Leopoldo Barboni, Byron e Shelley


Viareggio - Piazza Shelley - 30 9 1894 inaugurazione monumento - Foto tratta da
Viareggio – Piazza Shelley – 30 9 1894 inaugurazione monumento – Foto tratta da “Nuova Viareggio Ieri” n.4-agosto 1992

Dopo il triste caso il nobile lord alternò la sua dimora tra Pisa e Livorno costantemente rispettato e ammirato, tant’era la gloria che irraggiava il suo nome. Aveva scelto Livorno, o meglio Montenero, e precisamente la « Casa rossa », per seguirvi la Guiccioli, cui erano stati prescritti i bagni di mare. Era triste ed inquieto, e come sbalestrato. Gli era morta di fresco, come dicemmo, la figlioletta naturale, Allegra, eh’ egli adorava. […]

A Livorno non si trattenne molto il Byron, perchè, esiliato dalla Toscana il conte Gamba, egli rifaceva capo a Pisa, dove, bisogna pur dirlo, qualche cosa di fatale lo trascinava. Difatti come se il brutto fatto del Masi, e la morte di Allegra e lo sfratto del Gamba (tutto ciò in tre o quattro mesi) fosse poco, il dì 8 di luglio 1822, il sublime Shelley e lo Smith annegavano miseramente veleggiando con un piccolo schooner dalla Spezia a Livorno.

Quando lo seppe il Byron parve uscire della mente, e giurò non lasciar Pisa fino a che non avesse potuto trovare i cadaveri dei due sventurati amici ; ciò che avvenne il 23 dello stesse mese, avendoli il mare rigettati sulla spiaggia toscana presso Viareggio.

Quivi accorse il poeta abbandonandosi al più disperato dolore, e quivi volle baciare i due freddi e rigonfi corpi, segnatamente quel dello Shelley, che la morte aveva spento nel fiore dell’età — 29 anni! — e mentre la fama lo portava sulle sue ale come autore della Beatrice Cènci e dello Spirito della solitudine.
[…]

Viareggio - Piazza Shelley
Viareggio – Piazza Shelley

Intanto sulla spiaggia deserta, nel cospetto del mare immenso, sotto il cielo infuocato di luglio, sono preparati due roghi. E il paganesimo con la sua profonda poesia che rifa capo un istante e irride alla putredine dei corpi.

Il Byron chiese ai due governi di Firenze e di Lucca il permesso di poter bruciare i cadaveri dei due amici, ed ottenutolo, procedeva tosto alla cremazione. Per due giorni quelle pire fumarono, e prima si raccolsero le ceneri dello Smith, che furono restituite all’Inghilterra, poi quelle dello Shelley, che furono mandate a Roma. Il poeta non tralasciò nulla dei riti antichi, e si vuole ch’egli stesso appiccasse il fuoco ai roghi contesti di cipresso e aspersi di aromi, allungando la face e volgendo altrove lo sguardo.

Quindi, mancando la prèfica, rivolto agli astanti avrà esclamato : « I licet ! »

Alfredo Meissner, poeta boemo, cantò poi mirabilmente quella scena pagana così :

« Alta era la quiete, torbido il sole, e la natura sgomenta non rifiatava, come se bramasse che l’ora fosse tosto trascorsa.
— Un freddo ribrezzo mortale contraeva terra e marina, e quantunque non spirasse pure un àsolo, la languida erba del lido rattorcevasi agitata.
— Tranquillo era il mare. Lontano lontano, dalle onde azzurre, sorgeva l’Elba, mentre Livorno fumava dalla riva.
— Sul lido ergevasi accatastata una gran pira, intorno alla quale stringevansi schiere di pallidi spettatori, di cui gli sguardi atterriti stavansi confitti sopra un cadavere disteso sopra la pira, come freddo marmo.
— Un uomo soprastante agli altri tutti, come fra gli uomini un Dio, stava presso alla salma esanime. — Giovine egli era, e, con tutto che solcata dal dolore la bianca fronte, e contratta la bocca da un ghigno beffardo, bello oltre ogni dire.
— Bello come un serafino sceso dal cielo ad ardere di amore per le leggiadre figlie degli uomini.
— Egli indossava un nero mantello, e zoppicava come tutti gli angeli caduti, cui Dio tarpò le fulgide ali.
— Noel Byron chiamavasi, monarca che ha per regno gli umani cuori e per vassalli i sogni.
— E Shelley, Shelley era il bel cavaliere steso sulla catasta con sopra il pallido volto la pace di Dio. — Shelley serio, scherzante fanciullo, giorno di maggio, ombra d’un suono, suono melodioso in balìa d’ogni vento.
— Boschetto pieno di rose e fragranze, spirito evocator degli spiriti, cui la natura disvelò il casto misterioso suo seno.
— Eretico pei farisei d’Europa, egli esulò di terra in terra, fuggendo l’ira stolta dei figli d’Albione che noi conobbero.
— E quando ebbe trovato un asilo per inebbriarsi dello spirito della natura, le onde irose lo inghiottirono, nella sua estasi poetica, come una meteora.
— Ed eccolo ora prosteso a mo’ dei Greci sulla catasta, circondato da una schiera di eletti amici.
— La natura ammutiva dinanzi al suo prediletto cui aveva inconsciamente ucciso, come se bramasse che quell’ora fosse tosto trascorsa.
— Un freddo ribrezzo discorreva sulla quieta marina e sulla terra riarsa, ed ogni smorto fil d’erba si rattorceva.
— Byron s’alzò, gettò il tizzo acceso sulla catasta e, non sì tosto levossi la fiamma, con gli occhi rivolti alla cara salma esclamò :
— « Ricongiungiti orsù alla natura che tanto amasti ! e nulla sopravanzi pei luridi vermi del sepolcro. Scioglietevi, atomi per breve ora congiunti, risalite al cielo, ricadete sopra la terra e siate goccie di sangue nel gran fiume della vita. La fiamma crepita divorando le tenere membra ! Spargetele d’olio odorato ; le forme terrene si decompongono ; la natura ricupera il grande estinto ! »
— Il poeta si tacque, ma mille voci suonarono sulla marina e nell’aria. La tempesta si scatenò, gli smerghi strillarono, i lampi corruscarono.
— « Sorte invidiabile! — ripigliò Byron. — Profonda, meravigliosa pace! Unificato con la natura ! Polvere ! Un mero pugno ! Abbiasi requie presso la piramide di Cestio ! »

Canto divino come di simili la poesia italiana non ebbe mai, né ha. Le ceneri di Shelley furono poi portate a Roma e serbate in un’urna nel cimitero inglese, a pie della piramide di Caio Cestio. Solenne concetto anche questo : comporlo nel sonno eterno, fra i cipressi attornianti un’ altra tomba del periodo della classica romanità.

E là, su quel pugno di ceneri, sessantaquattro anni appresso, si genufletteva commosso un altro grandissimo poeta, Giosuè Carducci, e le salutava, e gli prorompeva dal cuore e dava al mondo la grande ode : Presso l’urna di Percy Bysse Shelley.

Viareggio - Piazza Shelley - Cartolina ricordo inaugurazione monumento - Foto tratta da
Viareggio – Piazza Shelley – Cartolina ricordo inaugurazione monumento – Foto tratta da “Nuova Viareggio Ieri” n.4-agosto 1992

Arsi i cadaveri di Smith e Shelley, lord Byron si tratteneva ancora in Pisa, tanto per poter sistemare le cose sue, già avendo divisato di tornare in Grecia ed assistere con ogni mezzo quel nobile popolo che si levava in nome della libertà. Lasciata Pisa andò a Genova coll’intenzione di studiare intanto quale piega prendessero i moti ellenici e per esser pronto cosi, a qualunque ora, a imbarcarsi e partire. I genovesi lo conoscevano di vecchio ; soltanto io non ricordo più bene se l’arguzia con cui lo punsero e lo fecero sorridere sia del tempo della prima o della seconda dimora ch’egli fece fra loro.

Sta in fatto che andato un giorno il Byron a visitare, con varii inglesi, la villa detta il Paradiso, e i genovesi credendo l’avesse egli presa in affitto, vi fu subito chi disse :
« Il diavolo è rientrato in Paradiso !… »

Il 13 luglio del 1833 lord Byron lasciava la « Superba » veleggiando per la Grecia. Egli non doveva più mai rivedere l’Italia, questa Italia da lui adorata di cui i tramonti (a Pisa andava sovente sul Ponte a Mare e soleva ripetere: Qui, chi vuol vedere morire il sole!) tanto lo inebriavano, e dove la musa gli aveva ispirati il Lamento del Tasso, Beppe, Manfredo, Marin Fallerò, Mazzeppa, I due Foscari, L’Ode a Venezia, della quale la chiusura non è troppo cortese, la Visione del giudizio e vari canti del Don Giovanni, e il quarto, parmi, del Giovine Aroldo.

Vi lasciava però amici ed ammiratori illustri. Il Guerrazzi, per esempio, più tardi scriveva reputarsi felice perché vivente nel secolo che aveva visto Napoleone e Byron.

Un anno dopo, in Missolungi, ai 17 di aprile fra il pianto di tutti i greci, che lo idolatravano, quella grand’anima spiccava il volo slanciandosi nei Campi Elisi degli immortali poeti che lo avevano preceduto. Aveva trentasette anni !
[…]

( Leopoldo Barboni, tratto dal racconto  “Il Byron a Pisa ed il sergente Masi” dal libro “Geni e capi ameni dell’ottocento”, Bemporad & Figlio, editori, 1911 )

3 Comments Add yours

  1. Complimenti! Bellissimo il Tuo Blog,
    pregno di notizie interessanti. Mi* ci perdo🙂

    Grazie ancora per tutte queste belle annotazioni che ci permetti di condividere!

    Buona Domenica🙂

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Grazie a te.

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