altra gente:
«Gua’ gua’! il ragazzo sull’asino bello e impocciato, e il vecchio a piedi!»
«Ci stai comodo, bambino? Eppure hai due belle gambe!»
«Tenétevene galantuomo che l’avvezzate proprio ammodo!»
«Ma almeno vergognati, così grande e grosso, lasciare che si strapazzi così quel pover’uomo di tu’ padre».

Allora il padre mette giù in terra il ragazzo e monta su lui. Il primo branco di gente che trovano, principiano a sentir dire:
«Mi garba, per mio santo!, mi garba in verità! Chi è il primo prossimo? sè stesso. dategli un po’ del minchione, via!»
«Almeno un po’ di riguardo all’età, non foss’altro!»
«Lasciateli piuttosto a casa i ragazzi prima di trattarli così. Io dico già che…! Vi pensate che sia d’acciaro il vostro figliuolo?»
«Insomma non vi va neanche a questo mo’, diceva fra sè quel poveraccio. O come si stilla qui? Tentiamo anco quest’altra».

Scende giù anco lui, e vanno tutti e due a piedi…. O va là che colsero proprio nel fioretto!
«Guarda guarda! hanno l’asino e vanno a piedi! Bravi per lo zio!»
«Mi rallegro, miccetto! Con que’ padroni lì campi cent’anni bello grasso e tondo»
«Dice il proverbio: montanini scarpe grosse cervelli fini; ma voialtri questa volta avete fatto minchione anche il proverbio».
«Chè! è robaccia l’asino, gli ci vorrebbe una carrozza a tiro a quattro!»
«O amico, fate per acquistare appetito, che avete l’asino e andate a piedi?»

Allora poi fu quasi per andare in bestia a modo e verso, e trattarli come si meritavano; ma poi ci ripensò e disse:
«L’ho provate tutte per contentar la gente, e non ci son riuscito, anzi ho fatto sempre peggio; ora di qui avanti chi vuol cantare canti, io faccio il mio comodo».

Rimontan su com’eran da principio, lui sul basto e il ragazzo dietro, e così vanno alla fiera, e la gente gracchiasse pure!

Lucca - Passeggiata domenicale in piazza Napoleone dal lato del Palazzo pubblico - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Lucca – Passeggiata domenicale in piazza Napoleone dal lato del Palazzo pubblico – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Qui la novella (novella per mo’ di dire, perchè ha la barba bianca, e tu pure che leggi. Dio ‘l sa quante volte te la sei sentita raccontare) qui dunque la novella sarebbe finita, e si potrebbe passare a quell’altra; ma io ci voglio appiccicare un po’ di strascico, per provare sempre più che la novella è vera e stravera, anzi tutta verità sagrosanta. Tutti dunque voglion dire, e ciacciare, appuntare e tassare il prossimo, sentenziare a diritto e a traverso, fare i maestri a casa degli altri e rivedere agli altri le buccie e le costure. Ma il più buffo si è che quanto più una persona avrebbe da badare a casa sua, e più vuol dire degli altri; quanto più la gente è razzamaglia, tanto più arrota la lingua, e tanto più è infame nel giudicare. Avete voglia di dire, di fare e di brigare; se date retta alla gente, è tutto male, tutto a traverso, tutto sbagliato; e mai una volta da Dio che interpetrino una cosa a fine buono.
Non si sa se si deve star ritti o a sedere, se s’ha a andare a piedi o a cavallo: su è male, giù è male, qua è male, e là è peggio.

Se per un esempio state a voi e non v’intruppate colle combriccole per le bettole e per l’osterie:

«Orso! Bufalo! Ha paura di spendere, di rimetterci un tanto; l’avarone!
Quanto si crede di campare?
Per chi li serba? per i nipoti?»

Se cercate di stare un po’ allegri, e levarvi ogni tanto due pensieri dal capo con un bicchiere di vino:

«Bella guida di casa! Bel padre di famiglia!
I figliuoli e la moglie a casa a fare dei crocioni e delle sequenze santi evangeli, e lui a scialare e sguazzare per le taverne.
Bell’esempio per i figliuoli!»

Se tu sei attento e assiduo al lavoro, e cerchi di non mandare a male del tempo, ti senti dire dietro dietro:

«Quello lì non conosce nè festa nè lavoro, nè Santi nè Madonne; per un quattrino dà l’anima al diántine.
Guarda lì come si strapazza, come s’arrandella la su’ vita!
E quando si pensa di godere? quando é vecchio o quando é morto sulla bara?»

Se poi ogni tanto fai una gita, o festi qualche santo o fai un po’ di luneddiana:

«Guardatelo il fannullone, il bighellone.
L’arte di Michelaccio sì che gli piace, mangiare e bere e andare a spasso; ma Duralla era un gran santo.
Ci ha la polla in casa?
Li finì anco il Bonvisi; finì le fave anco l’olocco, e ne aveva quattordici magazzini, e ne mangiava una il giorno.
Alla fine si contano i gambi; ora li butta via, ma un giorno poi li cercherà col moccolino!»

Si vede proprio che la gentaccia del mondo non può veder nulla senza trovarci da ridire. Vai alla messa e alle funzioni:

«Attenti che passa il paolotto, il baciasanti e il biasciarosarì!
Va a baciar Cristo, ma è il bacio di Giuda.
Bacchettoni e colli torti, tutti il dia voi se li porti; bacchettoni e sgraiiiasanti se li porti tutti quanti. Per imbrogliar meglio il prossimo, va per le chiese a strizzare i gallonzoli.
Hai voglia di arrotarti le ginocchia, hai voglia di spipitar paternostri e avemmarie….
Ti conosco, mascherina!»

Non ti anderanno tanto a fagiolo i preti, e bazzicherai di rado per le chiese; allora ti danno subito del protestante e del frammassone che non crede neanche nell’acqua del baccalà:

«Ma ci arriverà al lumicino! Vedremo allora quello che saprà fare!
Allora vengono le paure, e ora fanno tanto i bravoni e gli spartiti, ma sulle corna del diavolo ci rivedremo!»

C è uno per esempio che quando esce di casa cerca di essere un po’ ravviato e pettinato:

«Eccolo il damerino in tutta crusca!
Eccolo il figurino di Parigi!
Uhu!! quanta ne fa! Come si stima!
Povero specchio, chi deve guardare in faccia!
E dire che si pensa che tutte le donne gli muoiano dietro!
Povero pane, a chi ti lasci mangiare!»

Un altro invece vien fuori senza tante minutezze, giù alla purchessia:

«Tirati su i calzoni, Giambracone!
Accòmodati la giacchetta, polpettone!
Ma di dove vien quello li? dal bosco?
Non mi fa mica specie d’altro: mi fa specie di quelli di casa che lo lasciano uscir così.
Ma donne non ce ne ha in casa? Non foss’altro per rispetto della gente!… Almeno se l’acqua costasse qualcosa!…»

Insomma non lo lasciano aver bene. Una povera ragazza, puta il caso, studierà un po’, anderà alla scuola per imparare qualche cosa; eccoti subito:

«Largo alla dottoressa! Largo alla professora!
La saputina, la saccentona, sentite come sputa sentenze?
Eh! se tu vuoi marito, altro che libri e scarabocchi ti ci vuole. Piglia piuttosto l’ago! Impara a nettar l’insalata. Va a lavare i piatti e a rifare i letti.
O zucca piccina, a fasciare i figliuoli e a pulirli bisogna imparare, e non il disegno.
Per avere sfogliato due o tre libri, chi lo sa quello che si pensa di essere!»

Un’altra, poverina, non ha voglia d’andare a scuola, e non apre mai un libro:

«La micciona, ii oo, ii oo! non sa nemmeno l’abbiccì.
Com’è fatto l’o? Non sa fare neanche l’o che si fa con un cannello!
Per nulla non la chiamano Pancotto.
E chi l’ha a pigliar di suo pari un ignorante a quella maniera, che non sa neppure quanto fa due via due?
Che gli deve insegnare ai figliuoli quella lì, che non sa nulla per sè?»

Lucca - Un gruppo di persone davanti edificio pubblico in piazza del Marchese oggi piazzale Verdi - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Lucca – Un gruppo di persone davanti edificio pubblico in piazza del Marchese oggi piazzale Verdi – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Se uno chiunque sia vuol pigliar moglie, e si fa avanti con qualche ragazza con un’idea positiva, per istringere il partito, allora poi apriti cielo e terra! Perchè non c’è altra cosa che arroventisca la lingua delle persone maligne come i matrimoni, quando se ne comincia a parlare sul serio:

«Chi!? Ghita piglia il tale? Già fai per ridere!
Povera ragazza, ma non ha nessuno?
E suo padre che fa? Che dice? Sta zitto?
Ecco che vuol dire lasciar fare tutto alla moglie! Di questi matrimoni qui si accozzano!
Povera Ghita! Quella lì se ne va al macello addirittura.
Gli mancavano corde in casa per appiccarla, che la danno nelle mani a quello li?
Quello lì è un boia che gli fa la pelle in due anni.
Senza mestiere, e senza voglia di far bene, e senza una capacità di nulla.
Finché durerà quella po’ di dote, bene mio t’amo e ti vo’ bene! e quando sarà finita, sentirai beghe, e che bòtte han da volare!
Per quella ragazza lì il bene stare è finito.
E poi è un uomo? è una mezza cicchetta, magro, secco, rifinito; se tira una folata di vento, addio le mi’ ulive!
Ci siam visti! Lo so anch’io che la bellezza non è tutto, ma anche l’occhio ne vuol la parte sua.
Io non mi ci saprei adattare a dovermi vedere sempre accanto quel còso brutto e fatto male.
Eppure lei è avvistatella assai; e si è attaccata al peggio.
Già è vero: la donna sempre al suo peggior s’appiglia.
Ai primi freddi non lo vorrei conoscere; e s’arrisica a pigliar moglie con quella salute li? Quelli en coraggi da leoni.
Però è struito! Il libro delle quaranta facciate come lo sa sfogliare! lo sa tutto a mente!
Per tirare le orecchie al diavolo non se ne trova di più capaci.
Ci fa di giorno notte e di notte giorno; e quando poi l’hanno scolato, la su’ anima la metterebbe di contro a un mezzo franco per poter rifar razza.
In galera ce n’è di meglio mille volte; ogni strada ci ha un ripesco.
Questo però ha di buono, che il vino non gli piace… quando è cattivo.
Che è che non è, lo riportano a casa in due: sbornie a comunione! il maiale!
Almeno non alzasse le mani, e non bestemmiasse!… Gesù Maria! bisogna tapparsi gli orecchi e scappare! Quelli en moccoli! Quelli lì en sagrati. E guai a dirgli una mezza parola, allora sì! filze di qui là! fa tremar l’aria, e chi si può badar si badi.
Se arriva uno con un pugnotto, quello non ha più bisogno di dottori.
E tanto moglie l’ha trovata anco lui.
Bisognava essere più disperati di lui però, o esser matti o ciechi.
Quel che mi dispiace è di quei poveri innocenti che nasceranno….
Ora intanto siamo in gaudeamus! Ma poi viene il suspiramus.
Vita dulcedo per quindici giorni, a te sospiriamo infìn che campiamo, e lagrimar non vale!
Povera Ghita mi par di vedere la vacca che va al macello infiorata e infioccata!»

Ma quello che dicono degli uomini non è nulla a quello che dicon sempre delle donne, specialmente le vecchie fanciulle, perchè il veleno che hanno nel cuore le ragazze rinvecchignite, passa tutte le parti:

«Se Cecco piglia Ghita? Ha fatto l’ultima. Pover’uomo! Pover’uomo!
Non gli riman altro che attaccarsi un pietrone al collo, e buttarsi in un profondo.
Ma è cieco, o fa vista? Piglia quella li? quella brutta lì? quella cisposa lì? quella giallona lì? quella marciona lì? A pungerla con una spilla, schizza. Che naso! Quanto più n’avea e più n’apparia! che bocca! Eran tre cani che andavano a caccia, era Bocchino, Boccone e Boccaccia! Che viso! Fa spavento alla paura. «Ora poi son diventata stoccafisso e baccalà».
Io non la piglierei neanche per ispauracchio alle passere. Ma almeno avesse un po’ di maniera! Brutta e dispettosa. Almeno avesse qualcosa di dote! Ha la bocca per mangiare, e quei due stracci che si vedono. E anco lei come quelli di Livorno, tutto addosso e dintorno.
Potrebbe dire qualcheduno: Ma è buona. Si! scelta proprio nel mazzo, proprio da seme! Tóccagli la punta del naso, e sentirai a che ora fa giorno.
Quelle son lingue! Taglia e cuce e spazza sette forni in una volta sola.
Non ci è pericolo che traligni, è su’ madre nata e sputata e non ne perde un ette.
Chi è che non conosce su’ madre? E poi che numero è quel damo li? Chi l’ha tenuto il conto?
La chiamano la spuppabamboli, figurati! Ha spupillato tutti questi giovanottelli quanti ce n’è nel vicinato. Credo che abbia fatto all’amore anco col mi’ gatto!
E quanta ne fa, e che muffa che ha! Uu! per quattro soldi che ha, per du’ stracci di vestiti c’è da farne tanta?!
Già gli uomini, quando sono innamorati, non ci vedon più, non senton più nulla, non intendono più ragione. Innamorato di che?! Di che innamorato?!
Dove le ha le bellezze? Poverina! anco lei gliele portò via il vento quando nascette.
Sua madre si scordò di fargliele. Ma gua’!… fosse di buona famiglia, transeat, chiuderei anche un occhio, e vada per le bellezze; ma se di peggio ce n’era, e di peggio ne sciovrava.
Han fatto dir sempre la gente dei fatti loro; quel bel mobile di su’ padre, quei birbanti de’ su’ fratelli, han frustato la via dei tribunali; e su’ madre a quei tempi marciava alla grande, perchè gli costavan poca fatica…. Uu! bocca chétati!
Montanine?… alla larga!
Pianigiane?… fuori di casa!
Cittadine?!… alla messa insieme, ma una banca per uno.
Per ora fa la mogia e la mamma cheta, ma sentirà poi, pover’uomo! il pepe e il sale, con quel serpente in casa.
Ora è Suor Modesta, ma lasciagli pigliare un po’ di gallo, e vedrai a che usanza te l’accomoda.
Colpa sua, mammalucco! l’ha voluta bella, e bella l’ha presa. Poi metterà in tavola le bellezze! S’empiranno la pancia colle bellezze della moglie; staranno allegri colle bellezze della moglie!
Se l’è presa d’estate, ma se la troverà d’inverno.
Bella moglie mezzo paradiso… e mezzo pane.
Oo! per questo quella lì è una di quelle che a un bisogno lo guadagnano anco tutto il pane. Tanto la sua famiglia è di fuoravia, non lo sa mica nessuno di che sangue viene!… Non si sa chi erano le sue zie e la su’ nonna!… l’ha nel sangue. S’ ha a pentire tante volte povero sciagurato!
E poi la porta in casa? Con quella povera donna di sua madre?! Povera Giovanna! si vede proprio che ci ha elei peccati grossi da scontare!
Il suo purgatorio si vede che lo deve avere di qua! Ma è impossibile che durino assieme con quella brutta arpia lì.
Se io l’avessi attaccata a una gamba, me la mozzerei.
Già se un mio figliuolo avesse voluto pigliare una donna come quella li, piuttosto lo strozzavo io colle mie mani.
Non sa far nulla; non sa fare neanche la calza, non sa neanche infilar l’ago!
La volete allo specchio? La volete alla finestra a civettare con questo e con quello, o sull’uscio di casa a strizzar l’occhio ai giovinotti?… non ha mai saputo fare altro.
Mangia e beve e dorme la grossa tutte le mattine: sole o non sole, alle dieci si leva! e il suo più gran lavoro è quello di pulirsi l’ugne; ecco il suo più gran lavoro!
E non è mica più neanche tanto tenerina, non è mica più tanto giovinetta! Lei dice che ha diciannove anni! Senza quelli della culla e tutti i giorni che ha piovuto.
Poera mimma!, mettetegli un ditino in bocca, per vedere se spunta anche i dentini!…
La gallina mugellese ha cent’anni e mostra un mese!
Sarebbe stata di leva con Cecchino della Mea che ha già finito il soldato, figuratevi!
Ne ha più di una dozzina per gamba, più che meno.
A me mi passano, poi! a lei non lo so; ma è un bel pezzo che la conosco Ghita, se un si sghita!…
E poi l’ho pur detto: quanti l’hanno lasciata?
Su’ madre la tirava propio dietro, la sbatteva in sul viso ai giovanotti, e loro quando ne erano stufi, te la piantavano a tanti del mese; succedeva anche a lei come alla signora Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia!
Anco di cervello corto è: mostra a tutti le lettere di dichiarazione che ha ricevuto!
Lei lo fa per grandezzata, e non s’accorge che si appunzisce la pertica sulle ginocchia!
Ora c’è rimasto il più furbo; ne ha girate tante e poi ha fatto come il moscon d’oro!
Chi si contenta gode!
Ma pure se ci avessi che fare quant’è alta un’ugna, mi crederei obbligata in coscienza di dovergliele dire certe cose!
Ma! la stilli lui, citrullo! gli occhi per vedere e gli orecchi per sentire gli ha da sè; io non ci metto su nè sal nè pepe.
Arrosto che non tocca bruci pure!
Chi l’ha a mangiar la lavi e chi l’ha a cavalcar la ferri».

E così di tutto e così di tutto! Tu però non te la pigliare niente affatto; fa quello che credi meglio e lascia ragliare, e ricordati che la gente dice e dice e poi si cheta, e che due buone orecchie stancano cento lingue.

 

( Idelfonso Nieri, Ognun vuol dir la sua, tratto da “Cento racconti popolari lucchesi”, 1908 )

 

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