Lorenzo Viani, Lucca – Il processo Musolino


Lucca - Palazzo Ducale
Lucca – Palazzo Ducale

[…]  L’epoca, in cui si svolse, alle Assisi di Lucca, il processo celebre, io frequentavo i corsi comuni in quel Regio Istituto d’Arte «Augusto Passaglia». I pronostici sul mio avvenire di pittore non erano lieti perchè, con grande stupore dei miei maestri, frequentavo più le aule dei Tribunali e delle Corti che quelle dell’Istituto.

A quei tempi i processi avevano una sceneggiatura dimessa: rozzi i panconi sui quali si assidevano i prevenuti, stinto il panno verde sopra i banchi dei giudici, appannata la boccia dell’acqua sul tavolo della difesa, allumachita la toga del messo, stridula la sua voce:
– La Corte!…

Sarà proprio bene che i giovani siano tenuti lontani da questi spettacoli? Oso avanzare i miei dubbi. Una cosa posso affermare con sicurezza: tutto il terrore che tentava incutermi mia madre, facendomi balenare leggi e castighi, rafforzato anche dal Tribunale di Dio davanti al quale si doveva comparire, ombre umiliate, non mi ha messo tanto gelo addosso come quando udivo nell’antisala del gabbione il cigolìo delle catene e vedevo poi i polsi del prevenuto risegolati, anchilosati e morelli.

Attesi con viva ansia il processo Musolino. Nel magnifico cortile del palazzo del governo stazionava una folla imponente: i testimoni e i fantasiosi costumi calabresi se ne stavano chiotti chiotti seduti sui gradini del monumento a Francesco Carrara: il nome di Stefano Zirilli, nemico acerrimo del bandito, e quello di Vincenzo Zoccali venivano sussurrati sommessamente.

Lucca - Palazzo Ducale
Lucca – Palazzo Ducale

Per una piccola porticina, aperta in un portone grandissimo, si accedeva nella sala d’udienza, la gente accalcata si strippava tra l’uscio e il muro, nella sala c’era la gente così fitta che le donne svenute rimanevano ritte impalate.

Dopo molti riti entrò l’imputato: volto segaligno aquilino rapace! discretamente alto e scarno. Tutti gli sguardi lo trafiggevano ed egli pareva sentire sulla pelle come una serpigine d’aghi.

Musolino si esprimeva bene in italiano. Egli stesso sollevò il primo incidente non procedurale, ma di psicologia e di estetica:
«Signor presidente, voi mi avete portato su questo banco vestito degli abiti di un galeotto; vestito di questi panni io, per i signori giurati, debbo essere reo e assassino».

L’interrogatorio fu scarno. La litania delle imputazioni lunga e terribile. L’imputato, come allucinato, narrò il sogno che lo condusse alla libertà, l’apparizione del Santo Giuseppe e dell’Angelo della innocenza:
«Trivella l’impiantito della cella e sotto ci troverai una buca fonda, in essa ti calerai con fiducia e sotto troverai una strada oscura che ti porterà nel fondo di un bosco».

Lui e Filastò, aiutati da Antonio Saraceno e Giuseppe Jurace, tutti condannati a trent’anni, a notte alta trivellarono l’ammattonato. Ma sotto non c’era la buca fonda, dal buco apparve un lembo di cielo stellato e il vento portò un profumo inebriante di bergamotto e tutta la Calabria apparve come in un sogno. Dopo tante ore di cammino da Montepolledro, oltre i piani di Aspromonte, giunse alle falde dell’Appennino Calabrese, e bussò come un pellegrino al convento di Polzi. S’inginocchiò sul primo gradino dell’altare e pregò, pregò, lungamente.

«Sunnu li rrosi e vonnu ‘mbrivirati,
e vù cù ll’aria sola vi nutriti
tanti sù li biddizzi chi ‘nd’avite
ca la mattina d’oru lu vostru paisi….»

«Son le rose che vogliono essere innaffiate
e voi con l’aria soltanto vi nutrite
tante son le bellezze che avete
che la mattina quando vi alzate s’illumina d’oro tutto il paese».

Così cantando, con la gola arsa, egli si precipita verso Catà: l’innamorata.

Dopo l’udienza l’imputato lo portarono via per la parte più remota del gran caseggiato. Una trappola gigantesca, trainata da una brenna sagginata, sparì dentro il chiostro di San Giorgio: la casa di pena.

Allora l’interno della «Casa» aggelava a vederlo: stiva petrosa sudante diaccio, carena di una nave «sfilata a acqua»; i galeotti passavano rapidi sui terrazzini come marinai comandati di guardia.

Qualcosa di nuovo è penetrato anche tra le nude muraglie dì San Giorgio: il cortile, allora umile cisterna coperta di cielo, è oggi bozzato di bianco e di giallo. Una bifora vi è stata dipinta nel mezzo coi finti archetti fioriti di capitelli, un cavaliere è effigiato in ampia parete, scabro ed estremo come un dipinto di Paolo Uccello. Una vasta sala per conferenze è in fondo al loggiato.
Nelle case di pena bisogna essere discreti come nei conventi delle «Sepolte vive».
Oso: – Chi ha dipinto questo chiostro? – Il direttore mi sussurra il nome del dipintore.
– Come? Qui?…
– Sì!

Anche i detenuti, parlando, sono ornati e discreti.
– Questo deve scontare venticinque anni.
– Cosa hai fatto?
– Signore, sono stato imputato…
– Questo deve scontare trent’anni.
– E cosa hai commesso?
– Signore, sono stato imputato…

Piano piano la tanaglia dell’errore giudiziario vi stringe la fronte. Tutti, nessuno escluso, vi ripetono contriti e umiliati: – Sono stato imputato!
Anche il bandito d’Aspromonte fece tutta quell’ira di Dio, dopo la fuga, perchè asseriva di essere stato imputato innocente.
[…]

( Lorenzo Viani,  “La Corte!…”, racconto tratto da “Il nano e la statua nera” )

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