Pirro Giacchi, Addio al fiasco


Viareggio - Un carico di vino in fiaschi di paglia agli inizi del 900  - Foto tratta da "Come eravamo-Lucca" - Ed. Il Tirreno
Viareggio – Un carico di vino in fiaschi di paglia agli inizi del 900 – Foto tratta da “Come eravamo-Lucca” – Ed. Il Tirreno

Isagoge
L’Autore fece con taluno la bizzarra scommessa di non bere più vino; ma prima volle una intera nottata per congedarsi dall’ almo liquore. In quella notte cintellando scrisse il seguente:

ADDIO AL FIASCO

O Fiasco, antica gloria
Delle toscane genti,
Da Cisti panicocolo,
E da Filippo Argenti; (l)

O mio compagno assiduo
Fin dalla fonciullezza,
Adunque sarà l’ultima
Per noi questa carezza?

Giurai di non più bevere…
Ahi, non più bever vino !
E mi convien di cedere
Al duro mio destino;

Ma di te, rosso e tumido
Amico mio diletto,
Sitibonda memoria
Mi rimarrà nel petto;

Quando al seno stringendoti,
Chiamandoti mia vita,
Io colsi i baci fervidi,
Bocca con bocca unita,

Mentre versando 1′ anima
Con impeti soavi,
Cento parole tenere
Tu gorgogliando andavi;

Quando sdegnando i numeri
Della cetra sonori,
Sulle tue corde morbide
Cantai 1′ armi e gli amori;

Quando di Belle Lettere
Nello studio ridente,
Come commento ai Classici
Ti consultai sovente ;

Quando d’ astrusi termini
Nell’intricata via
Bevvi nelle tue gocciole
Pretta Filosofia;

Quando alfin di politica
Nelle sfere superne
Tu mi facesti credere
Lucciole per lanterne.

Ora non più ! la gelida
Boccia coll’ umor bianco
Mi domerà lo spirito
Forse un po’ troppo franco.

Allor ridotto ascetico,
E privo d’ogni vizio,
Farò le corna al diavolo,
E metterò giudizio —

Oimè, il giudizio ! 1′ arido
Stato della ragione,
Che nel cervel le immagini
Tiene come in prigione :

Maestro d’ archipenzolo,
Notaro del consiglio,
Fratel dell’itterizia,
Padre dello sbadiglio.

Egli oserà di togliermi
Dal consueto oblio ;
Dirà eh’ io sono un misero,
E ch’io proprio son io.

La cosa è insopportabile..
Esser sempre lo stesso !
E la sorte dell’ asino,
La sorte del cipresso.

Invece, o Fiasco amabile.
Col tuo dolce elemento,
E di persona e d’ indole
Cambiavo in un momento.

Quindi mi piacque d’essere
Un soggetto di storia ;
Per esempio il Ricasoli
Con tutta la sua gìoria.

Volli l’ Italia libera
Senza l’ insurrezione,
Misi le briglie al popolo,
Diressi 1′ opinione.

E seguitavo a fingermi
Il Barone in persona;
Ma poi gridai sull’ ultimo :
« Dio ce la mandi buona ! »

Perchè apparian de’ nuvoli
Da settentrione ad ostro
Più fitti dei manipoli,
Più neri dell’ inchiostro.

Onde mutata maschera,
Mi feci Garibaldi,
L’ italiano Leonida,
Il Re degli spavaldi;

Menavo ben le mestole,
Ero sempre in impegni,
E fumando il mio sigaro
Ingollavo dei regni;

Ma, racchiuso in un’ isola,
Sentendomi indolente,
Lasciando capra e cavoli
Tornai sul continente.

Quivi divenni subito
Ministro di Finanza,
E di balzelli e imprestiti
Avea piena la stanza.

Al Gran libro del Debito
Appoggiavo le rene,
E ripetea: « Che comodo !
Come ci si sta bene ! »

Ma un giorno a fermi visita
Venne un uomo sparuto,
Coi capelli in disordine,
Giallo, magro ed ossuto :

E a me, che interrogavalo,
Con un certo spavento,
Chi fosse, in tuono rauco
Rispose : Il Fallimento.

A cotal nome un brivido
Sentii di vena in vena,
Onde mi diedi a correre
Con quanto aveo di lena.

Giunto a Firenze, spiacquemi
Di aver preso a imitare
Quei personaggi altissimi
Che hanno troppo da fare;

E discendendo all’ umile
Popolaresco stato,
Volli assaggiar la gloria
Del vecchio Tribunato.

Scelsi dunque l’immagine
Di un celebre fornajo
Moderno capopopolo,
Ricco, robusto e gajo.

Feci cose mirabili,
Ma poi proprio sul bello,
Mi convenne soccombere
Nel fin di Masaniello. (2)

Cosi traea le rapide
Ore nel caso vario,
E poi fìnia col credermi
Sei volte milionario.

E allor venite, o voglie :
Tutte vi soddisfaccio :
Non trovo alcun ostacolo,
Non sento alcun impaccio.

Lusso, viaggi, musica,
Fiori, cavalli, cene
Ed anche 1′ elemosina
Per fare un po’ di bene.

O miei castelli in aria !
O mia perduta gioja !
Sento di già lo spirito
Della futura noja.

Piangi, Fiasco sensibile,
Piangi sulle mie pene…
Ah ! le tue dolci lacrime
Mi fanno pur del bene !

Baciami ancor… ribaciami…
Dammi un’amplesso ancora…
Ti ho da lasciar ? Lasciamoci !
Si ha da morir? Si muora !

Addio… convien risolversi;
E or che ti sento vuoto,
Ti attacco a un chiodo in camera
E cosi sciolgo il voto.

Note:

1) Vedi il Decameron del Boccaccio — Novella II Giornata quinta, Novella Vili Giornata nona.
2) Profezia

( Pirro Giacchi, “Addio al fiasco” tratta da “Il Guazzabuglio ossia varietà di poesie e saggio di prose” , Firenze, 1875 )

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  1. Trutzy scrive:

    Fantastico!

    Mi piace

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