Leopoldo Barboni, Il Byron a Pisa


Pisa - Ponte di Mezzo - Illustrazione tratta da "Compendio di Pisa Illustrata" - 1798 - di Alessandro Morrona
Pisa – Ponte di Mezzo – Illustrazione tratta da “Compendio di Pisa Illustrata” – 1798 – di Alessandro Morrona

« Sovranamente bello », come di lui diceva la contessa Guiccioli, giovane, splendente di fama, rigorosamente aristocratico, circondato ognora da gentiluomini e seguito da servi, lord Byron era divorato con gli occhi, o quando usciva cavalcando su i Lungarno, a Pisa, o quando galoppava pel vialone delle Cascine, o per quello che va ai Bagni di San Giuliano, o, più specialmente, fuori la Porta alle Piagge, da dove spingevasi per ogni via e viuzza e angiporto e magari traverso i campi, facendo in mille modi pompa di esimio cavalcatore.

Durante quelle sue corse sfrenate, costumava il poeta, a un certo punto, saltar giù di sella, e allora, infitto un paolo (moneta toscana d’allora) nella scorza d’un albero, oppur gittandolo in aria, di poi vi tirava con la pistola cogliendolo botta botta.

Levavasi alle dieci, e dalle undici al mezzogiorno faceva colazione. E ameno a sapersi com’ egli non mangiasse che di magro, solendo dire che il mangiar carne rende l’uomo feroce ; ma il Poujolat osserva accortamente che, se non ne mangiava, era perchè l’idea dell’obesità lo atterriva; criterio accettabilissimo, mentre non v’ è chi ignori come il grand’uomo fosse autolatra, e come avrebbe dato a chius ‘occhi tutto il suo ingegno pur di non avere la bruttura della gamba più corta. Eppure è a quel piede scontorto ch’ei deve forse la sua universale rinomanza, perocché, come sentenzia lord Bacon, « chiunque ha nel suo corpo un difetto permanente per cui debba temere d’essere dileggiato, ha pur anco in sé un perpetuo sprone che lo eccita a redimersi. » Stabilito ciò, Walter Scott e il Talleyrand debbono la rinomanza a un piede pur rattratto, e il Pope e il Leopardi la debbono alla propria gobba. Nulladimeno se il Byron potette dire :
« Vorrei che tutte le donne avessero una bocca sola per baciarle tutte in una volta, » che diavolo avrebbe mai detto e fatto, se avesse avute tutte due le gambe in isquadra ?

Usciva cavalcando con gli amici e coi servi cosi fra il tocco e le due, e rincasava sul buio. Era anzi cosa non infrequente vedere quel vero Apollo britannico spingere il proprio cavallo sulle spallette dell’Arno e andar così come s’ e’ fosse in piana terra ; e il popolo lo assiepava estatico ; e allora il poeta rientrava addirittura nel palazzo senza scendere di sella, saliva col nobile animale su per l’ampie scalèe, attraversava un corridoio e compariva sul terrazzo. Cento e cento teste erano rivolte in su e lo guardavano. Egli faceva due carezze al cavallo, poi dispariva.

Usava il pranzo alle sette; finito il quale, recavasi, acqua o vento, dalla contessa Teresa Gamba, maritata-divorziata Guiccioli, la bella donna che, idolatrata, lo idolatrava, ma che pure chiusi gli occhi « il suo Giorgio », doveva avvalorare anch’essa la verità espressa da Dante per bocca di Nino Visconti nel Purgatorio. È anche vero che non poteva essere che così, perchè Napoleone il grande l’aveva chiamata « la più bella donna del suo tempo ».

Pisa - Pianta della città - Illustrazione tratta da "Compendio di Pisa Illustrata" - 1798 - di Alessandro Morrona
Pisa – Pianta della città – Illustrazione tratta da “Compendio di Pisa Illustrata” – 1798 – di Alessandro Morrona

La contessa abitava ugualmente sul Lungarno, in casa Parrà. Fu forse per lei, per le sue grazie, per la sua cultura, che il Byron scrisse delle donne italiane :
« Esse vincono tutte le altre. Quando sono in colloquio con una italiana, mi sembra parlare con un fanciullo per la ingenuità, la freschezza dei pensieri, le belle maniere : e insieme mi par di stare con un gran personaggio per la profondità dell’osservare, del considerare, del sentire ».
Il che mi pare consuoni col giudizio che pur ne dette Fantin d’Odoards :
« Le italiane sono dotte senza esser ridicole».
Quelle d’allora almeno; per qualcuna di quelle d’oggi….

La veglia in casa Guiccioli si protraeva fino alle undici, ora in cui il Byron se ne tornava a casa, e alla mezzanotte precisa si metteva al tavolino a battere moneta nella sita officina poetica. Sono sue parole, e le poteva ben dire, poiché i suoi versi, giunti a Londra, si convertivano immediatamente in lire sterline.

Batteva dunque moneta dalla mezzanotte alle tre del mattino, aiutandosi, ci fu chi disse, con forti liquori, o affacciandosi sull’Arno, o correndo su e giù per le stanze a mo’ d’invasato, quando un pensiero tardava un istante a sgomitolargìisi limpido dalla fantasia. Fu a Pisa ch’egli scrisse vari canti del Don Giovanni, e fu pure a Pisa dov’egli, raggiuntovi dallo Shelley e dal Leigh-Hunt, fondava Il liberale, giornale di cui soli tre numeri uscirono in luce. Alle ore tre precise, quel fremente ubbidiva alla natura più forte di lui ; il poeta si stendeva orizzontalmente e prosaicamente, e dormiva come l’infimo dei mortali, né gli valeva aver detto :
« Ciò che chiamasi morte è cosa che spaventa gli uomini, eppure metà della vita trapassa in sonno ».
[…]

( Leopoldo Barboni, tratto dal racconto  “Il Byron a Pisa ed il sergente Masi” dal libro “Geni e capi ameni dell’ottocento”, Bemporad & Figlio, editori, 1911 )

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