Jack La Bolina, Arcipelago Toscano – Isola del Giglio


Isola del Giglio da Nord-Est - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Isola del Giglio da Nord-Est – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

Tra le isole toscane quella di Giglio viene, per estensione, seconda. […]  . La Pagana, vetta alta 498 metri, sovrasta all’isola. Rocciosa, montuosa e pietrosa, Giglio è così scoscesa che approdarvi è arduo, fuorché nelle cale chiamate: Porto, Arenella, Cannelle e Campese: questa, più ampia di tutte le altre. Giglio dista 14 chilometri a ponente da Monte Argentario, 25 da Talamone, 15 da Giannutri, 43 da Montecristo, 50 dall’Elba, 62 da Pianosa, 110 dalla Corsica. Poca pioggia vi cade, probabilmente perché le balze dell’ isola son denudate di vegetazione arborea.

A questo proposito così scrisse S.A.I. e R. l’Arciduca Luigi Salvatore d’Austria nel suo libro Die Insel Giglio, pubblicato a Praga nel 1900:

« Il clima è piuttosto mite. Il caldo comincia nel giugno e dura sino a settembre, non sorpassando mai i 25 . Nell’inverno, anche col vento boreale, la temperatura non scende mai sotto lo zero. La neve, anche scarsa, è caso rarissimo. Osservazioni metereologiche non ne sono mai state fatte. Da ottobre sino a novembre piove copiosamente; nel resto dell’anno mai niente. Molto vento da tramontana, da ponente e da levante. Il ponente soffia repentinamente e non dura quasi mai più di ventiquattr’ore. Per cui il proverbio isolano per un uomo collerico : « Tu sei come il ponente ». Molti torrentelli, il maggiore nella valle della Botte dove sfocia in mare al Campese ed ha acqua anche nell’estate. Nelle zone di contatto fra il granito e le altre roccie, nella vallata detta della Cala dell’Allume, vi è una sorgente acidula ferruginosa. Di ferruginose ve n’hanno altre due, una alla Vernaccia, l’altra a Cala Sguarniera. Acqua buona potabile alla sorgente Casalvaggia che per mezzo di tubi è condotta al Castello ».

Qui è luogo dire che intorno a Giglio hanno scritto da maestri due cultori di scienze naturali, Stefano Sommier di Firenze e l’Arciduca Luigi. Le costoro monografie sono due cofanetti pieni zeppi di preziose notizie. Ma qualunque descrizione dovuta alla penna dei due egregi autori impallidisce di fronte all’ impressione che l’isola produce in chi la visita e percorre in sentieri da capre ed in viottoli sul cui suolo di sasso il somaro solamente posa il piede sicuro.

Strade ? Viottoli ? Non è nemmeno il caso di affibbiare codesti nomi specifici al solco che il piccone ha aperto nella roccia durissima. […]

Un paesaggio tormentato, scosceso su cui torreggia il castello nella cui cinta di muraglia forte il paese è annidato. Il lido marino è tutto frastagliato di calanche : quali aperte ai levanti (come la cala del Lazzaretto, la Cupa, la Caletta, le Cannelle, le Caldane), quali a libeccio, come la cala del Corvo e l’altra dell’Allume; quale infine, come il Campese, a maestrale.

Isola del Giglio - Punta del faraglione - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Isola del Giglio – Punta del faraglione – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

Il porto, altrimenti detto la Marina, è difeso da un molo che lo rende abbastanza sicuro, purché non soffi fresco il vento di grecale . Ma quando questo si fa violento, l’acqua del mare rompe e frange sino al limitare degli usci delle case. Appena fuori del paese lo scheletro petroso dell’isola spunta fuori dalle magre ed arse zolle di terra vegetale dove (lo dico colle parole dell’Arciduca):

« Sopra la roccia e’ è un po’ di terra, non ancora coltivata dagli uomini, c’è la macchia, formata di Cisto, di Rhamnus Alaternus, di Pistaccia lentiscus, di Calycotome villosa, di Ritbus viscolor, di Myrtus communis, d’ Erica arborea, di Rosmarino officinalis, di Quercus ilex, di Rosa canina, di Olea Europea e di tante altre essenze. Anche sulle rocche sopra il mare varia è la vegetazione, ma nelle valli pasture, scarsa. Sulla terra coltivata fichi, uva e ortaglie. La fauna è la stessa come sul continente. Il coniglio per fortuna non si è moltiplicato come a Capraja, ci sono però le lepri. Di serpenti soltanto il Coluber viridiflavtis (non velenoso) ».

Per opera degli uomini tra roccia e roccia, in certi riparti di terra sostenuti da muri a secco, si abbarbicano fico, vite ed olivo. La vite produce uva di deliziosissimo sapore, migliore che le più pregiate uve da tavola, dolce quanto il biancone dell’ Elba, ma più di questa carnosa. Codesta uva matura a mezzo agosto ; si può dunque chiamar primaticcia. […]

( Jack La Bolina – brano tratto da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914 )

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