Ferrigni Pietro F.L.C.,  Firenze – Alle Cascine


Firenze
Firenze

Le Cascine si stendono per un lungo tratto fra la riva destra del fiume e la sinistra sponda del Fosso macinante — un ruscelletto oscuro e modesto che corre imprigionato fra pareti di pietra, coperto dalle vòlte de’ sotterranei, costretto fra le chiuse delle cateratte, e condannato a’ lavori forzati a vita — e si allungano in un immenso triangolo fino al punto di riunione delle due correnti sorelle.

Boschi silenti e placidi dove il raggio del sole, penetrando attraverso il fogliame degli alberi, si sparpaglia in dischi luccicanti sulla ghiaia de’ viali e sulla fresca erbetta de’ sentieri tortuosi ; immensi prati smaltati di margherite; eleganti aiuole dove crescono i crisantemi, dove spuntano le viole del pensiero, dove le rose borraccine aprono i calici odorati al bacio delle farfalle; e voi gruppi di melanconici lentischi, folti cespugli di fiorite ginestre ; voi, lauri sempre verdi, edere innamorate, serpeggianti lambrusche, voi, ginepri dalle negre bacche fragranti, pini acuminati, mesti cipressi, pendule clematiti ; voi tutti muti abitatori della selva, confidenti di tanti segreti amorosi, di tante storielle galanti, di tante guerre e di tante paci, di tante bizze e di tanti sospiri, ditela voi la storia delle Cascine ai visitatori curiosi che siederanno all’ ombra de’ vostri tranquilli recessi.

Fu un tempo in cui la deliziosa passeggiata fiorentina, divisa per lungo tratto dal primo cerchio delle mura, vide i rozzi fuorusciti di Fiesole, vestiti di pelli scoperte, sudare sulla gleba e gettare nei solchi il seme delle mèssi sperate. Poi la vasta campagna si coprì di case; le mura della città allargandosi successivamente, le vennero incontro; e le abitazioni nascoste nella solitudine dei campi e nel tranquillo silenzio dei boschi, accolsero i segreti convegni dei faziosi cospiratori della Repubblica ; e Guelfi e Ghibellini, e Bianchi e Neri, e Piagnoni e Arrabbiati, strinsero più di un patto di sangue all’ombra dei giovani lecci e delle querce recenti.

Più tardi ancora, lungo la ridente sponda del fiume, vagarono le coppie innamorate all’ allegro stormire delle fronde dei pioppi e dei larici, e l’astuto Mondragone vegliò colla daga in pugno a proteggere i vagabondi amori di Francesco e della Bianca Cappello fuggenti i gelosi furori dell’ingannato consorte e i sospetti della moglie tradita. Poi fu luogo di caccie riservate ai duchi della Toscana. Imboscato il terreno, cresciute cogli anni le piante, spariti i campi sotto l’ invadente vegetazione degli sterpi, dei pruni, delle felci e delle stipe, le volpi fecero il covo nel più folto della macchia, i cignali segnarono col dente la scorza degli olmi e degli ontani, i cervi velocissimi si sfidarono al corso pei viali tracciati nel cupo orrore del bosco, e le timide damme fuggirono a nascondere i cerbiatti nei recessi più inesplorati e lontani.
[…]

I pruneti e le orticaie dove un dì s’annidavano le volpi perseguitate dai battitori, cadono sotto la falce del giardiniere ; il boscaiuolo abbatte i tronchi troppo fitti che crescevano lunghi come sparagi e nudi come pali, cercando in su, fuori dell’uggia e del buio, un po’ d’ aria, un po’ di rugiada e un po’ di sole ; i viali si allargano, l’ erba tenerella veste i recessi del bosco, le conifere eleganti stendono i rami al luogo dei cipressi melanconici e cadenti.

Dietro al Palazzo occupato da un restaurant di prim’ordine, si stendono vasti giardini, tepidarii spaziosi, pomarii ricchissimi, piantonaie di arbusti da ornamento, orti coltivati secondo il progresso della scienza moderna ; e sotto l’ abile direzione di quell’infaticabile e intelligente orticultore che è il cavalier Attilio Pucci, si educano i fiori che rallegrano più tardi i pubblici giardini, gli squares, e le aiuole della città, gli alberi che adornano venti chilometri di nuovi viali, e sbocciano le orchidee, e s’infrondano le araucarie, e crescono gli ananassi, e spuntano le dracène, e spiegano la vaghezza delle foglie le eleganti begonie.

I luoghi di delizia, i passeggi destinati ai cittadini e a’ forestieri crescono e si abbellano ogni giorno di più ; né andrà lungi che un nuovo viale muovendo dalla Barriera, e traversando il deserto dell’antico Giardino Zoologico, girerà attorno al gran Prato delle Corse, e andrà a ricongiungersi all’antico ambulatorio presso il piazzone centrale. Ogni giorno una folla allegra e spensierata dà le spalle alla città e invade i prati, i viali, i giardini e i boschetti delle Cascine.

Dalla parte dell’Arno, lungo le siepi di lauro, sotto i rami dei lecci e delle quercie secolari, là dove le rose s’imporporano sui cespugli e le magnolie spiegano la pompa della lucida foglia, corre una triplice fila di carrozze appartenenti a quella gente beata che ha ogni giorno ventiquattr’ ore di tempo avanzato, e sta in continua corrispondenza colla Banca che le scrive una infinità di biglietti amorosi.

I breaks, i dog-carts, i phaetons, le calèches, le berline attaccate a quattro cavalli, s’ incrociano, si seguono, si avanzano da ogni lato. I fiacres modesti e quasi vergognosi, corrono sgattaiolando tra le file; i biroccini volano via leggieri e rumorosi, e il carrozzone di famiglia, tirato da due bestie pentite delle scappate di gioventù, procede a passo lento, scricchiolando, cigolando, dondolando, e macinando le ghiaie…. senza contatore.

Sul gran piazzone centrale la banda alterna gioconde sinfonie, i cavalli fermano il corso, le carrozze si aggruppano, le signore si salutano coi ventagli e cogli ombrellini, i pedoni si aggirano in una rivista peripatetica di estetica muliebre, le lingue si sciolgono, i complimenti volano…. gli epigrammi pungono, le mani si stringono, gli occhi s’incontrano, s’intendono, sì parlano…. e le monde va, cahin caha!…

Intanto pei viali interni e pei prati si sparpaglia una folla variopinta e chiassona di vispe ragazze, di giovanotti procaci, di mamme, di bambini e di…. aspiranti alla paternità. Per l’ aria vocale suonano allegri scoppietti di risate giovanili, e grida festanti di voci argentine, e cicalecci di bimbi, e canzonette e rispetti che fanno tutto intomo un frastuono armoniosamente confuso in un’ unica nota leggiera e briosa, piacevole all’ orecchio quanto una musica lontana ripercossa dagli echi della selva.

Ecco…. io veggo già le Cascine come le saranno tra qualche giorno, il dì della festa tradizionale dell’Ascensione.

Il cielo è sereno, l’ aria è piena di tepori primaverili ; uomini e piante, tutto è in succhio nella natura.
Il nuovo sole accende una fiammella su tutte le foglie degli alberi e brilla attraverso i rami. E un’ illuminazione a giorno per davvero ! Per tutti i viali una lunga processione di pedoni corre saltellando lungo le siepi e attorno ai cespugli, dove l’ivonio e la ginestra compiono il misterioso idilio degli amori delle piante. Le fanciulle scappano innanzi ridendo, e danno la baia a’ giovanotti, rimpiattandosi dietro a’ gruppi frondosi:

«  Malo me Galatea petit, lasciva puella,
Et fugit ad salices, et se cupit ante videri. »

Le coppie innamorate ciarlano, ridono, saltano, si fuggono, si ritrovano e spariscono nel folto dei boschetti. Le mamme affrettano il passo, seguono i fuggenti coll’occhio, lanciano loro dietro una interiezione più o meno furibonda, e si raccomandano a tutti i Santi del Paradiso, perchè non seguan disgrazie alla prole innocente ed inconscia de’ pericoli della vita e de’ malanni del bosco.

Eh ! via…. lasciamoli fare !… Quando avranno preso una scalmana non sarà poi male da far cantare il prete ! Li guariremo col tamarindo, col lichene, coll’acqua di vette, col sugo di pino, coll’acqua benedetta del curato, che scaccia fuori dai corpi perfino il demonio…. o colle parole del Sindaco che calmano la tosse alle ragazze e levano i grilli di testa a’ giovanotti.

Ma per ora i grilli saltellano ne’ più silenziosi recessi della selva, e scappano da tutti i lati entro il cavo de’ tronchi. Bisogna che la festa si celebri nelle forme tradizionali, che il mistero dell’Ascensione si compia, che la primavera non perda i suoi diritti, e che si cavi il grillo dal buco.

Tempo verrà che si piangeranno i perduti giorni delle gioie giovanili, e più d’ una mamma tornando alle Cascine, ripeterà sospirando a sé stessa : « Addio dolci memorie della mia prima festa dell’Ascensione; addio sogni dorati delle mie notti, quando tornavo a letto stanca dalla rumorosa allegria d’ una giornata alle Cascine, quando »

« Rendea più dolce il sonno e più tranquillo,
L’ aver notturno alla finestra mia
Sospeso in gabbia un grillo ;
Un grillo che sapea, lieto e canoro,
Dispensar da que’ ferri i sonni d’oro ! »

 

 

 

( Ferrigni Pietro F.L.C., Su e giù per Firenze, 1881 )

 

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