Lorenzo Viani, Viareggio – Le vie


Darsena vecchia (olio 50x60) 1960 - tratto da Catalogo Mostra 8-23 febbraio 1986 - Palazzo Paolina Viareggio
Darsena vecchia (olio 50×60) 1960 – tratto da Catalogo Mostra 8-23 febbraio 1986 – Palazzo Paolina Viareggio

Quando si vorrà, attraverso i secoli, studiare l’umore della gente del nostro paese, converrà consultare la carta topografica, poichè nella trama delle arterie nere circola il mutevole pensiero degli avi.   Sui cespi e le vincaie del Gombo nel ‘500, fu elevata una torre pentagonale, cento braccia distante dal mare placido, e la battezzarono: Torre della Principessa Matilde. Erba scianguinella e semprevivi l’aggraziavano fiorendo sulle commettiture del pietrame. Gli uccelli pellegrini, posandosi sui cornicioni, le davano il canto di uno spettacoloso paretaio. La torre fu un braccio forte della Repubblica di Lucca, proteso contro Genova e Pisa. Spenti i bagliori degli arrembaggi notturni, gli strepiti delle scalate, i nepoti ridussero la Torre a più modesto uso: carcere mandamentale e orologio dei poveri. Un disco bianco calcina fu dipinto sull’ultimo torrione e stampato di lettere romane, una sesta nera fu perniata nel centro. L’orologio, visto di dentro, dava l’idea di un girarrosto gigantesco cigolante tra due catenacci, i quali a intervalli monotoni facevano suonare una lugubre campana. In quell’ingranaggio diabolico, il tempo perdeva la vertigine e andava lento e a salti. Un pendolo, nella gran cisterna, dondolava una luna eclissata che diceva eternamente «no».
Il popolo battezzò la Torre: Carbonaia.

Viareggio - Torre Matilde - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri -N.11-marzo 1994
Viareggio – Torre Matilde – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri -N.11-marzo 1994

Intorno a quest’albero maestro, rastremato di spranghe ferrigne, sorse il paese: minuscole case acchiocciate sotto la grande asta. La chiesa aerea della SS. Annunziata, col campanile di mattoni rossi, e quella di San Francesco, con l’ampie fiancate del Convento, parvero vele aperte per un battesimo di sole.

Viareggio, Torre Matilde

Le vie adiacenti si chiamarono San Francesco, Sant’Antonio, SS. Annunziata e Sant’Andrea: il protettore dei pescatori. I piazzali si chiamarono: Piazza Grande, Piazzone, Piazza dell’Olmo, Piazza del Mirto. Le viuzze: Via del Fabbretto, Vicolo delle Catene, il Caruglio. L’arteria spaziosa che congiungeva il mare ai monti, la denominarono Via Regia. Via Regia, da Via Reggio o via dove transitavano i regi? Discussioni che si accesero dopo.

Con l’andar del tempo il paese sviluppò a ponente. Se i piccoli uomini si possono paragonare ai grandi, quei maestri muratori ebbero la risoluzione inflessibile d’Alessandro Imperatore: tracciarono le vie con una riga, così quelle che andavano ai monti, così quelle che guardavano il mare. Quella gente patriarcale, con poche fisime nel capo, per battezzare le strade volse gli occhi intorno e in alto: via del Sole, via della Luna, via della Stella. Lungo il fosso-canale, più tardi, fu costruito dai Borboni un palazzotto alla moda imperiale, abbellito di un colonnato tutto di blocco marmoreo. In grazia di una permuta, il palazzo diventò proprietà pubblica e ivi s’insediò il Gonfaloniere. La facciata principale schiariva sopra la piazza alberata del «Mirto», la fiancata di ponente dava su di un viale lunghissimo. Il Gonfaloniere per battezzarlo guardò, assiso sul suo stallo, intorno in alto, e, non scorgendo altro che uffizi lo chiamò: Via degli Uffizi.

Verso il 1815, quante cose son mai accadute in quell’anno napoleonico, la sorella del Còrso, Paolina, la vaga Paolina, fe’ costruire un suo palazzo ai margini estremi del paese, dove rompeva il mare. La via si chiamò Paolina, la piazza ed il parco. In tutto il travaglio del Risorgimento, congiure, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni, guerre, il paese arrestò il suo sviluppo. Subito dopo, fu tracciata la Via Grande e i Giardini: agave verdi, carnose come serpenti, vetrici, salicastri ed eucaliptus contrastarono l’acredine del salmastro. Dopo l’Unità il Piazzone fu battezzato Piazza Cavour, la Piazza Grande: Vittorio Emanuele; i Giardini: Massimo D’Azeglio. Un trapezio erboso tra la calata ed i Giardini: Piazza Garibaldi; la via rasente il molo si denominò Rosolino Pilo.

Viareggio - Piazza Garibaldi - Foto tratta da "Versilia giovinezza del mondo" -  Pacini Fazzi Ed. 1982
Viareggio – Piazza Garibaldi – Foto tratta da “Versilia giovinezza del mondo” – Pacini Fazzi Ed. 1982
Viareggio - Piazza Garibaldi
Viareggio – Piazza Garibaldi

Qualche tempo dopo , quelli  della sinistra storica  sbattezzarono  Via della Pineta e la riconsacrarono col nome di Giuseppe Zanardelli.    L’Amministrazione decretò che la Via della Stella fosse intitolata a Umberto I.

I radicali vollero la loro parte e fecero stampare il nome di Felice Cavallotti sulla Via Grande, i repubblicani quello di Antonio Fratti sulle targhe di Via del Giardino. Certi addottorati eclettici eclissarono la Via della Luna col nome solare di Niccolò Machiavelli. I liberi pensatori accamparono certi livelli sulla grande anima di Shelley: «Annegato in questo mare, arso in questo lido, lungo il quale meditava una pagina postrema al Prometeo liberato», e vollero intitolata al suo nome la Piazza Paolina.

Piazza Shelley e Palazzo Paolina in una vecchia foto tratta da Viareggio Ieri N.20- luglio 1991
Piazza Shelley e Palazzo Paolina in una vecchia foto tratta da Viareggio Ieri N.20- luglio 1991
Viareggio - Piazza Shelley
Viareggio – Piazza Shelley

I marinai si ostinavano a chiamare piazza del «Mirto» il Piazzoncino che era davanti al Palazzo dei Borboni, malgrado che nel centro frondeggiasse un platano dalle rame ritorte come un gigantesco candelabro. L’intervento risolutivo di quelli delle «Regie Stanze» spezzò l’equivoco, imponendo alla Piazza il nome stimato di Alessandro Manzoni.

Uomini su uomini crescevano in reputazione e dignità, ma le vie del paese non crescevano di pari passo e mormorazioni serpeggiarono per le sconsacrazioni e i battesimi. Al paese, fin dal tempo che era composto di quattro case, soggiornò, estate inverno, negl’intervalli che gli concedevano le cure politiche, S. E. Michele Coppino, ministro della Pubblica Istruzione. Egli abitava oltre canale una casetta, nel cui giardino ramificava un lauro che diffondeva, tutt’intorno, un acuto odore di gloria. Nelle darsene cantavano le vele, sui ponti strepitavano i mazzuoli dei maestri che calafatavano il fasciame delle barche. Il bosco imminente dei Borboni ombreggiava un vialone deserto come quelli che rasentano i muri cipressati dei camposanti. La gentugliora, che non aveva mai visto da vicino un ministro, s’aggirava alla lontana intorno a S. E. e se lo accennava quasi incredula. Egli portava un cilindro opaco come un tubo di stufa e un paio di lembe nere precipitate in verde; i calzoni a righe, presi dalla serpigine, si rimboccavano sulle scarpe che nel passo lento e pacato parevano sbattolare alla terra: tu a me e io a te. Il viso di S. E. era olivastro, un occhio gelato, uno spento; smaltati entrambi dagli occhiali a stanghetta. Una mucchiata di capelli si fondeva con le basette ragguardevoli. Il ministro, mani annodate sul dorso, passo lento, testa che lentamente serpeva ora a destra ora a sinistra, si recava sotto il ventre delle navi in costruzione, elevate su ceppate altissime, domandava ai maestri il nome or di questo ferro or di questo pezzo. Pochi intimi varcavano la soglia della casetta; uscendo non stavano più nei panni. Gl’intimi, valicando il ponte levatoio, parlavano come congiurati:
– Bisogna intitolargli una strada.

Ma le vie del paese erano tutte battezzate e non sarebbe stata tollerata un’altra sconsacrazione.
– Aspetteremo.

I nemici giurati dei «consorti», tanto sospettosi che parevano udire anche nascere l’erba, trapelato il proposito degl’intimi, una notte memorabile impiastrarono su i muri del paese un manifesto alla macchia, che fu tosto stracciato. Un collezionista di francobolli, a cui furon portati dei frammenti del manifesto incriminato, riuscì a ricostruirlo in parte e a decifrarne alcuni periodi: «L’exseminarista Michele Coppino erudito, letterato, sofista, chiarissimo, commendevolissimo, leccato, lambiccato, stiracchiato, dicitor d’artifizio… regio professore di regie lettere, nella regia Università di Torino, membro straordinario del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione… sotto cui Romagnosi leggeva l’impetramento dei cuori… sofista…».
– Ma cosa è mai questa sofisticheria?
– Sofista? Chi non è mai o difficilmente contento, che trova a ridire su ogni cosa, criticone: cavillare, cercare l’aspro nel liscio, cercare il pelo nell’uovo, fisicare sul sottile.
– Ma allora, ne abbiamo assai di quelli nostrali.

Con l’andare del tempo nel bosco borbonico fu fatto un taglio raso e il folto dei pini cadde come sotto l’uragano marino. Su quel terreno sorsero case e ville per tutta la lunghezza del viale dai monti al mare.
– Ricordate che qui, in questa casa, abitò ai tempi dei tempi, un ministro?
– Precisamente: Michele Coppino

Il viale, tutti consenzienti, fu battezzato col suo nome.

Non trovò contrasto veruno l’idea d’intitolare al maestro Giacomo Puccini, vivente, una via del vecchio paese. La scelta cadde su quella del Fabbretto, via chiassosa di popolo minuto, chiusa tra l’antico Monte di Pietà e i Macelli. La via non dispiacque al maestro il quale vi transitò spesso giocondo, riducendosi alla quiete di Torre del Lago.

Viareggio - Puccini in auto in via Foscolo - Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri - N12 - Settembre 1994
Viareggio – Puccini in auto in via Foscolo – Foto tratta da Nuova Viareggio Ieri – N12 – Settembre 1994

Nei pressi della via Giacomo Puccini rumoreggia il vicolo Del Signore: non del Nostro Signore. Il Del Signore, ricco sfondato, comperò le catapecchie del Caruglio e da ravvilite di prezzo che erano le portò al cielo: su una fece murare la targa col suo nome.
– Dove abiti?
– Nelle case Del Signore.
– Povero cristo!

( Lorenzo Viani , “Le vie” da Il Nano e la statua nera )

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