Leopoldo Barboni, Firenze capitale


Firenze panorama
Firenze panorama

[…] Firenze capitale lo aveva attirato coi suoi succiatoi all’ombra del campanile di Giotto, ed egli ci si risvoltolava beatamente per il lungo e per traverso. Abitava in via Portarossa una camera e un salottino angusti dove si radunavano confusamente poeti, storici, romanzieri, pittori, ufficiali, giornalisti, impiegati, baritoni, fioraie, ballerine, bevitori d’assenzio, e cerberi che di quando in quando prendevano ipoteca sopra il soprabito andato ai cani o su un orologio senza lancette. La sua conversazione era burrascosa, eruditissima, motteggevole, estrosa, piacevole sempre. Improvvisava sonetti dal Melini in via Calzaioli, mangiando un pollo e gargarizzandosi, diceva lui, con un fiasco di quel del Chianti o della Rùfina. […]

In quanto a me, conobbi lo Strazza in un modo singolarissimo. Era una di quelle serate d’acqua e vento come capitano in autunno, e l’umidore e l’uggia infastidivano financo il Biancone e l’esoso Ercole del Bandinella. Fra la luce ancora incerta dei lampioni e la cupaggine del cielo annottante, Palazzo Vecchio e Orsanmichele, la torre del Bargello e i campanili delle chiese medioevali parevano enormi dadi di bronzo e di granito, e giganti ebbri del fremito delle tempeste che si rincorressero su pe’ tetti sgocciolanti, fischiando e ruggendo una canzone d’inferno.
Sotto la Loggia dei Lanzi e sotto gli Uffizii andava su e giù la gente con ritornello monotono di scarpe e stivali strusciati svogliatamente, e s’intendevano tutti i dialetti d’Italia, e si vedevano sbraccettamenti di lombardi e di siciliani, di piemontesi e di calabresi, di napoletani e di veneti, e le statue marmoree dei grandi toscani pareva ricevessero anima e, sorridendo a tutta quella promiscuanza della famiglia italiana, mormorassero : « Finalmente !… »

Dunque pioveva, ne ci aveva colpa il governò. Il Melini, patriarca dell’umanità, apriva le sue braccia alla maggior parte degli stravaganti e degli sbilanciati, troneggiando fra trofei di fiaschi e di bottiglie, di rifreddi e di braciole impanate, o « cotolette » come dicono i ben parlanti ! M’ero imbattuto nel vanesio a’ cui piedi cadevano di sfascio le belle fiorentine, e tutti due ce ne andavano melensi, rasentando li sporti di via Calzaioli.

Dinanzi al « Melini » l’anima mia, con un raro slancio di ragionevolezza che mi fece stupire, mi aliò in faccia e disse al mio corpo : « Tu sei quasi allucignolato, e domattina l’uomo potrebbe esser morto : entra lì ». Ed entrai, ossia entrammo. Ma non mi ero avanzato di tre passi che un tavoleggiante m’inciampava rovesciandomi addosso un vassoio d’intingoli, e…. Dio mi perdoni ! non so più che filastrocca tirassi giù, di quante poste, e se in versi o se in prosa ; però, questo è certo, dovette essere arzigogolata ingegnosamente, se si pensa che un giovine alto e in soprabito, con barba nera, ben tenuta, crespa e degna d’ un Rajà dell’Indostan, si levò da un tavolino, strinse la mano al vanesio, e presentatomisi e guardatomi prima dal capo ai piedi, esclamò serio serio : « Le affermo fin da questo momento la mia schietta ammirazione !» E mi trascinò in mezzo a un nuvolo di amici e di fumo, abballottandomi e gettandomi a sedere su un divano.

Era lui, era Ettore Strazza, ch’era disceso allora da Fiesole, dov’era stato scarpa scarpa con Edmondo De Amicis.

( Leopoldo Barboni, tratto dal racconto  “Figure, figurine e figuri di Firenze capitale” dal libro “Geni e capi ameni dell’ottocento”, Bemporad & Figlio, editori, 1911 )

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