Lorenzo Viani, Viareggio-Villa Borbone – I dimoranti (parte prima)


La camera contrassegnata col numero 18, nell’andrione della servitù o – come bonariamente dicevano nel “Palazzo” – della “Canaglia”, era la sua [del padre di Lorenzo Viani] : quel lettuccio da educandato, protetto dal velo della zanzariera, lievitato di lana soffice, appestata dalla carbolina, col guanciale spiumacciato, di quelli che, quando ci si posa sopra, il capo sembra che diventi di pietra, era il suo giaciglio.

I servi, tra femmine e maschi, erano trentasei: Italiani, Spagnuoli, Austriaci.

Viareggio - Villa Borbone
Viareggio – Villa Borbone

L’appellativo globale di “Canaglia” non doveva essere dispregiativo, perchè ricordo bene che la “Padrona”, la Duchessa di Parma Margherita di Borbone, quando incontrava il cuoco gli chiedeva premurosa :
– Cosa hai fatto oggi per la “Canaglia”?

Tra la “Canaglia” non erano compresi tre tipi strani che vivevano come straniati ed esiliati nel “Palazzo”.

Il “signor Francesco”, uno spagnuolo basso, apoplettico, fulvo di pelo, congestionato, misantropo, il quale grugolava sempre come un pentolo di castagne quando stanno per spiccare il bollore. Se noi ragazzi lo si fissava in viso, egli bofonchiava iroso – Caraco!

Poi v’era il “signor Squarza”, obeso, biondo-canario che vaniva nel bianco, asmatico: egli si recava sempre ansimando a fumare delle sigarette medicate sotto un grande viale di platani secolari. Egli vestiva sempre di nero, con la camicia e il cravattino tanto bianchi che sembravano di marmo statuario. Il “signor Squarza”, camminando, boccheggiava come un luccio.

Il terzo, era il “signor Orticosa”: dritto come un cero, barba sagginata, viso maculato come da una raffica di cruschello, magro, rigido, inflessibile, assorto. Egli si distraeva suonando, nelle ore di quiete, una vecchia spinetta che era nella Cappella; le sue dita scarne affondavano lente i tasti, gli occhi, al disopra delle lenti, francavano le note sulla partitura.

Viareggio - Villa Borbone - Interno
Viareggio – Villa Borbone – Interno

Una figura d’alto rilievo era, nel “Palazzo”, il Generale Don Isidoro De Iparraguirre y Portillo, vecchio adusto e scarno, bianco di carne e di pelo, che aveva folto su tutto il viso, anche sugli zigomi, anche sulla fronte arida come il cuoio sugatto. Le ciglia l’aveva così folte e spinose che gli occultavano del tutto i suoi occhi nero-minerale.

Il colletto, alto, inamidato, era frangiato dai peli del petto che quelli erano nerissimi e criniti. Anche dai polsini, che sembravano di pietra, spuntavano dei lunghi peli neri, le mani mortuarie, gialle, scheletrite, eran tutte pelose e secche.

Dei catarri stizzosi fischiavano alla gola del generale, scorciandogli il fiato. Egli, da vecchissimo, cominciò a gemere bava allumachita dalla bocca, accenciato sopra una poltrona imbottita; delle strane allucinazioni gli facevano sgusciare gli occhi fuori dalle spine e questi sembravano di piombo e biacca. Un servo rullava la poltrona sul pietrato del giardino; le braccia scarnite del generale, poggiate sui braccioli, ciondolavano le mani; egli, strutto dentro un vestito di salda, dondolava il capo sul petto, sbavando la camicia.

Il vecchio, generale dell’insurrezione carlista, nei conati estremi si riversava sulla sponda della poltrona e brandita, a guisa di spada, la sua canna di bambù, la roteava come per un’ultima difesa in una battaglia disperata, sciangottando: todos, todos, todos. Poi, si rovesciava col capo ciondoloni come uno che sta per essere suppliziato, vaneggiando:
– El prisionero el sta para ser ajusti…. ciado.

Viareggio - Villa Borbone - Interno
Viareggio – Villa Borbone – Interno

Il generale Isidoro De Iparraguirre morì in un giorno di sinibbio del febbraio del 1895. Dopo l’esposizione della salma e la benedizione impartita nella cappellina, un carro funebre lo trasportò nel Cimitero di Viareggio. Durante il tragitto, lungo il viale tenebrato dalla boscaglia, dei frati di San Francesco recitavano l’uffizio dei Morti. La “boina” carlista – specie di berretto basco – come una luna celeste, spiccava sulla chiudenda del carro. I confratelli della Misericordia, con le torcie a vento, mettevano, tutti neri com’erano, una stampa di Goja sul bianco della via maestra; nella cassa di castagno, come la nocciola entro la polpa vizzita di un frutto, dondolava il capo lo spettro del “Generale”.

Tredici mesi dopo la sua morte, sulla tomba del generale, situata nella navata più remota del Cimitero, fu murata una lapide su cui a bassorilievo, furono scolpite, la spada, la sciarpa, la “boina”, con questa epigrafe:

A LA MEMORIA
DE MI INOBLIABILE
AYUDANTE DE CAMPO
EL GENERALE
DON ISIDORO DE IPARRAGUIRRE Y PORTILLO
CONDE DE IPARRAGUIRRE
NACIDO EN ESPANA
EL 2 DE ENERO DE 1816
MUERTO IN VIAREGGIO
EL 26 DE FEBRERO DE 1895
SU AGRADECIDO
10 MARZO 1896
CARLOS

La superstiziosa “Canaglia” asseriva che di notte tempo il generale appariva nel parco tentando di passare a fil di spada chiunque si fosse avvicinato a lui.

 

( Lorenzo Viani, tratto da “Il figlio del pastore”, 1929 )

 

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