Jack La Bolina, Arcipelago Toscano – Giannutri


Giannutri - Cala Maestra - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Giannutri – Cala Maestra – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

[…] Il Comune del Giglio possedeva in proprio l’isola di Giannutri da cui dista una diecina di miglia. L’ha venduta recentissimamente per 25 mila lire a Donna Ludovica Borghese, consorte al principe Ruffo della Scaletta. Essa tuttavia non ne ha ancora preso possesso.

Nell’anno 1875 il mio amico capitano Enrico d’Albertis, già più volte nominato in queste carte, essendo approdato in Giannutri insieme al Brown, console inglese a Genova, non trovò nell’isola altri abitatori fuorché i due fanalisti i quali accudiscono a tenere in ordine il faro di Giannutri che sorge sull’estremità di libeccio dell’ isola al Capelrosso, dall’ Italia costruitovi qualche anno dopo il 1860. D’Albertis e Brown fecero strage di conigli selvatici sull’isola e di pesci nel mare che ne lambe le rocce.

Poi il primo, già sin d’allora invaghito di tracciar meridiane, arte della quale è poscia divenuto maestro a tal segno che ne ha disegnate in moltissimi luoghi della nostra costa e della nostra cerchia alpina, illustrandole con brevi ed appropriate sentenze in latino, italiano e francese, ne tracciò una sul muro di una casupola che sorgeva presso ad un moletto di evidente costruzione antichissima e romana sulla riva della cala degli spalmadori. Codesto nome di spalmadori, ripetuto a sazietà nelle carte idrografiche mediterranee. ma in special modo in quelle dei mari dell’arcipelago greco, evoca i ricordi del periodo glorioso del tempo in cui la marina remiera fiorì.

Le galee, le fuste, i brigantini, gli sciabecchi, i mistici, le sacolève. tutte insomma le fogge di naviglio che resero il Mediterraneo così pittoresco ed ispirarono Salvator Rosa, Claudio Lorenese ed il capostipite dei Vernet, non avendo fodera di rame alle carene, queste erano soggette ad incrostazioni e a vegetazioni che rallentavano alla nave il cammino.

Era indispensabile dare alla parte immersa delle navicelle la così detta brusca e poi spalmarla di sego. Per far ciò occorreva tirarle a terra, oppure abbatterle in carena sul fianco. Coi raschiatoi si staccava dalle tavole di dura quercia impegolata tutta quella robaccia che le avea rivestite ; e quanta ancor ne rimaneva scompariva sotto una viva fiammata di stipa all’uopo raccolta ; questo lavoro dicevasi : dar la brusca. Una buona lisciata alla pece ammorbidita dal fuoco, e poi giù, una liberale spalmata di sego liquefatto; così la navicella ritornava agile e snella.

I luoghi idonei a codesto genere di lavoro, riparati dai venti dominanti, additati da secoli per via della tradizione orale, ebbero nome di spalmadori. […]

Qui non sarà per certo fuor di luogo un ricordo di folklore. L’ho ricevuto dalla bocca veridica di Beppe Volpi, marinaro a me compagno nel 1906 in una bella crociera sul Florentia III.

Egli dunque mi diceva che un montanaro, disceso al lido del mare ed assistendo allo spettacolo di una tartana cui l’equipaggio stava dando la brusca, dimandò a quale scopo quel lavoro si facesse. Gli fu risposto che, a opera terminata, la barca avrebbe camminato meglio. Torna a casa sua il villano, raccoglie stipa, si procura una manciata di sego e sottopone il proprio somaro alla brusca. Raglia la povera bestia cui il pelo si bruciacchia e scende scalciando la china del monte con stupore del villano cui la moglie rimprovera di aver guasto il somaro per averlo più svelto ; e più ancora lo strapazza per aver egli riposto fede nelle chiacchiere dei marinai , gran ciarloni da tempo immemorabile.

Ciò detto ritorno subito al mio D’Albertis e a Giannutri.

Invaghitosi del luogo dopo averlo corredato della meridiana per uso dei pescatori, privi d’oriolo, che vi approdassero, D’Albertis dimandò al Demanio di comprare l’isola. Gli fu risposto negativamente.

Pochi anni dopo, intorno al 1882, i due fratelli Osvaldo e Gualtiero Adami, figli di colui che era stato Ministro delle Finanze durante la dittatura del Guerrazzi sul finire del 1848, presero in affitto Giannutri dal Comune di Giglio per il tenue canone annuo di 300 lire.

Giannutri - I Signori Adami e ospiti - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Giannutri – I Signori Adami e ospiti – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

L’isola — va qui ricordato — non è granitica come Giglio, bensì quasi tutta di calcare spugnosissimo. Emerge dall’acqua come un fungo gigantesco, tanto che allorquando il mare vi frange intorno, la terra risuona come se il gambo del fungo fosse scosso e percosso dalla violenza delle acque.

In quei giorni la costruzione frettolosa della nuova Roma esigeva copia di calcina, di mattoni e di pietrami d’ogni genere. I due fratelli Adami meditarono di coltivare l’isola e costruirvi anche forni da calce ; buoni propositi che non produssero ricchezza. Gli abitatori di Giannutri, arruolati sul continente e che avevano raggiunto la cifra di una ventina di persone avventizie, si assottigliarono sino ad oggi, di guisa che i due fanalisti, il signor Gualtiero Adami ed una sua pupilla costituiscono tutta l’umanità residente nell’isola. […]

Abbiamo dunque in Italia all’alba del secolo XX un Robinson Crosuè, al cui sostentamento provvedono le galline che possiede in gran copia, le uova che esse fanno, l’uva di vigneti un tempo floridi, oggi invasi dalle male erbe, l’olio di alcuni olivi, i carciofi, non che i conigli selvatici abbondantissimi, come è abbondante la cacciagione di passo che fa sosta a Giannutri nelle diverse stagioni. Una volta il mese un battello a remi a vela sferra da Porto Ercole, approda a Giannutri, sbarca il carteggio ufficiale per i fanalisti, rinnuova loro le vettovaglie, ne rileva le persone e provvede il magazzino del fanale di olio per l’illuminazione.

Eventualmente porta a Robinson Adami il caffè e lo zucchero. A codesto battello son debitore della tazza di caffè che Gualtiero Adami mi offrì. […]

Ma il particolare più strano del soggiorno dei due fratelli Adami in Giannutri che un di essi prolungò sino ad oggi, eccolo. Essi non hanno costruito per sé una casa, si sono invece acconciati a dimorare, coprendole di un tetto qualsiasi, in un paio di camere di una villa romana costruita nel primo secolo dell’era cristiana e con tanta saldezza che riuscì a sfidare le ingiurie del tempo e, sino ad una certa misura, anche la rapacità degli uomini ; perchè, se non incorro in errore grossolano, mi pare che fuor di Giannutri non esistano ruderi così completi di una villa grandiosa del periodo imperiale romano. […]

I ruderi della Villa Domizia, miracolosamente sfuggiti alle rapine di barbari d’ogni gente, meritano speciale conservazione e vigile custodia. Li raccomando alla sovraintendenza dei monumenti della provincia di Siena ed alla sovraintendenza degli scavi di Etruria, perchè se a tutt’oggi la Villa dei Domizi non è stata del tutto manomessa ne siamo debitori all’isola rimasta a lungo deserta. Che accadrà quando la principessa vi manderà contadini, guardacaccia o altra specie di stipendiati ? Penso a quel mosaico così intatto che sembra finito ieri, il quale destò la mia ammirazione e temo il passo dei barbari nuovi, talora più infesti degli antichi.

Nuovi chiamo i barbari in abito nero e cravatta bianca di cui Pierpont Morgan faceva volentieri la personale conoscenza. Quell’americano dovette discendere in retta linea da Genserico re dei Vandali.

Giannutri - La Villa dei Domizi Enobarbi - Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914
Giannutri – La Villa dei Domizi Enobarbi – Foto tratta da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914

( Jack La Bolina – brano tratto da “L’Arcipelago Toscano”, Istituto Italiano d’Arti Grafice Editore, 1914 )

7 Comments Add yours

  1. marzia scrive:

    Il fascino delle meridiane…come ti sei procurato questo libro di La Bolina? E’ illuminante…

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    1. Carlo Rossi scrive:

      Le visite a vari mercatini dell’antiquariato a volte permettono di scoprire anche qualche libro interessante.

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      1. marzia scrive:

        Bell’acquisto! Ho appena letto di Populonia, non dirmi che ha pure Gregorovius…per me è un “cult”!

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      2. Carlo Rossi scrive:

        Di Gregorovius ho quattro volumi delle Passeggiate per l’Italia in formato epub trovate qualche tempo fa su internet.

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      3. marzia scrive:

        Caspita!Cos’è il formato epub?
        Di certo troverai anche la mia regione, la Campania e non solo…

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      4. Carlo Rossi scrive:

        Si il quarto volume parla di Napoli – L’isola di Capri – Palermo-Siracusa – Napoli e la Sicilia dal 1830 al 1852.
        I file epub sono dei libri in formato elettronico in uno standard utilizzato per la visualizzazione su lettori di e-book, tablet e computer.

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      5. marzia scrive:

        Ah ecco, ti ringrazio.🙂

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