Leopoldo Barboni, Il Byron a Pisa ed il sergente Masi


Pisa - Lungarno - Ponte di Mezzo
Pisa – Lungarno – Ponte di Mezzo

[…]  In una lettera, in data del 4 maggio 1822, cosi scriveva da Pisa a Walter-Scott :
« Poco fa mi trovai impicciato in un triste negozio, del quale avrete letto la descrizione nei fogli ».
E il 4 dicembre 1821 già aveva scritte a Londra, al Murray, quest’altre parole :
« Abito un palazzo feudale sull’Arno, famoso e antico, vasto abbastanza per ricettare una guarnigione, con carceri al di sotto e celle nei muri. Appartenne ai Lanfranchi. La scala, dicesi, è stata rifabbricata da Michelangelo.  La temperatura è qui dolcissima ; non v’ha bisogno di fuoco. Quale clima ! »

Così scriveva, né, certo, avrebbe mai sospettato che quel clima di paradiso gli si sarebbe convertito in un inferno. In quanto al palazzo Lanfranchi, oggi Toscanelli, il mio dotto e compianto amico Felice Tribolati così mi scriveva al proposito con lettera intitolata Lord Byron a Livorno, e da lui poi ripubblicata nel suo eruditissimo volume Saggi critici e biografici :

« Quel palazzo non è antichissimo, e molto meno feudale. I palazzi dei privati, cittadini di repubbliche, si cominciarono a fabbricare in Italia nel cinquecento. Le carceri e le celle, di cui parla il Byron, non sono altro, te lo assicuro, che antiche stanze terrene, dal sovralzarsi del suolo lungo l’Arno rese sotterranee : l’attuale proprietario le imbiancò. Tinte dalla patina del tempo, risvegliarono nella trapotente fantasia del Poeta le gotiche immagini della sua abbazia di Newstad, tanto somigliante nell’architettura alla facciata dell’antica chiesa di Santa Caterina di Pisa. Comunque sia, ho sentito raccontare da un vecchio servitore, che il Poeta si compiaceva di discendervi le notti in cui imperversava la bufera ; ed ivi si faceva apportare dei cuscini per riposarvi ».

Ma eccoci ora al « triste negozio » col sergente, accennato al Walter-Scott.

La sera del 24 marzo 1822, una cavalcata composta d’inglesi e seguita da un corriere vestito in assisa, faceva ritorno al palazzo Lanfranchi, percorrendo lo stradone di Porta alle Piagge. In una carrozza chiusa stavano due signore giovani e bellissime, e accanto alla carrozza veniva caracollando un gentiluomo pur bellissimo e giovine. Egli era lord Byron con cinque suoi amici, tra i quali Percy Bysse Shelley; le signore, erano la contessa Teresa Guiccioli (da cinque anni, dopo la fuga dal palazzo Malipieri di Venezia, compagna quasi inseparabile del poeta), e Maria Percy Shelley.

D’un tratto alle loro spalle si sentì il galoppo di un altro cavallo. Era montato da un sergente maggiore della milizia « Reali Cacciatori toscani » , un tale Ernesto Masi, il quale, senza dubbio, aveva fretta di giungere in Pisa, da cui distava circa dieci minuti. Gli inglesi si voltarono, parlarono ridendo fra loro e misero i propri cavalli in modo da occupare tutta la strada. Era chiaro che volevano burlarsi del sergente, che, del resto, si sentiva uomo di forti spalle e d’animo arditissimo, tale insomma da non lasciarsi soperchiare tanto alla bella libera. Tuttavia, sebbene lo scherzo, o meglio, lo scherno, gli apparisse manifesto, pure non perde la pazienza, né forse sarebbe nata la zuffa che ne seguì, se il suo cavallo, già in zurlo per la corsa rovinosa e focoso di sangue, non avesse egli stesso rotti gli indugi dando uno slancio rubestico e poderoso. Caso volle che il Byron si trovasse l’ultimo a destra della sfilata, sì che il cavallo del Masi, scalpitando a traverso i mucchi di ghiaia del ciglione, vi s’imbrogliasse, razzasse una gamba del poeta, cui per la scossa cadde il cappello, e prendesse quindi a frullar via, rapido come una saetta.

Non v’ ha dubbio che il torto marcio era degli inglesi ; ma correvano tempi in cui essi potevano o credevano poter fare in Italia tutto quel che volevano, perfino di contrattare (eroicomica idea di lord Bristol) la compra del tempio di Vesta a Roma per trasportarlo sul Tamigi ! ciò che poi non avvenne, grazie a Giove Capitolino !

Quello del Masi parve dunque agli inglesi oltraggio da lavarsi col sangue, e credendo stortamente di riconoscere un colpevole in chi fuggiva, dettero tutti assieme di sprone e gli furono dietro. Ma il sergente, che non era né fuggente né colpevole, aveva intanto potuto frenare il cavallo a furia di sbrigliate, sicché primo a raggiungerlo fu il corriere, che gli frullò accanto di sbieco, urtandolo violentemente in un piede. Nel tempo stesso tutta la comitiva lo attorniava, e il Byron strepitando che voleva una riparazione, gittatogli il proprio gli chiedeva il viglietto. Ma di quei giorni la indigesta alluvione di cartoncini non v’era ancora, almeno nel popolo, per cui il sergente badava a dire :
« Io ho casato Masi, ho questi galloni, e mi troverete pronto in qualunque luogo vi parrà meglio ».

Ciò poteva e doveva bastare, e non si arriva a capire come il Byron, tenuto pur conto del suo carattere violento, dimenticando e dignità e qualità di straniero e il rispetto alla Guiccioli (che dallo sportello della carrozza strillava come una spiritata) rizzatosi fieramente su le staffe ripetesse con tono che non ammetteva indugio :
« Il viglietto ! »

Al che il Masi, che non lo poteva stampare li su due piedi, fece un garbo con le spalle come dire :
« E dalli !… »

Bastò questo. Si fa innanzi un inglese e col frustino percuote in faccia il povero sergente. Ciò era troppo ; era violenza, bassezza, aggressione. Il sergente sfoderò la sciabola, e sbrigliando il cavallo di qua e di là, tirò giù tale una tempesta di piattonate, sì che i prepotenti, sconcertati, parte si scostarono esclamando « È un diavolo ! » e parte saltando di sella, fra cui il Byron, accorsero alla contessa Guiccioli, che in quel momento, gettatasi giù di carrozza, tutta in convulsione e bianca come un panno lavato, gridava molto teatralmente:
« Cielo ! o cielo, abbi pietà di noi ! »

Per fortuna quel tafferuglio finì presto, perchè il Masi, rimessa la sciabola nel fodero, spronò il cavallo e galoppò d’un fiato al picchetto di Porta alle Piagge, e stese il rapporto di quel ch’era stato.

Tuttociò, e del viglietto, e della spallaturaccia, e della Guiccioli che gridava « O cielo ! »  e del rapporto fulmineo, narra il Poujolat, un francese che, poco dopo del fatto trovavasi a Pisa, e, da buon francese, non doveva esser troppo amico degl’inglesi. Veramente, che il Masi stendesse il rapporto non pare, anzi non è; non avrebbe avuto il tempo d’intingere la penna, che i cinque energumeni sarebbero stati alla Porta. Risulta invece dal processo, e per deposizione dello stesso Shelley, che il Masi era corso al picchetto dando ordine che si arrestassero i « forestieri » appena comparissero. E comparvero a spron battuto, e ne nacque un caso del diavolo, perchè all’ingiunzione del Masi che gridava si fermassero e che erano in arresto, gl’inglesi, invece, volevano passare.

E passarono di riffa il Byron e il conte Gamba, padre della contessa Teresa Guiccioli. Allora il Masi sfoderò la sciabola e s’avventò allo Shelley percuotendolo con l’ impugnatura dell’arma alla nuca, sì che il giovane e già glorioso poeta cadde da cavallo perdendo i sensi.

Intanto il Byron era corso al palazzo Lanfranchi, aveva impartito non si seppe mai bene quali ordini, ed era ridisceso movendo provocantemente verso la Porta alle Piagge, nell’intendimento di rintracciare le signore, o, meglio, «la signora», gli amici, e, più che altri, il sergente maggiore Masi. E lo incontrò infatti che s’avviava pel Lungarno, oggi Mediceo, verso il teatro dei « Ravvivati » dovendovi comandare una fazione di quindici uomini. Per quel che gli era accaduto, aveva un diavolo per capello. Milord lo fermò bruscamente, gli parlò rapido e altezzoso, e questa volta davvero gli porse il suo viglietto. «Va bene!» rispose il sergente, e continuò la sua strada, seguito dal Byron, in mezzo a una gran folla composta in maggior parte di scolari dell’Università, tra cui il Guerrazzi, allora studente in legge. Però a mano a mano che il Masi s’avanzava, avvertiva un fermento e un brusìo tali da insospettire ; ed ecco che, giunto dinanzi il palazzo Lanfranchi, un gruppo d’inglesi, saputo lì per lì ch’era proprio lui, gli corrono incontro co’ pugni stretti gridando tutti insieme in un italiano che faceva arrizzare i tegoli su per i tetti. Il Masi ricorse a un’astuzia; fece atto disperato di frugarsi addosso, sperticò le braccia e tuonò :
« Largo, o vi brucio !»

E il largo fu fatto, ed egli procede ancora di qualche passo fra un gridìo oramai formidabile anzi infernale, e pieno di minaccia. Tanto è vero che poco più lungi un inglese, solo e furibondo, gli si avventa con una pistola in pugno. Ma il Masi non si sconcerta ; si china dalla sella, spalanca le tremende braccia, e come se fosser le branchie d’un orrendo polipo, avviticchia l’aggressore, se lo strizza contro il petto, lo stritola quasi, poi riapre un tentacolo, e con un manatone in pieno stomaco lo butta lontano a gambe all’aria.

Agl’inglesi garbano gli atti di forza animalesca, quindi è che, per un momento, se ne stettero muti e fissi a considerare l’eroe. Questo pure racconta il Poujolat, ma, forse e senza forse, c’è dell’esagerato. Ciò che, fatalmente pel Byron, non è esagerato è questo che segue.

Giunto il Masi dinanzi al portone del palazzo di Milord, si videro di tutta foga uscirne due servi, armati uno di una forca da garzone di stalla, l’altro d’una specie di stocco. Quest’ultimo girò di lato al povero sergente e lo aggredì bestialmente, spezzandogli una costola con un colpo dell’arma.

Francesco Domenico Guerrazzi, che, come dicemmo, era in quell’anno 1822 studente a Pisa, di quella selvaggia scena di sangue scriveva cosi cinquantanni dopo a Felice Tribolati, che di proposito ne lo richiedeva:
«Io vidi il Masi balenando sulla sella scorrere oltre fino al caffè del napoletano Don Beppe; quivi non si potè più reggere, gli cadde il casco e aveva i capelli ritti, la faccia bianca come per morte: rovinò giù sclamando: — Son morto! — E questo gli udii dire io ; ed ho in mente ancora la sua faccia terribile, fatta ancor più spaventosa per gran copia di capelli rossi come zanobita ».

Incresciosissimo, ma tutt’altro che stupefacente : i due servi del Byron erano nati, battezzati, cresciuti in Italia, di babbo e mamma, di nonno e nonna italiani. Eh già. Frattanto la campana della « Misericordia » suonava a martello, e poco dopo il Masi veniva portato in lettiga all’ospedale.

Pisa - Caffè dell'Ussero
Pisa – Caffè dell’Ussero

La voce del reato di sangue commesso in nome di un preteso insulto si sparse in un lampo per ogni angolo della città. Il caffè l’ Ussero brulicò subito di quanti giovani erano in quell’anno all’Università, i quali poi, tutti imbrancati, mossero sotto le finestre del Byron rampognando l’atto selvaggio, mentre da ogni via sboccava a ondate le gente sul Lungarno, e i « Reali Cacciatori toscani » intendevano vendicare col sangue l’assassinamento del sergente loro. Fu quella una brutta sera e una bruttissima notte per il poeta, per la Guiccioli e per tutti gli inglesi che si trovavano in Pisa.  Il Byron, livido, furibondo, correva come ammattito per gli anditi e le sale. Nella scomposta fantasia egli presagiva con quanto maggior livore e accanimento lo avrebbero lacerato i suoi nemici, appena la triste novella si fosse sparsa per l’ Inghilterra e per tutta l’Europa ; né s’ingannava, e questo colpo doveva togliere da quell’anima agitata fin l’ultima e debole speranza di un po’ di quiete a venire. […]

Per quella notte, dunque, il Byron non chiuse occhio (ed è da credersi), ma per tutt’altro che pel rincrescimento del povero Masi. Si sa che la mattina dopo, nel sospetto di una sommossa contro di lui, fece puntare due cannoncini da campagna sulla porta del suo palazzo, così, alla bella libera, in barba alla polizia di sua altezza imperiale e reale il Granduca di Toscana Ferdinando III, e fiorì i tavolini di casa di pistole e pistoloni, di fucili e pugnali. E anche vero che quella stessa mattina, per tempissimo, mandò al ferito il proprio chirurgo. Il Masi non lo volle nemmen vedere ; e questa fiera repulsa colpì siffattamente il poeta, che è fama esclamasse :
« Egli è un carattere inglese ! »

No, no, egli era un carattere italiano. Tentò allora fargli accettare cento luigi d’oro,  ma l’infermo li respinse ugualmente, osservando:
« Il mio soldo mi basta, e alla mia povera famiglia penserà qualche benefattore pisano. In quanto a lord Byron, se guarirò ci rivedremo ! »

Ma forse quest’ultime parole non le avrà pronunziate. Prode soldato del grande Napoleone, gloriatesi di tre ferite riportate in battaglia, e della medaglia napoleonica di Sant’ Elena, il Masi era un bonaccione d’uomo, capacissimo perfino di perdonare. Infatti nei molti anni che sopravvisse al poeta, le mille volte che inglesi, americani, italiani, tedeschi e francesi, fra’ quali il Poujolat, lo assediarono per il gusto di sentirsi narrare il fatto da lui medesimo, egli non ebbe mai una parola irriverente contro il grand’uomo, e spesso gli videro una lagrima fargli capolino. Eppure egli era rimasto rovinato, e non fu che vari mesi dopo, ch’ebbe in grazia un appalto di sale e tabacchi e cinquanta lire mensili dal Granduca di Toscana, il quale, quand’era in Pisa, lo mandava di sovente a chiamare perchè narrasse a qualche ambasciatore o altro personaggio straniero quel che ormai tutti sapevano.

Avvertito del doppio rifiuto, il Byron mandò al ferito l’ insigne clinico Andrea Vacca. Non mi risulta questa notizia, cioè se propriamente glielo mandasse Milord, ma che così dovette essere è lieve argomentarlo, se si pensa che quella stessa mattina il poeta aveva condotto la Guiccioli in casa del Vacca, perchè le facesse un salasso, tant’era stato lo spavento ch’ella aveva provato la sera innanzi, povera e bellissima e innamorata signora!

Il Vacca visita il Masi, gli tasta il polso, gli esamina la ferita, storce la bocca, e spiccio spiccio sentenzia : « Ce n’avete per poco ! »
[…]

Per fortuna sua, e del Byron, Stefano Masi guarì; con una costola spezzata non fu più uomo nell’intierezza della parola, ma guari, e potè rivedere il sole la luna e le stelle a occhio nudo. Dice il proverbio: chi ne tocca, se le medichi; e lui se le medicò. Dalla paterna bontà del Granduca s’ebbe, e s’è detto, una rivendita con bottega in Piazza del Ponte e un pugno di zecchini. […]

( Leopoldo Barboni, tratto dal racconto  “Il Byron a Pisa ed il sergente Masi” dal libro “Geni e capi ameni dell’ottocento”, Bemporad & Figlio, editori, 1911 )

2 Comments Add yours

  1. Carlo Becattini scrive:

    Affascinante…

    Mi piace

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