Leopoldo Barboni, Cecina – Villa Guerrazzi


Cecina  - Villa Guerrazzi
Cecina – Villa Guerrazzi

[…]
Via dunque in volta per Cecina, dove il Guerrazzi si trovava allora alla sua villa della Cinquantina. La mattina era splendida, il treno volava, e il mio cervello ammattiva per la romba della vaporiera e per le fantasie guerrazziane che mi ci scorrazzavano per lungo e per largo.

[…]
Ed eccoci a Cecina, grosso paese arieggiante a città, a cinquanta chilometri da Pisa, fiero e gentile, maremmanamente schietto, notabile per industrie, la patria dell’unico italiano, il vicebrigadiere di finanza Alberto Botti, che in giorni di profonda e comune vigliaccheria seppe fare impallidire, ad Ala, il generale Baratieri che, del resto, dell’immane sfacelo di Abba Carima non fu causa principale. Dei disastri patiti e da patire dalle nazioni, causa principalissima fu, e sarà sempre, la bestiale insipienza di certi governi.

Da Cecina alla Cinquantina (la villa, o meglio casa di campagna, dove si trovava il Guerrazzi), corre, parmi, un chilometro e mezzo. Lo feci a piedi. Il mio era una specie di pellegrinaggio al santuario di chi meritò esser detto il «Giove olimpico della nostra letteratura », e mi occorreva raccoglimento,  quel raccoglimento appunto che l’arrotìo di una carrozza e il possibile scontro in un carro di fieno, o in un branco di vacche libere, e i relativi sagrati scintillantemente toscani del vetturino, m’avrebbero frastornato.

Quando fui presso la villa, un contadinello, anche meglio, un buttero, mi venne incontro di sei o sette passi frugandomi con uno sguardo lungo tra di curiosità e compassione come a dirmi :
« Toh ! o tu di dove ci piovi, e che vieni a cercare in questi fondacci, tutto infaldato e inguantato, e a piedi a piedi, come un cavadenti stoioso? »

Avevo le smanie addosso. La villa rusticana riposava in un silenzio profondo, indorata da un vivo sole agostano; i pioppi e gli olmi non davano fremiti, una gazza ladra volava da una proda all’altra d’un campo spallierato di viti cariche d’agresto ; il buttero s’era fermato e mi guardava a bocca aperta.
E dovevo sembrargli dimolto buffo ! Ero giunto sul limitare del tempio, e il profumo dell’ambrosia stillante dal nume mi dava le vertigini. Involsi le tredici finestre del davanti della villa in un’occhiata tremante e fuggiasca, e mi parve ne uscissero a volo, e sotto un nimbo di luce, in forma di fantasime o sorridenti o accigliate, le nobili o tetre o facete concezioni del grandissimo scrittore: Dante da Castiglione, il Ferruccio, Michelangelo, Andrea Doria, il Burlamacchi, il conte Cènci, Veronica Cybo, Isabella Orsini, Maria Benintendi, e cento e cent’altre, ultima fra tutte, scoppiante ancora in risate demolitrici le albagie francesi, il capitano Giacomo Casella dalla gamba di legno.
Dio, Dio ! come mi sentii piccino e temerario ! Giurerei che in quel momento una mano invisibile mi agguantò per le falde, e una voce di gnomo mi soffiò nell’orecchio:
« Torna indietro, scarabattola impataccata d’inchiostro! »

Ma in pari tempo un’altra voce mi confortava:
«No, entra, e va’, e fagli onore. Egli è buono, egli sa amare, egli non è l’orco spaventevole quale lo ha pitturato la consorteria toscana e di tutta Italia; egli è l’inclito cittadino che con l’Alfieri e il Foscolo e Giuseppe Mazzini più si adoprò a spazzare le tetre nebbie della tirannide offuscanti, da secoli, il sole d’Italia. Va’, conosci l’uomo che tu adori e da cui sei ricambiato di vivo affetto! »
Mi volsi al buttero, che mi guardava anche più insistentemente senza fiatare, e con tono risoluto chiesi :
« L’ illustre Guerrazzi ? »
« Il sor Francesco ? »

Fece un passo avanti stropicciandosi goffamente il dito grosso della man destra dentro il pugno calloso della sinistra, e riprese :
« C’è e non c’è…. E un po’ malazzato, e forse…. »
« Fagli portare questo biglietto. »

Cinque minuti dopo, salite due scale aventi a capo un’ampia invetriata, mi appressavo palpitante all’uscio d’un salotto, dal cui interno veniva un rumore secco di sedia smossa e una voce robusta, che diceva:
« Venga, venga liberamente, e, se si contenta, io non mi muovo. Lei lo sa ; son mezzo assassinato dal mal del ciglio… »

[…]

( Leopoldo Barboni, tratto dal racconto  “In Villa da F.D.Guerrazzi” dal libro “Geni e capi ameni dell’ottocento”, Bemporad & Figlio, editori, 1911 )

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