Giuseppe Conti, Firenze – Piazza della Signoria


Firenze - Piazza della Signoria in una foto tratta dal libro "Firenze" di Tarchiani Nello, 1878
Firenze – Piazza della Signoria in una foto tratta dal libro “Firenze” di Tarchiani Nello, 1878

Piazza del Granduca, quella che oggi si chiama della Signoria, la più antica e la più celebre di Firenze, aveva un’impronta speciale, un carattere tutto proprio, del quale non se ne ha più la minima idea.

La Dogana era in Palazzo Vecchio; e la porta dal lato di tramontana dietro al Cavallo, si chiama tuttora porta della Dogana. In quella parte della piazza, ogni giorno si scaricavano le balle della canapa che veniva da Bologna, con dei carri tirati da cinque o sei cavalli, e l’assistere a quell’operazione dello scarico, era uno spasso per i fannulloni d’allora. Vi prendevan parte anche molti ragazzi, che si compiacevano ad aiutare i facchini che eran tutti svizzeri, i quali in compenso lasciavan loro accomodare alcune di quelle balle in fila, ad una certa distanza l’una dall’altra, perché si divertissero poi a saltarle con intermezzi di capriole e di qualche caduta. Questo giuoco destava l’ammirazione dei forestieri, che tutti contenti del gratuito spettacolo ginnastico, davano un paolo o mezzo paolo di mancia ai più bravi.

Il divertimento durava dalle dieci della mattina fino alle ventiquattro; ossia all’Ave Maria della sera, ora in cui dai facchini veniva riposta nel cortile, o sotto la grande volta, tutta quella mercanzia.

Le botti dello zucchero, dello spirito, del caffè e le altre merci, si depositavano nei sotterranei del palazzo; in parte anche nei locali che poi servirono all’Esattoria, ed il resto in quelli che oggi son destinati a Caserma delle Guardie.

Ma l’aspetto più caratteristico, la Piazza del Granduca l’offriva in tutta quest’altra parte compresa fra le Logge dell’Orcagna, la Meridiana e la Vecchia Posta.

Entrando da Via de’ Calzaioli, si rimaneva ad un tratto storditi dal baccano e dal frastuono, come se si fosse a una fiera di campagna.

La gente non poteva quasi passare, tanta era la quantità dei ciarlatani, dei saltimbanchi, cantastorie, giuocatori di prestigio, casotti di burattini, e carri con le scimmie o cani ammaestrati; venditori di semenza, di lupini, di sapone per cavar le macchie e di lumini da notte. C’eran quelli co’ panieri de’ dolci a forma di nicchia, fatti di tritello e miele, che s’empivano d’una specie d’acqua sudicia, battezzata pomposamente per rosolio, la maggior ghiottoneria dei ragazzi che andavano a nozze quando sentivan gridare: “Un quattrin mangiare e bere senza mettersi a sedere.”

Ad ognuno di quei banchi, o casotti, o carri, c’era sempre una folla di garzoni di bottega; e spesso si vedeva apparire qualche maestro, che con uno scappellotto ed una pedata simultanea, a colpo fisso quanto sicuro, prendeva per un orecchio lo smemorato ragazzo e lo riportava a bottega.

Sotto il tetto della Posta dov’è ora il Palazzo Lavison, che si chiamava “il tetto dei pisani” – perché fatto costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 – cerano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d’oro imbrogliando co’ baratti, que’ contadini che si lasciavano imbecherare ch’era un piacere. Erano notevoli anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere; e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la bolgetta a tracolla.

Fra tutta quella gente giravano e si fermavano qua e là i ciechi, che cantavano sulla chitarra, o sonatori d’arpa e di violini, che aumentavano il baccano e la confusione. […]

( Giuseppe Conti, tratto da “Firenze vecchia – Storia, cronaca anedottica, costumi (1799-1859)” , 1899 )

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