Lorenzo Viani, Viareggio – Villa Borbone


Il “Palazzo” era in mezzo a una selva millenaria, la lucus Feroniae dei romani; dirimpetto all’edificio di stile granducale, c’era una quinta di lecci, tagliata da un viale erbato che sfociava al mare immimente. La selva, essendo sotto il tiro dei cannoni, era selvaggia; di frequente, dalle prunaie, uscivano i cinghiali dagli occhi di brace. Una desolazione maremmana con acque morte in stagni profondi, con fossatelli magri d’acqua nocente, desolava la marina. Quando le gru a stuoli si levavano verso il padule, il bosco cantava arrochito. Ricordo, in quei giorni grigi, di essermi qualche volta imbattuto con Don Carlos il quale cavalcava sulle dune affissando il mare sterminato, palpitante.

Viareggio - Villa Borbone - Foto tratta da Viareggio Ieri -N.19-settembre 1990
Viareggio – Villa Borbone – Foto tratta da Viareggio Ieri -N.19-settembre 1990

Il monte Corvo, con tutta l’insenatura del Magra, con i castelli di Aghinolfo e d’Ignoso, dovevano ricordargli la Spagna: le isole della Pianosa, della Capraia e della Gorgona e il Capo Corso emergente lontano lontano, gli riaccendevano certo in cuore un epico clamore insurrezionale. A volte, egli rimaneva immobile come una statua di basalto e guardava il mare da poeta. Allora ai miei occhi egli appariva gigantesco e smisurato. Rigoglioso e potente, audace e triste, il suo volto balenava d’orgoglio e d’ineffabile languore. Amavo il mio padrone. Don Carlos, maschia figura di gentiluomo, di guerriero e di re, era alto due metri ed incuteva subito rispetto e timore: ben proporzionato di membra, chiuso nella divisa nera, aderente sul corpo come la scorza su di un tronco, coi gambali e gli speroni, egli si sarebbe attagliato entro una sagoma del Bronzino: la testa, eretta sul collo gagliardo, era intrepida con gli occhi velati di languore, occhi vivi, umani, penetranti, pieni di fatalità. La barba aveva nerissima, lucida come l’ebano, ravviata ma intonsa; la boina carlista portata lievemente inclinata, gli velava di celeste la carnagione d’avorio. Sotto il cappotto l’ampio petto s’arcuava vigorosamente, le mani solide e femminili serravano una i guanti e l’altra l’elsa della spada rilucente. Quando caracollava nel viale dei lecci, in arcione a un cavallo arabo, sembrava un dipinto di Van Dick.

Viareggio - Villa Borbone
Viareggio – Villa Borbone

Al suo apparire, la gente timorata s’infoltava nella selva, ma se qualcuno più ardito si poneva sul saluto, egli rispondeva con un inchino anche ai più umili accattoni. Egli era taciturno e pensoso. Quando era fra i famigliari sollevava lo sguardo sempre a cose lontane.

Di qua e di là, il “Palazzo” era fiancheggiato da due platani colossali, sicchè parevano due giganteschi candelabri di bronzo inverdito su cui si posavano gli uccelli che venivano di là dal mare.

Delle liane abbarbicate al tronco dei lecci, mettevano nel parco delle fantastiche serpi che brucavano il fogliame; ciuffaie d’oleandri, magnolie e fiori di profumo snervante si addossavano a un muro tutto coperto di edere; in terra c’era la borraccina alta che pareva di camminare sopra un tappeto.

Ogni tanto stupiva il biancore di una statua su cui si rampicavano delle lucertole e dei ramarri; ricordo che quella di un vescovo col pastorale e la mitria m’incuteva paura. Le scolature dell’acqua sul viso mi davano l’idea ch’egli piangesse sempre.

(Lorenzo Viani, Il figlio del pastore – Alpes, 1929 )

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